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 2011  ottobre 04 Martedì calendario

MILANO —

Il «processo Ruby» con rito immediato iniziato il 6 aprile a Silvio Berlusconi non si ferma, ma cammina pianissimo, con ultimo rinvio al 23 novembre. Quasi raggiunto dal processo con rito ordinario a Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti, ieri rinviati a giudizio al 21 novembre dal gup Maria Grazia Domanico per l’ipotesi di induzione e favoreggiamento della prostituzione della minorenne Ruby e di altre 32 ragazze alle feste del premier ad Arcore.

Nel processo al premier, le giudici Turri-D’Elia-De Cristofaro hanno respinto ieri la richiesta della difesa di sospendere il dibattimento in attesa che il 6 febbraio 2012 la Corte Costituzionale decida sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, sollevato dal Parlamento contro il gip e i pm di Milano sulla natura ministeriale o meno della concussione imputata al premier per le sue pressioni sulla Questura milanese, volte a far affidare a Nicole Minetti la minorenne di cui temeva potesse venire a galla la frequentazione nelle notti di Arcore.

Ma anche se in teoria il processo prosegue, poco ci manca che nell’ingorgo di udienze (il premier è disposto a concedere di norma solo i lunedì ai 5 procedimenti che ha in corso a Milano) e di problemi pratici (le giudici hanno aule e incastri di collegi disponibili solo il mercoledì oltre al lunedì) il ritmo del dibattimento sia prossimo alla siesta: soltanto per esaurire la fase procedurale della reciproca richiesta di prove, rinviata a sabato 22 ottobre per le deduzioni della difesa sui 10 faldoni illustrati ieri dal pm Boccassini, si arriverà infatti all’udienza di mercoledì 23 novembre. Sempre che fili tutto liscio.

Bisognerà infatti verificare se le proteste dei difensori per la fissazione di queste due udienze fuori dai soli lunedì (tutti già occupati ad esempio a novembre dal processo Mills) non sfocino nella raffica di «legittimi impedimenti» opposti ieri dall’intera squadra Berlusconi ai giudici del processo per frode fiscale sui diritti tv Mediaset che domani, come fissato da prima dell’estate, volevano celebrare la complicata rogatoria in videoconferenza da Montecarlo per l’interrogatorio di due testi stranieri, inseguita da due anni e perciò fissata eccezionalmente di mercoledì.

Qui, infatti, il presidente del Consiglio ha appena depositato un «legittimo impedimento» in cui adduce il dovere di un incontro con il presidente della Macedonia; i suoi onorevoli-avvocati Ghedini e Longo sollevano un contemporaneo «legittimo impedimento» come parlamentari impegnati in sessioni dalle quali potrebbe in teoria anche dipendere la tenuta della loro maggioranza; e pure il loro sostituto processuale, il professor Filippo Dinacci, ha un «legittimo impedimento» in processi ai quali non può mancare.

Nel frattempo, le giudici del processo a Berlusconi stavano negandogli la sospensione in attesa della Consulta del 7 febbraio, perorata da Ghedini e Longo sia per «una questione di opportunità», sia con il richiamo a due pareri pro veritate dei docenti di diritto costituzionale Nicotra (Catania) e Celotto (Roma), sia con il precedente nella stessa sezione del giudice Oscar Magi che aveva sospeso il processo Abu Omar in attesa della decisione della Consulta sul segreto di Stato. Ma le tre giudici hanno aderito al dato di legge che non contempla un caso simile tra quelli tassativi per sospendere un processo. E l’appello difensivo al «buon senso» di attendere febbraio? «Il Tribunale, soggetto soltanto alla legge, non può e non deve valutare questioni di opportunità».

L. Fer.