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 2011  ottobre 02 Domenica calendario

Testa o croce: l´industria hollywoodiana, esattamente cent´anni fa, nasce da un tiro a sorte. È realtà, non leggenda

Testa o croce: l´industria hollywoodiana, esattamente cent´anni fa, nasce da un tiro a sorte. È realtà, non leggenda. I vertici della Centaur Co., società produttrice di film con sede in New Jersey, cercano un luogo dal clima mite in cui girare western. Al Christie, direttore generale, propone l´area di Los Angeles; David Horsley, proprietario dell´azienda insieme al fratello William, preferisce la Florida. Decidono di risolvere la disputa lanciando una monetina: vince la prima opzione. E così, il 27 ottobre 1911, vengono inaugurati i Nestor Studios, in un edificio all´incrocio tra Sunset Boulevard e Gower Street. Una ex locanda in affitto per 40 dollari mensili. Un piccolo passo nel mercato immobiliare locale, un grande passo nella storia del cinema. Perché la fabbrica dei sogni nasce proprio lì. Certo, nella zona si giravano pellicole già dall´anno precedente (la prima è Old California di D. W. Griffith, 1910). Ma è solo con l´apertura di uno studio strutturato, organizzato, che Hollywood si trasforma da location casuale in "sistema" su vasta scala. Infatti alla prima casa di produzione ne seguono altre. Nel 1912, arriva la Universal: un marchio forte con cui i Nestor più tardi si fondono, formando un grande agglomerato che sopravvive ancora oggi. Ciascuna compagnia, poi, si specializza: nei kolossal epici la Paramount; nei gangster movie e noir la Warner Bros; nella valorizzazione dei divi sotto contratto la Mgm, il cui slogan diventerà «più stelle che in cielo»; nelle opere d´autore Rko e Columbia; nei musical la 20th Century Fox. Diventate major, tutte si espandono sul territorio, creando cittadelle con uffici, magazzini, set più o meno improbabili. Tanto per avere un´idea, Cecil B. De Mille gira le scene più spettacolari de I dieci comandamenti nel parcheggio della Paramount. Potenza dell´illusione. E della finzione: una scritta del 1931, all´esterno di un teatro di posa, avverte che «in caso di pioggia le sequenze di pioggia vengono rimandate». In pochi anni, insomma, Hollywood - luogo californiano in cui, secondo la vecchia boutade del comico Fred Allen, «vivi benissimo, ma solo se sei un´arancia» - cambia pelle. Dominando l´immaginario globale, passa dalla geografia al mito. Non più sobborgo, ma simbolo potentissimo. Incarnato dall´enorme insegna presente dal 1923 sulla collina (in origine "Hollywoodland", poi le ultime lettere spariscono). Nel frattempo, il business diventa milionario: a gestirlo sono i mogul, i boss degli studios. Avventurieri di umili origini, spesso ebrei, che cercano fortuna a Ovest. Louis B. Mayer, Jack Warner, Adolph Zukor, Harry Cohn: aspetto rozzo, sigaro in bocca, sono uomini duri, cinici. Ma senza il loro intuito, i capolavori anni Trenta-Quaranta - classici alla Via col vento o Casablanca, film coraggiosi come Scarface o Frankenstein - non sarebbero mai stati realizzati. E le star non sarebbero mai diventate tali. «Dio ha creato le stelle, io le ho solo protette», spiegò ironicamente uno di loro, Samuel Goldwyn. Uno secondo cui «per fare cinema non c´è bisogno di essere folli: ma certo aiuta». Intanto le produzioni prosperano, i divi dei film americani sono ormai oggetto di adorazione planetaria. L´epoca pionieristica termina nel 1927, quando scoppia la rivoluzione del sonoro: passaggio cruciale, raccontato col sorriso in Cantando sotto la pioggia di Stanley Donen, e con feroce ironia da Billy Wilder in Viale del tramonto, con la stella del muto Gloria Swanson incapace di adattarsi al parlato (battuta cult: «Io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo»). Dal 1934 comincia la cosiddetta epoca d´oro: escono pellicole di qualità eccezionale, girate da giganti come John Ford, Howard Hawks, Alfred Hitchcock. Sono loro a vincere la battaglia per avere «il nome sopra il titolo», e cioè il riconoscimento che il vero artefice di un film è il regista, non il produttore. A condurre la rivendicazione è Frank Capra: «Non seguire una tendenza, creala», il suo motto preferito. Grandi personaggi, grandi film. Ma l´età felice è destinata a finire: l´avvento della tv, la crisi anni Sessanta e Settanta, provocano la fine del sistema "classico". I Nestor Studios sono spariti, al loro posto c´è il palazzo della Cbs. Oggi le major hanno i nomi di allora, però sono parte di imperi globali della comunicazione: la Warner nel colosso Time-Warner, la Universal è fusa con la Nbc, la Paramount è in Viacom, la Fox è di Rupert Murdoch. Parole d´ordine: fare incassi di centinaia di milioni, garantire dividendi, rischiare meno possibile. Eppure, nel mare di sequel, remake e 3D dei nostri tempi, la capacità di emozionare il pubblico resiste. Come spiega uno di quelli che ancora oggi sa far sognare, Tim Burton, «stare in una sala buia e vedere qualcosa avrà sempre il suo fascino».