Enrico Girardi, Corriere della Sera 4/10/2011, 4 ottobre 2011
E ra nata come una provocazione. In un mondo che vuole velocità, concisione e slogan e non ama il pensiero, l’approfondimento e la consapevolezza, che preferisce Wikipedia e google alle biblioteche, si va in barca a remi al cimitero dell’Isola di San Michele a celebrare il funerale della cultura
E ra nata come una provocazione. In un mondo che vuole velocità, concisione e slogan e non ama il pensiero, l’approfondimento e la consapevolezza, che preferisce Wikipedia e google alle biblioteche, si va in barca a remi al cimitero dell’Isola di San Michele a celebrare il funerale della cultura. Una cerimonia suggestiva, grazie anche alla magnifica giornata di sole: barche a remi con musicisti che suonano il finale dell’Uccello di fuoco di Stravinskij e poi, sull’isola, le bande nei chiostri che stonacchiano Verdi e Mozart, un clarinettista fa i Tre pezzi sulla tomba di Stravinskij, l’orchestra in chiesa con Nono, il coro con Gesualdo e Pärt, nella cappella le primitive polifonie di Machault, all’ingresso l’installazione sonora di Michele Tadini. Un rito per la morte della musica? Anche no. Tutt’altro che mesta, così partecipata, la cerimonia dice che l’arte sopravvive a tutto, che c’è un sacco di gente che vuole di più e di meglio della superficialità imperante e della televisione deficiente, i concerti sono affollati (13% in più rispetto al 2010), da un pubblico curioso e più giovane di quello che si incontra ai festival di musica d’oggi. C’è aria nuova in Biennale. La cerimonia «Vogata rituale - Cultura in memoria» ha chiuso il programma di una settimana densa di proposte, quale meglio quale peggio, comunque imprevedibili: compositori da ogni parte del mondo che dominano l’elettronica con una disinvoltura impensabile fino a pochi anni fa, performer ed ensemble che usano tecniche strumentali e compositive inedite. Il titolo della Biennale Musica 2011 era «Mutanti», il filo rosso è dato da autori fuori dalle regole, che non stanno al loro posto, visionari che hanno anticipato i tempi o che portano il nuovo riflettendo sull’eredità del passato: autori russi mai eseguiti prima in Italia, orientali fantasiosi e tecnologici, si scopre quanta poesia e sarcasmo ci fosse nei Song di Harry Partch, vagabondo Usa che usava per testi i graffiti della metro; si scopre la ricerca fonetica di Kurt Schwitters, venti minuti di sonorità incredibili prodotte solo da voce e microfono. Si ammirano installazioni che sono arte e musica insieme. Poi c’è anche la musica di quelli che si conoscono da sempre, come Peter Eötvös premiato con il Leone d’oro, ma come riscoperti perché ricontestualizzati. Gli occhi della gente rivelano stupore. Al 4° e ultimo anno di direzione artistica, Luca Francesconi ha gettato la maschera, rivelando che la musica d’oggi, se esce dalle riserve elitarie in cui viene spesso relegata, è vitale e interroga le coscienze. Enrico Girardi