Antonia Jacchia, Corriere della Sera 2/10/2011, 2 ottobre 2011
MILANO —
Dopo tante manche a favore della Cina, sulla scacchiera delle «Terre rare» questa volta ad avere la meglio sono le multinazionali, decise a non dipendere più dallo strapotere di Pechino che ne detiene il quasi monopolio. E il risultato è un crollo dei prezzi di minerali preziosi come il lantanio e il cerio, che dopo aver toccato le stelle (creando una bolla speculativa) sono destinati a scendere anche del 50% nei prossimi 12 mesi. L’indice delle «terre rare» di Bloomberg è calato del 43% nel trimestre scorso (trainato da un declino del 61% di Quest Rare Minerals, la compagnia mineraria che ha sede a Montreal, Canada).
La necessità aguzza l’ingegno. Preziosi come il pane per l’industria del futuro (iPod, laptop, auto ibride, turbine eoliche e tutta l’automotive) gli elementi rari sono prodotti in gran parte dalla Cina (per il 97%) che ha cercato di mettere nell’angolo le grandi multinazionali con decisioni a dir poco protezionistiche: nella primavera dello scorso anno ha alzato i dazi all’export del 25% e a luglio ha tagliato le quote delle vendite all’estero del 72% per il 2010. Con l’obiettivo di obbligare il resto del mondo ad accettare le proprie condizioni: non solo un trasferimento netto di capitali dall’Occidente verso la Repubblica Popolare, ma anche di lavoro e segreti industriali costringendo i big ad andare a produrre nella Repubblica Popolare.
I primi a ribellarsi sono stati i colossi giapponesi dell’elettronica (come Hitachi) e dell’automotive (Toyota) che, forti del loro «know how», in ricerca e sviluppo hanno cercato alternative. Hitachi, che usa 600 tonnellate di terre rare l’anno, ha avviato un processo di riciclaggio di elettrodomestici da cui estrae i minerali preziosi: pensa di soddisfare in questo modo il 10% del suo fabbisogno entro il 2013. E Toyota per le sue auto elettriche, secondo Bloomberg, ha deciso di ridurre l’utilizzo di neodimio (il cui prezzo è destinato a scendere del 15%) e di lantanio nei propri veicoli, realizzando vetture con motore a induzione (che fa a meno di terre rare) al posto di quello a magnete fisso.
Una decisione analoga è stata presa da General Motors, la più grande casa di produzione d’auto americana, che ha in programma per il prossimo anno la vendita della Chevrolet Malibu Eco con motore a induzione, tagliando sui magneti (e quindi sulla grande quantità di terre rare di cui hanno bisogno). Non solo auto. General Electric svilupperà pale eoliche con un utilizzo ridotto di terre rare.
La parola d’ordine è il risparmio. Per tutti. Anche per le raffinerie che utilizzano il lantanio per migliorare la qualità della benzina estratta dal petrolio. E così, Bloomberg cita l’esempio di W. R. Grace & Co, un gruppo chimico Usa, che ha cominciato a vendere un catalizzatore in grado di ridurre l’utilizzo di terre rare.
In realtà queste materie prime del futuro non sono un’esclusiva della Cina dove si trova «solo» il 37% delle riserve conosciute dei «famosi» 17 elementi. Il resto (secondo un rapporto dell’amministrazione di Washington) è per il 18% nell’ex Urss, per il 12% negli Stati Uniti. Ma la Russia non ha i mezzi per l’estrazione e fino a ora l’America l’ha bloccata, in nome della tutela ambientale. I minerali rari sono spesso associati a sostanze radioattive che inquinano la falda circostante la miniera. La lungimiranza del governo di Pechino nello sfruttamento del sottosuolo coincide anche con una scarsa attenzione verso l’ambiente e la salute dei propri minatori. Ma il risparmio e l’apertura di nuove miniere di terre rare in Australia e anche negli Usa (California) finiranno con l’erodere il monopolio cinese.
Antonia Jacchia