Angelo Aquaro, la Repubblica 2/10/2011, 2 ottobre 2011
L´ultimo italiano di Little Italy ha 81 anni e una teoria: la fine di tutto è cominciata «quando l´apparecchio si prese al building e fu un rumore che se ne andò pure la televisione
L´ultimo italiano di Little Italy ha 81 anni e una teoria: la fine di tutto è cominciata «quando l´apparecchio si prese al building e fu un rumore che se ne andò pure la televisione. Il fumo arrivava dentro casa e noi avevamo da girare con le mascherine. La gente si prese paura. E tanta se ne andò». Dietro a ogni mito si nasconde una verità. E verrebbe da credergli a Danny Faele quando racconta la fine del suo mondo: imbottigliata - come la nave che lo portò fin qui 64 anni fa - nella fine del mondo come lo conoscevamo. Per la verità Little Italy aveva incominciato a morire molto prima del giorno in cui nulla fu più come prima: ma incastonato nel male assoluto dell´11 settembre forse il male minore oggi fa - appunto - meno male. Wong, Kaye, Roska, Chin, Mayorha, Foulkrod. Il citofono sembra l´elenco di giochi senza frontiere: e la chiamavano Little Italy. Avranno mica ragione i ragionieri del Census? Nel 1950 più della metà dei newyorchesi che vivevano qui erano nati in Italia. Nel 2000 gli italiani erano solo il 6 per cento. Oggi non sono riusciti a trovare nemmeno un povero cristo nato oltreoceano e cresciuto qui: in questa Piccola Italia che è sempre più la Piccola Grande Cina. Poi sul citofono il nome italiano spunta: D. Faele. Driiiiin. «Who is it?». L´aveva detto Giuseppe: basta bussare. Il quartiere che muore è tutto un cimitero di "ultimo". L´ultimo barbiere italiano, Sal Cangelesi, al 209 di Mott Street. L´ultimo macellaio italiano, Moe Albanesi, al 238 di Elizabeth Street. L´ultima pizzeria italiana, Ray´s Pizza, sotto sfratto al 27 di Prince Street. E al 160 trovi ancora la Vesuvio Bakery risorta solo grazie all´amore di un pasticciere francese: Maury Rubin. Giuseppe Palmiotto invece è l´ultimo vero salumiere italiano. E per questo un´istituzione vivente in quest´istituzione centenaria, al 188 di Grand Street, che è il caseificio degli Alleva, la famiglia che insieme ai Di Palo - lì al civico 200 - ha iniziato New York ai misteri della mozzarella. «Mozzarelle, scamorze, salumi. Per la gente del posto era spesa quotidiana» dice Giuseppe, che qui conosce tutti e viene da Giovinazzo, lo stesso paese dei Faele. «Adesso sono soprattutto turisti. E cinesi: i migliori clienti». Grosso guaio a Little Italy: i cinesi sono l´incubo e la benedizione. La calata dei gialli ha cacciato i nostri visi pallidi. «Ma oggi sono nostri alleati: i veri nemici sono diventati i signori delle boutique di Nolita dietro l´angolo» dice Ernie Rossi. Suo nonno Ernesto veniva da Napoli ed era un autore famoso: «Conosce ´A cartulina ´e Napoli?». Qui diventò stampatore: «Il primo vinile d´Italia fu realizzato dalla Phonotype cofondata da mio nonno». Oggi l´impero dei Rossi è concentrato in questo negozio di italianità su Grand Street. Ernie vende di tutto: dalla Settimana enigmistica al busto di Mussolini. Ma la vena non è esaurita. Su YouTube fluttua la sua ultima canzone: Fa l´amore con te. «In italiano scrivo soltanto i titoli: quanto mi piacerebbe parlarlo di più». Entra una cinese: «Ce l´ha l´adesivo di Padre Pio da cruscotto?». Ormai alle feste di quartiere sfilano insieme: il carro di Cristoforo Colombo e quello di Marco Polo. E insieme italiani e cinesi combattono contro le boutique di Nolita: che vorrebbero chiudere la festa di San Gennaro perché i terroni con le mani sporche di torrone poi imbrattano gli abitini. «Non lo dica neppure quel nome: Nolita non esiste!» si inalbera Emelise Aleandri. «North of Little Italy è un non-luogo inventato per toglierci la terra sotto i piedi». Su questo intreccio di strade la studiosa ha scritto due libri e sul decadimento ha una teoria più strutturata di quella del buon Faele. «La data è il 1924. Little Italy comincia a morire quando gli Usa limitano i flussi. Non ci sono più le grandi ondate. E poi gli italiani si spostano verso le altre Piccole Italie: meno insalubri di questo ghetto scelto prima dagli irlandesi e poi dagli ebrei perché c´erano le fabbriche e le case costavano poco. Vanno a East Harlem, Bensonhurst, Staten Island». La fine del grande flusso e poi la guerra e l´industrializzazione italiana: con i più poveri che invece di attraversare l´Oceano cercano il Nuovo Mondo nelle fabbriche del Nord. Little Italy si cristallizza in una cartolina che è lo specchio di un´Italia che non esiste più: e che oggi guarda dall´alto in basso i cugini poveri che non sono diventati lo zio d´America dell´immaginario. Ottobre come ogni anno sarà il mese dell´Italian Heritage. E come ogni anno i Sons of Italy spediranno un invito per la loro celebrazione all´illustrissimo console italiano a New York. Che come ogni anno spedirà quaggiù uno dei suoi tanti sottopancia. Little Italy morirà? Ernie ha un´altra teoria ancora e un´altra data. È il 1972 quando davanti all´Umberto´s Clam House di Mulberry Street - dove al civico 300 c´era il "Precint" in cui nel 1895 il commissario Theodore Roosevelt nominò sergente Joe Petrosino - fanno secco Joe Gallo. La morte del boss sarà celebrata perfino nella Joey di Bob Dylan. È l´inizio della fine: anche di certa mafia che qui dettava comunque una legge. Di quell´anno è pure Il Padrino. E Little Italy diventa una piccola Disneyland: «Prima chi li aveva mai visti tutti questi ristoranti? C´era solo Angelo´s». Anche Ernie si è sposato ed è andato a vivere altrove. Come tutti. Come Martin Scorsese che quando svernava tra Elizabeth e Prince Street pensava ancora di farsi prete: e poi a Little Italy dedicò Italianamerican. Case troppo piccole, prezzi troppo alti. Ma è inutile piangere su se stessi: perché sono stati gli stessi padroni italiani ad aver cacciato gli italiani - vendendo ai cinesi. Come il dottor Jerome Stabile III: l´ultimo erede di una dinastia che qui aprì perfino quella Banca Stabile oggi sede dell´Italian American Museum sempre chiuso. Danny Faele, l´ultimo italiano, resiste solo perché «ho la rent bloccata: nel ´55 pagavo 40 dollari, oggi sono 700 ma questo di accanto paga tre volte tanto». La moglie Lina fa un caffè nero che arriva da un´altra epoca e Danny ricorda quando «dopo una giornata passata alle costruzioni scendevi: e ti sembrava di stare al paese. Lo scopone, il tressette. E alla radio Luciano Tajoli». E oggi? «Oggi la Piccola Italia è diventata tanto piccola che non si vede più dove sta».