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 2011  ottobre 02 Domenica calendario

è Perugia un ragazzo singolare, Daniel Harding. Si può essere ragazzi a trentasei anni? Harding lo è: minuto, flessuoso, con sfumature di tratti fauneschi

è Perugia un ragazzo singolare, Daniel Harding. Si può essere ragazzi a trentasei anni? Harding lo è: minuto, flessuoso, con sfumature di tratti fauneschi. Un inglesino dall´incarnato pallido e del fortunato genere antropologico che non invecchia. Quanto alla singolarità, in lui equivale a un fatto di contrasti armonizzati tra di loro: basta ascoltarlo parlare. Daniel si esprime da musicista di profonda esperienza, con una capacità di ponderare e analizzare che stride con l´aspetto giovanile. Ha un piglio di sapienza navigata e un senso lucido della vita e delle cose, il che non contraddice la sua ironica leggerezza. Conscio dell´impegno culturale ed emotivo del suo mestiere di direttore d´orchestra, sa tuttavia percorrere zone volatili e sciolte, infervorarsi per David Beckham, Martin Scorsese e il presidente Obama, conversare con amenità di calcio e del suo tifo veemente per il Manchester United («quest´anno, quando ha vinto il campionato in Inghilterra, è stato per me un delirio di felicità»). Ipotizza che, se fosse un calciatore, giocherebbe da centrocampista: «A volte, in partite amatoriali, sono stato in difesa, ma non ho la robustezza sufficiente per questa posizione: non posso contrastare gli avversari. Se si ha un formato fisico come il mio, urge inventarsi un gioco creativo». Una creatività che sul podio diventa un appiglio, una mobilità guizzante, una prontezza di lettura limpida e decisa. C´è poi il suo culto del volo e degli aerei: caratteristica, probabilmente, connessa alla sua natura di lievità. Quando dirige, il braccio è nitido e forte. Fraseggia per linee fulminee e vitalissime, che tracciano segni smaglianti. Eppure la fisicità è quella di un fuscello, come se potesse volare via da un momento all´altro. «Guidare aeroplani è per me una sfida esaltante», racconta. «Ho un amico pilota a Stoccolma, e a volte mi capita di fuggire dai miei impegni per andare a volare con lui. In più, quando prendo aerei di linea, il che mi accade di continuo per lavoro, non smetto d´interrogarmi sui loro fascinosi ingranaggi». Incoronato da una carriera precocissima e scandita con una galoppante densità di conquiste, Daniel Harding è un maestro di assoluta serie A, con contratti di conduzione stabili alla London Symphony, all´orchestra sinfonica della Radio Svedese e alla Mahler Chamber Orchestra. Inoltre è solido il suo rapporto con la Filarmonica della Scala, dov´è il secondo direttore più presente in stagione dopo Barenboim, e con l´orchestra milanese con cui ha appena compiuto un´applauditissima tournée, con puntate a Linz, Praga, Stoccarda e Perugia, città nella quale si svolge il nostro incontro. Tra le formazioni di cui è regolarmente ospite spiccano la Filarmonica di Vienna e i Berliner Philarmoniker, con questi ultimi debuttò in concerto nel ´96, a poco più di vent´anni, meritando la fama di direttore più giovane nella storia della leggendaria compagine tedesca. «Sono loro l´ultima grande macchina sinfonica», sostiene riferendosi ai Berliner, «formidabili per la compattezza e per il modo di suonare integro e puro». Quanto alla Filarmonica di Vienna, regina delle orchestre di tradizione in Europa, «la dirigo da sette anni, e non ha paragoni. I suoi musicisti sono così bravi che un direttore, quando si confronta con loro, deve dimenticare l´ansia del controllo, tuffandosi in una specie di sospensione zen. Bisogna accettarne la prodigiosa flessibilità musicale e sintonizzarsi con il loro respiro. Se si riesce a farlo, si avrà davanti un´orchestra che raggiunge livelli ai quali nessun´altra al mondo è in grado di arrivare». D´indole risoluta, Harding colse fin da bambino la propria vocazione. Aveva undici anni quando diresse i suoi compagni di scuola in un programma di canti folcloristici inglesi, e oggi narra che «l´esito fu a dir poco vergognoso, ma mi fece cogliere tutto l´eccitante fascino di quell´attività». Decise quindi d´iscriversi a una scuola di musica di Manchester, scegliendo come strumento la tromba: «Intanto a casa, guardando in tivù i concerti diretti da Claudio Abbado, fantasticavo su un mestiere che mi pareva il massimo della vita. Sogno anomalo per un ragazzino che cresceva a Manchester, città delle più famose band del pop inglese». Qualche incauto docente gli suggerì che, per dirigere sul serio, avrebbe dovuto aspettare fino ai quarant´anni, e lui, disperato per l´inaccettabile prospettiva dell´attesa, formò una piccola orchestra con un gruppetto di compagni, «per fare musica di domenica o dopo le lezioni, in uno spassoso clima underground o da clandestini. Preparammo il Pierrot Lunaire di Schönberg, che incidemmo su un nastro per spedirlo a Simon Rattle, attuale direttore dei Berliner Philharmoniker e all´epoca guida dell´orchestra di Birmingham. Gli parve una tale follia che dei teenager si riunissero nel tempo libero per suonare Schönberg, che m´invitò subito a Birmingham, dove sarei divenuto presto il suo assistente». Scatta così la travolgente ascesa del "maestro ragazzino", alimentata dalle collaborazioni prima con Simon Rattle e poi con Claudio Abbado («incontro fondamentale e stimolante»), e ricca di approdi importanti, dal lancio internazionale del ´98 al Festival di Aix-en-Provence, con un Don Giovanni di cui Abbado volle dividere le repliche con lui (in un avvicendamento che lo consacrava al suo stesso livello), all´Idomeneo diretto alla Scala nel 2005, quando fu il primo a tenere le redini di un´apertura di stagione scaligera nell´era post-Muti. E alla Scala, divenuta un suo teatro «d´affezione», è tornato per opere quali Salomè e l´accoppiata verista Cavalleria Rusticana e Pagliacci. E d´ora in poi vi sarà presente in ogni stagione lirica. Considerato a lungo «il direttore giovane» per antonomasia, in questi ultimi anni Harding, che ha avuto due figli dalla violista francese Béatrice Muthelet, dalla quale ha divorziato di recente (e proprio per restare accanto ai figli ha tenuto il suo riferimento abitativo a Parigi), è planato nel tempo della maturazione. È un passaggio delicato: dal vigore elettrizzante della gioventù, sta entrando in una fase di pienezza e conferme. «Prima ero un ciclone di energia. Avevo uno scatenato entusiasmo e un sacco di programmi prefissati, nel senso che ciò che più m´interessava era dare vita, musicalmente, alle mie immagini di una certa composizione. Ora so che l´intensità deve scaturire dai musicisti, perché se il direttore mette nell´esecuzione troppo di sé, rischia di togliere spazio a loro. Mi piace, quando lavoro con un´orchestra, provare a capire le sue più autentiche connotazioni ed esplorarle. Sono diventato più calmo, il che mi permette di fare sì che il gruppo dia il meglio di sé. Se monti un cavallo, non devi essere tu a saltare sull´ostacolo, ma mettercela tutta per indurlo a saltare bene, motivandolo quando lo raggiunge». Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole far il direttore? «Difficile essere onesti con se stessi in questo strano e ambito mestiere, che esige un realismo spietato. È un campo in cui il talento nasce da motivi in parte misteriosi. Però, osservando un giovane sul podio, so capire in venti secondi se potrà diventare bravo. Non parlo di questioni musicali, ma di un´abilità fisica e di braccio. Bisogna comunque avere un occhio e un orecchio addestrati per rendersi conto di certe doti: in pochi, assistendo a un concerto, comprendono quanto di ciò che sentono dipende dal direttore e quanto dall´orchestra». Se Daniel scoprisse un giovane "predestinato" come lo è stato lui, cosa gli direbbe? «Che si deve preparare all´inevitabilità della solitudine del podio. Osawa, quand´era mio insegnante a Tanglewood, mi avvertì: in futuro ti sentirai molto solo. In effetti oggi per me è così. Anche se fai ottanta concerti l´anno, ogni volta, finita la serata e presi gli applausi, torni in albergo e ti fai un mucchio di domande angoscianti sui vari passaggi dell´esecuzione. Ti agiti, ti arrovelli, metti in dubbio i risultati… E nessuno può placarti». Le nuove tecnologie possono aiutare la musica o rischiano di soffocarla? «Diffondono conoscenze e opportunità. Credo che il mondo possa diventare più aperto e democratico grazie alla facilità con cui oggi si condividono informazioni. E per esempio trovo favoloso sapere che, se voglio ascoltare la Quarta Sinfonia di Brahms per mio piacere o perché devo studiarla, e quel giorno sono a Shanghai, posso andare su Internet e su iTunes, e ottenerla in un minuto nell´interpretazione di Furtwängler. O che posso seguire in tempo reale Claudio Abbado mentre dirige Das Lied von der Erde a Berlino, e io sto seduto davanti al mio computer a molte centinaia di chilometri di distanza».