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 2011  ottobre 02 Domenica calendario

Romeo, Giulietta e gli ayatollah così in Iran si ammazza l’amore - «È giovedì balliamo anco­ra »

Romeo, Giulietta e gli ayatollah così in Iran si ammazza l’amore - «È giovedì balliamo anco­ra ». E l’ultimo messag­gio. Quello amaro co­me il veleno del 28 settembre. Quello segnato sul blog da quell’ ultimo straziante addio, dalla mu­sica de «Il Volo» , il cupo film in cui un Mastroianni guardiano d’api si fa uccidere dai propri insetti. Nahal Sahabi, invece, si lascia stra­ziare dai propri incubi. Si toglie la vita a 28 anni con un’overdose di farmaci. Il suo mal oscuro è una vi­ta senza Benham, il fidanzato 22enne, torturato e spinto alla morte dal regime. Benham s’è con­segnato al veleno un giovedì di quattro settimane prima. La mae­stra d’asilo Nahal Sahabi e lo stu­dente Benham Ganji sono Romeo e Giulietta al tempo degli Ayatol­lah. La loro è una storia triste e sini­stra, ma drammaticamente vera. Una storia all’ombra di quei loro fatali giovedì. Il giovedì in cui si co­nobbero. Quelli in cui ballavano e s’amavamo. Quello in cui entram­bi si tolgono la vita. In mezzo c’è l’Iran plumbeo di Mahmoud Ah­madinejad, un paese dove le vite degli altri son strumenti nelle ma­ni dei carnefici. Vite da piegare per imbastire ricatti, strappare confessioni. La colpa di Benham è di studiare Scienze Politiche, di co­noscere Koohyar Goudarzi, di di­videre casa con quel dissidente 26enne che nel 2009 s’è fatto un an­no di carcere. A fine luglio gli agen­ti bussano al suo appartamento. Ma non s’accontentano di Koo­yahr. Ammanettano anche Benham, li sbattono entrambi ad Evin, la galera dei nemici del regi­me. Poi vanno a prendere anche Nahal e la madre di Kooyahr. Cos’ hanno fatto non conta. In Iran chi protesta mette a rischio anche gli altri. Il primo a scoprirlo è Benham. I suoi otto giorni ad Evin sono una discesa nell’inferno del dolore, dell’umiliazione, del senso di col­pa. Prima finisce in isolamento, poi si ritrova davanti il suo amico Kooyar. Intorno ci sono le guar­die. Gli chiedono di parlare, con­fessare che il suo amico è un terro­rista dei Mujaheddin del Popolo, un gruppo autore di numerosi at­tentati. Confessare equivale a con­dannarlo a morte. Nahal esita. Le guardie li mettono uno di fronte all’altro, li violentano a turno con i bastoni. Quel racconto arrivato al­le orecchie di Farya Barlas, una fuoriuscita iraniana esule a Lon­dra, non ci dice se Benham confes­si oppure no. Di certo Kooyar scompare. Di certo il Benham re­duce da otto giorni di galera è un rottame. Un uomo senza più ani­ma, distrutto dalla vergogna per quello che ha subito, in preda ai sensi di colpa per quel che forse ha confessato. Anche Nahal torna libera. An­che lei si porta dietro la paura che qualcuno le infligga, come minac­ciato, un supplemento di punizio­ne aspettandola in strada, rapen­dola, violentandola. Il primo a ce­dere è Benham. Non esce più di ca­sa, non parla, rifiuta di vedere per­sino lei. Giovedì primo settembre trangugia un cocktail di farmaci. Molla tutto per sempre. Nahal è so­la. Chiunque l’aiuti rischia lo stes­so girone infernale. Per lei parla il suo blog. «Hey Benham disgrazia­to cosa devo fare senza di te, maga­ri se riuscissi a farti capire quanto ti voglio potresti rinunciare alla morte». Quattro settimane e s’ar­rende anche lei. Il 28 settembre be­ve la sua dose di veleno, batte sulla tastiera l’ultimo addio: «E allora vieni Benham, è di nuovo giovedì, balliamo di nuovo in questo giove­dì ». Ma la morte solitaria e angoscia­ta di quei Romeo e Giulietta irania­ni sconvolge il Paese. I loro volti belli e disperati diventano un atto d’accusa al regime. Sono il simbo­lo di una protesta cupa, di una rab­bia sorda, di un senso d’impoten­za trasformatosi in odio e risenti­mento per quel regime pronto a calpestare le vite della propria gente. Quel grido sale e si propaga dalle viscere di internet. «Nahal ­scrivono e ripetono i blog- era una ragazza che amava lunga vita all’ amore. Lunga vita alla vita. Morte al dittatore». Romeo e Giulietta se ne sono andati. La loro storia tre­menda e disperata è un altro sfre­gio sul volto truce della dittatura.