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 2011  ottobre 02 Domenica calendario

N el paese dei tappi, sulle alture della Gallura, raccontano che un giorno arrivò un «continentale» a cercare un certo Tamponi

N el paese dei tappi, sulle alture della Gallura, raccontano che un giorno arrivò un «continentale» a cercare un certo Tamponi. A Calangianus, gli risposero, sono tutti Tamponi. Guardate, insistette l’uomo, che questo Tamponi lavora il sughero. Risposta: a Calangianus tutti lavorano il sughero. Ma il mio Tamponi è un po’ pazzerello. A Calangianus, tagliarono corto, sono tutti pazzerelli. Non c’è storiella più azzeccata per presentare un paese di quattromila anime, che con il suo tasso d’occupazione al cento per cento (ancora oggi) e il secondo Pil pro capite d’Italia entrò a pieno titolo e senza sforzo a metà degli anni Ottanta tra i cento comuni della Piccola Grande Italia. E che oggi, per reggere il contraccolpo dell’invenzione del tappo a vite al silicone, s’è aperto un piccolo ufficio di corrispondenza a 11 mila chilometri di distanza, a Peng Lin, il distretto cinese del vino. Tre container sono partiti a fine luglio. «Tre visite noi, tre visite loro — spiega il sindaco Antonio Scano —. Qui si sono messe assieme 36 imprese. Sughero extra, buoni tappi per buon vino di una cantina da 15 milioni di bottiglie. Se i container partono è perché siamo risultati credibili. Pure se siamo microbi». I fenici navigarono fin sull’isola, nel cuore della Gallura, una terra fatta di mare, pianura, collina, montagna, zone coltivate e lande deserte, per estrarne l’ossidiana, malleabile, preziosa: l’oro nero. I romani bruciarono le piante per fare scorta di cenere; i toscani fecero strage di lecci, per le carbonaie. E quando nacque la ferrovia, i boschi di qui fornirono legni per le traversine. Nel 1851, in questa terra di pastori, arrivarono i francesi ad approvvigionarsi nelle foreste di quercus suber naturali, a scortecciare le piante che resistono agli incendi: «Si estraeva qui, si lavorava in Francia — racconta Lucio Uda —, tappi per champagne. Finché un calangianese pioniere, Marco Corda, non andò a imparare». E iniziò la fortuna del paese, che tenne l’oro morbido tutto per sé. A inizio Novecento ci sono i Corda, i Giua, i Deidda che fanno scuola. I compiti sono divisi: chi estrae, chi diventa artigiano e lavora la corteccia fino alla finitura. E da allora non c’è cortile senza montagne di corteccia accatastata, dove il sughero si «stringa», s’asciuga e si distende, e dal colore rosso passa al grigio; dove d’estate e d’inverno la pioggia lo purifica dei batteri, delle muffe, dei tannini, quei composti polifenolici tanto utili per conservare il legno dall’umido ma che solo i pittori temono più degli enologi (quando il vino sa di tappo), capaci come sono di combinazioni chimiche che alterano colori e sapori. In una delle duecento e passa fabbriche (dove si produce il 95% del sughero nazionale e dove arriva per essere lavorato sughero a tonnellate da Corsica, Portogallo, Toscana e Marocco), alle tre di un pomeriggio puoi incontrare Mario Columbano, classe 1920, che staccandosi a fatica dalla macchina conta-tappi t’accoglie con un: «Chi non lavora, muore». Oggi, a 91 anni, è in fabbrica, la sua fabbrica; ieri, nel laboratorio artigiano sotto casa, dove anche la moglie scendeva a lavorare; prima ancora, da bambino, nelle sughère ad estrarre l’«oro morbido» dalle querce secolari. «Sùaru è la vita dei calangianesi», dice con un gran sorriso nella faccia tonda senza rughe, mentre mostra il vecchio decimetro, che s’usava un tempo per misurare i tappi da bottiglia. Tappi dai nomignoli bizzarri, a decifrarne il grado di porosità e, di qui, la perfezione: tuppettu, rotolino, mazzoletto, tre quarti, mezza macchina, ardita. Paesino «svizzero» Calangianus, il paese di frate Bonaventura, evocato dalla Deledda in Canne al vento. Dove la gente si sente «al centro d’un continente», in consiglio comunale non c’è opposizione, le strisce pedonali sono azzurre, la raccolta della spazzatura è porta a porta, il Museo del Sughero (modernissimo e multimediale), nel vecchio convento dei frati Cappuccini, l’han fatto tutti assieme, donando chi la timbratrice, chi la levigatrice o la plancetta, la stabilia, la grande vasca per la bollitura del sughero, la forza delle braccia. Ci si arriva macinando da Olbia quaranta chilometri di una strada stretta e tutta curve, che si apre dentro una foresta dove querce secolari sembrano danzare, con i loro tronchi color mattone appena scortecciati e sopra, lungo i rami, il sughero maschio, grigio e coperto di muschio a nord. Querce, alberi di piru arestu (pere selvatiche), mirto, agrifoglio. E le rocce di granito lavorate dal vento e dalla pioggia fino ad assumere la forma di sculture naturali. Boschi dove si raccolgono funghi ovoli e reali. A fine luglio, la sagra del bovino, l’ultimo sabato d’agosto gnocchi e pecora. Gente di montagna che sa cosa vuole e che dove correva il binario (unico) del treno ha costruito la promenade. E nell’immenso bacino della diga del Liscia (110 milioni di metri cubi d’acqua) — quella voluta nel ’57 da Antonio Segni, quand’era ministro dell’Agricoltura —, pesca le trote, va in canoa, e propone il windsurf allo straniero. Lo sbarramento di 70 metri ha strappato dalla siccità la Costa Smeralda e alla gente di qui ha tolto le anguille che risalivano dal mare. Ma ha lasciato una piccola Avatar, quella degli olivastri millenari, 3.500 anni uno, 2.500 l’altro. Gli alberi più antichi d’Europa, meta di studiosi e pellegrinaggi. Un miracolo nella terra tormentata dagli incendi. Perché qui, in questa fascia di terra, «non ce ne sono mai stati». Questo paesino fu scelto da Cossiga come prima tappa della sua campagna elettorale nell’83. Qui è dove non si butta niente. E dove un giovane artigiano, Antonello Meloni, brevettò (era il ’79) il tessuto-sughero e non si è più fermato: poi è arrivato il sughero-carta, lieve come le ali di una farfalla, il tessuto non tessuto, leggero caldo e indistruttibile, la polvere che diventa blocco di marmo per incisioni e portapenne. E i vicini corsi oggi chiedono solo le sue serigrafie. Nei boschi, tra maggio e agosto, puoi vedere all’opera i bucadori, artisti dell’accetta che spogliano il tronco del suo abito scuro e poi se lo caricano a spalla. Rito che si ripete ogni undici anni, solo quando la pianta ne ha compiuti 30. «D’estate, perché con il caldo la corteccia si stacca meglio», spiega Roberto Sotgia, quarta generazione nella produzione di tappi per le migliori cantine nazionali. Non c’è sughero uguale all’altro. Da qui escono ogni giorno 4 mila tappi extra lusso per Tignanelli e Sassicaia. Li ritaglia Natalino, quadrettaio da 30 anni, a occhio, non gli serve il decimetro. Precisione chirurgica. Diciottomila per Montepulciano, Chianti, Nobile. Tappi su misura del cliente, da 6 a 70 cent al pezzo. Con la «tracciabilità» fino alla foresta: «Se una cantina ha un problema, si elimina la foresta». Dalla produzione ovviamente. Il sughero riposa un anno al sole e alle intemperie, poi è bollito, selezionato, lavorato, essiccato. Tutto si recupera. Anche le polveri, accatastate nei silos e poi bruciate, per dare vita a nuove bolliture. Piogge d’estate, neve d’inverno. E c’è pure la nebbia a Calangianus, la nebbia densa che a tratti sale dalla grande diga. E arriva fino alla tomba dei giganti, la forma più monumentale delle sepolture nuragiche, con l’esedra al fronte e grandi pietre piatte conficcate verticalmente nel terreno, al centro di un bosco di sughere, alle falde settentrionali del Monte di Deu. Che, si racconta, sia luogo di mistero e dalle influenze benefiche.