Paolo Di Stefano, Corriere della Sera 3/10/2011, 3 ottobre 2011
Certo, ne è passato di tempo da quando il giovane Luca Formenton accompagnò Giulio Bollati da Elsa Morante per una missione impegnativa e segreta: convincere la scrittrice, da sempre einaudiana, a passare alla Mondadori
Certo, ne è passato di tempo da quando il giovane Luca Formenton accompagnò Giulio Bollati da Elsa Morante per una missione impegnativa e segreta: convincere la scrittrice, da sempre einaudiana, a passare alla Mondadori. Quel giorno l’apprendista Formenton disse una frase di troppo che finì per compromettere tutto. Disse alla vecchia Elsa che in fondo anche Piero Chiara avrebbe meritato un Meridiano. Apriti cielo! «Già mi aveva accolto con sospetto, ma dopo quella frase mi tolse proprio la parola e non se ne fece più niente. Appena fuori, Giulio mi rimproverò: ma come cavolo ti salta in mente?». Oggi, a 58 anni e dopo una lunga esperienza alla guida del Saggiatore, non commetterebbe più quell’errore, ma non cambia idea: «Non ho mai apprezzato molto la Morante, invece ho sempre considerato Chiara un grande». Ride, Luca Formenton, figlio di Cristina Mondadori e nipote di Arnoldo. Ma il confronto a distanza non è con il nonno; è con zio Alberto, l’editore-poeta che fondò il Saggiatore nel 1958. «Se ho sofferto il peso della famiglia? Altroché! Solo adesso comincio a liberarmene: forse perché quest’anno pareggio i conti con mio zio». Diciotto anni durò il Saggiatore prima serie (Alberto Mondadori morì nel ’76); da diciotto anni dura la gestione di Luca. L’altra eredità impegnativa che si ritrova sulle spalle è quella di suo padre Mario, direttore generale e poi presidente della Mondadori fino alla morte, avvenuta nell’87. Nel frattempo è passata molta acqua sotto i ponti dell’editoria (compresa la guerra di Segrate, in cui Luca si trovò coinvolto) e della biografia professionale di Formenton: il tirocinio alla Feltrinelli, un master economico-commerciale a Harvard, l’esperienza formativa al Club degli Editori… Ora che ha le spalle abbastanza larghe e libere di eredità ingombranti, può prendere decisioni storiche, forse antistoriche. Com’è la scelta di fondare una collana di narrativa italiana (e non solo) dentro un catalogo essenzialmente saggistico com’è tradizionalmente quello del Saggiatore, l’editore di Lévi-Strauss, di Simone de Beauvoir, di Sartre, di Ernesto De Martino e di Giacomo Debenedetti. «Il progetto è partito mesi fa da un’idea di Giuseppe Genna». Alt. Bisogna dire due parole su Genna, altrimenti si rischia di non cogliere il senso di questo risiko culturale: Genna è uno sperimentatore per natura, militante inventivo del web (è suo il portale Clarence, è sua la rivista online Carmilla), consulente inquieto della grande editoria, scrittore fluviale pop-epico-metafisico. Si deve all’incontro con Genna, dunque, questa nuova creatura editoriale che in realtà non si vuole chiamare «collana» ma «insieme di libri che si parlano tra loro». Un progetto, si direbbe, se la parola usata nel mondo editoriale non rischiasse di sembrare ormai un ridicolo anacronismo. L’obiettivo è quello di ospitare «testi e autori considerati emblematici, significativi e potenti», sostituendo alla scala della bellezza quella dell’intensità. Formenton parla di «racconto della realtà contemporanea»: «E in questo — dice — c’è molta affinità con la nostra saggistica». Si parte con una creatura «geneticamente modificata», Altare della patria di Ferruccio Parazzoli. Non certo un esordiente, ma un settantacinquenne di grandi speranze, per molti uno degli ultimi maestri, al suo decimo romanzo: racconterà la prigionia di Moro, tra Satana e Cristo, con un finale nuovo rispetto alla redazione precedente (Adesso viene la notte, Mondadori 2008), una specie di fantasmagoria che si chiude in Transatlantico, nel senso di Parlamento italiano. Si prosegue con la riproposta di Last Love Parade di Marco Mancassola, nella consapevolezza che in certi casi non c’è niente di più (ingiustamente) inedito dell’edito (anche questo Mondadori, 2006): è un reportage, vissuto in primissima persona nel ricordo della propria adolescenza, dentro il mondo della musica techno e della gioventù del post-Muro. Ultimo testo della terzina sarà quello di un vero e proprio giovane esordiente, Gabriele Ferraresi, L’uomo che riuscì a fottere un’intera nazione. Titolo che evoca un famoso articolo dell’«Economist» e dietro cui si cela una sorta di thriller pulp e fantapolitico sui nostri anni ambientato tra Miami e Roma. Molta letteratura fantastica? «Sì, ma il fantastico non è estraneo alla tradizione illuminista della nostra casa editrice». Vecchi e nuovi titoli. Autori giovani o già ampiamente collaudati. Fiction o non fiction, poco importa. Realtà o meglio i fantasmi della realtà. Un rischio? «Un divertimento, prima di tutto. Oggi per un editore indipendente ogni scelta è rischiosa», dice Luca Formenton. Editore indipendente, editore di cultura si diceva una volta: «Oggi parlerei di editore di progetto senza vergognarmene: cioè un editore per cui il mercato non è il fine ma un mezzo». Cioè? «Un editore che non pensa necessariamente di fare un sacco di soldi ma che vuole divertirsi, un editore al quale interessa non tanto soddisfare un target ma proporre oggetti culturali che riescano a sintetizzare il reale, a inventarlo, come diceva Verdi». Anche nella saggistica? «Noi facciamo sempre più libri fortemente autoriali, anche se spesso sono commissionati: non testi accademici ma opere di riflessione, di denuncia e di studio in cui la narrazione sia preminente». Dunque, un doppio rischio, appunto: «Oggi ogni editore combatte per la visibilità in libreria. E in Italia è tutto più difficile, con i conflitti di interesse dei grandi gruppi che controllano l’intera filiera e fanno insieme l’editore, il distributore e il venditore di libri. Non c’è competizione inter pares: negli Stati Uniti sono cose proibite per legge». Ora però, con l’ebook e il commercio digitale, sarà tutto semplificato, almeno sul piano della promozione e della distribuzione: «Già adesso in rete il passaparola è importantissimo. Ma soprattutto, paradossalmente con la digitalizzazione, l’immagine e l’identità degli editori di carta tornerà a contare sempre di più, l’aspetto fisico del libro acquisterà più senso e più valore». Luca Formenton non nasconde l’orgoglio di certe scelte. Insegna da anni al Master di editoria della Sapienza di Roma, ha insegnato per la Fondazione Mondadori. Da lì sono venuti fuori alcuni collaboratori che rappresentano «la vera svolta» del Saggiatore, il nuovo nucleo generatore di idee: «Oltre ai libri ci sono le persone e io vedo in giro tanti giovani bravissimi. Li assumerei tutti…».