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 2011  ottobre 02 Domenica calendario

FRANCESCO MERLO, LA REPUBBLICA 30/9/2011

Ora che abbiamo visto Lavitola in tv sappiamo che Berlusconi è riuscito a degradare anche l´uomo nero in ometto nero. Nel ruolo di diavolo italiano non ci sono più i Calvi e i Sindona ma il malandrino piccolo piccolo, allo stesso modo in cui la donna fatale – Anita Ekberg, per dirne una – è stata soppiantata dalla donnetta fatale – Ruby e la Began, per dirne due.
Ed è già partito sulla stampa di "casa Berlusconi" il tam tam dell´elogio del mascalzone. Lavitola è l´idolo nascente della bricconeria come stile di vita, molto più del vecchio Briatore, è il nuovo Jean Paul Belmondo della patacca, la simpatica canaglia, il bravo ragazzo per male e non solo perché ha saputo tenere testa ai cronisti giudiziari con la sua aria da impunito, la cartellina verde e i dettagli di scena preparati con l´avvocato.
Ma ci si può estasiare per la "normalità" con cui Lavitola affronta temi come la latitanza a Panama, l´origine e il destino di tutti quei soldi chiamati "foto", il codice malavitoso adottato con Berlusconi, le accuse di avere pagato Tarantini perché mentisse ai giudici?
In realtà Lavitola, con la sua allegria e la sua disinvoltura sfrontate, ribadisce la trionfante normalità italiana: la normalità di convivere con le deiezioni, la normalità della monnezza, la normalità della festa del boss per le strade di Napoli… Rendere normale il delitto è un altro delitto, ed è definitivo perché, dopo il delitto, l´onestà diventa noiosa. Davvero sono normali la satiriasi del vecchio potente e la prostituzione pagata con pezzi di Stato? Davvero è normale Lavitola?
«Ma lei che mestiere fa? » gli ha chiesto Carlo Bonini e, detto fatto, «il pescivendolo» ha risposto, e subito si è messo a magnificare la sua merce: un foglietto illeggibile ma "vivo" come le sogliole e i crostacei, un tabulato telefonico incomprensibile ma "sostanzioso" come il salmone e il baccalà. Vaghezza e imprecisione sono le risorse della tv e delle fiere, e sono i vecchi trucchi berlusconiani come il contratto con gli italiani nella pescheria di Vespa. Agitando davanti alla telecamera una carta qualsiasi si arriva alla gag irresistibile della prova inconfutabile che scagiona perché non c´è: «Vedete» dice, ma non si vede nulla «in quel giorno e a quell´ora ho fatto la telefonata che raccontava tutta la verità». Si sa che c´è una grande sintonia tra furbizia e stupidità, si sa che si ingravidano a vicenda. Dunque il telespettatore berlusconiano cade nella botola del luogo comune antigiustizialista quando Lavitola chiede: «Perché i magistrati non hanno esibito la telefonata-prova della mia innocenza?». E nessuno ride: "la prova che non c´è" in tv è un falso sì, ma autentico. È come l´attore che si sazia mangiando da un piatto vuoto.
La sola cosa che si capisce è che Lavitola ha in mano Berlusconi e crede di potere imbrogliare il mondo perché imbroglia lui, sa di essere migliore di lui e sa anche che è lui il suo salvacondotto, in suo nome intorta capi di Stato, ministri, manager pubblici e certo devono essere andati in solluchero, che so?, Verdini e Previti, dinanzi a quella faccia da schiaffi che sembra l´evoluzione ammorbidita delle loro facce, riedizione incanaglita del Superbone, vecchio fumetto del Monello: «Io non sono scemo» ripete Lavitola proprio come ripeteva quello. E ancora: «Berlusconi è tutto tranne che scemo». Di Tarantini invece: «È un poco fesso».
Passare per scemo è la sua ossessione e per grazia fisiognomica ha le sopracciglia unite dell´intelligenza istintiva. C´è stata, nell´Italia dei diavoli, la faccia tormentata di Bruno Contrada, ad esprimere la complessità del Paese. Ora c´è la faccia rotonda e primitiva di Lavitola che non rivela né rimorsi né rimproveri, è la faccia paffuta che sta per diventare la nuova bandiera degli spavaldi ribaldi e ricchi del berlusconismo, quelli che gli scemi siamo noi. Lo scemo è Libero Grassi e non Brunetta, lo scemo è don Milani e non la Gelmini, lo scemo è il contribuente e non l´evasore, lo scemo è il drogato e non lo spacciatore, lo scemo è il pesce e non il pescivendolo. È questo il mondo sottosopra di Lavitola. Elogiarlo non è allegria e non è goliardia ma è solo una versione da mezzacalzetta del maledettismo, della trasgressione e del dannunzianesimo politico.
E forse hanno esagerato i colleghi a contrapporre cavilli a cavilli: il famoso formalismo giudiziario è tanto utile ai pm per incastrare quanto agli avvocati per imbrogliare e scagionare. Insomma la tecnicalità e i dettagli giudiziari hanno reso noiosa e lunga l´intervista al latitante che voleva ovviamente far conoscere la sua strategia difensiva. Solo i dettagli antropologici hanno, al contrario, reso sapido il programma di Mentana: «Mi sono iscritto alla massoneria» racconta «perché avevo letto la storia dei Rosa Croce» e qui non resiste al richiamo del pescivendolo e «io leggo moltissimo» dice. E si capisce che questo è il pesce avariato che usa con i Tarantini. Nessun lettore di libri dice di leggere molto, è un tic di copertura, lo stesso di Minzolini che li esibisce dietro le spalle quando recita l´editoriale del Tg1. E ancora: «Nella loggia mi diedero il ruolo di apprendista, ma dovevo star zitto e io invece sono un chiacchierone di natura», e qui si intuisce che ha provato ad intortare pure la massoneria.
E infine c´è un comprensibile messaggio alla propria famiglia che però è anche un rimprovero a Berlusconi: «Io non c´entro nulla con le feste, non sono mai stato invitato». Marca la differenza, Lavitola. Non è uomo da patonza. Ha la fama non dello sciupa femmine ma del castiga femmine, quello che seduce la donna del nemico o del grullo che ha sotto tutela. E ha una sua morale, Lavitola. È un commerciante all´antica, non ama le spese false che riducono il guadagno. Nel berlusconismo cattolico che «ammorba l´aria» Lavitola è un magliaro sì, ma calvinista.

GIULIANO FERRARA, IL FOGLIO 1/10/2011
Non mi sono mai divertito tanto leggendo i giornali. Il vitellone Lavitola era stato invitato a processo da Mentana su La7, nuovo programma scoop il mercoledì sera, due ore e mezzo di diretta da non-si-sa-dove, con quattro o cinque maschere d’aguzzino a interrogarlo dalla sua salutare latitanza. Giovedì gnocchi ovvero riflessione su quel che s’era visto. Ieri, venerdì, su Repubblica campeggiava un articolo del mio amico Francesco Merlo, un caso fin troppo onorevole di militanza: botte a Lavitola in nome del più fiero disprezzo antropologico, a Francesco non piace l’Italia (e fino a un certo punto si può anche capire il suo punto di vista sontuosamente argomentato). Asse dell’articolo, che un catanese però non dovrebbe scrivere perché i pescivendoli sono persone dabbene, era questo: i giornalisti di destra inneggeranno a Lavitola, vedrete che monumentalizzazione, invece lui è un puzzone e come tale è comparso in tv e può agevolmente essere giudicato.
A Francesco capita un incidente, come succede spesso a noi che combattiamo (era già accaduto con Manuela Arcuri, “la nostra Anna Magnani”). Effettivamente aveva visto giusto. Un giornalista così di destra da essere ormai all’estrema sinistra, si tratta dell’elefantino, inneggiava ieri a Lavitola nel Foglio dicendo la nuda verità: è un faccendiere di talento che fu messo a confronto con giornalisti di inaudita e torva inefficacia, due a zero per lui e rampogne post partita per i gendarmi di carta sconfitti per inferiorità etica e scarsa simpatia umana.
Senonché, ecco l’incidente. Stefania Carini, la critica televisiva di Europa, giornale di sinistra, e la critica televisiva del Manifesto, Norma Rangeri, addirittura direttora di quotidiano comunista, scrivono la stessa identica cosa dell’elefantino, sebbene masticando amaro perché il loro mestiere ideologico è rappresentarsi il mondo come una lotta tra guardie e ladri, per stare naturalmente (sono di sinistra) dalla parte delle guardie. Masticano amaro, laddove l’elefantino cinico e bastardo usa toni di trionfo morale, ma riconoscono che Lavitola con quei metodi non si batte, e che sottoporre il grande latitante al piccolo giornalista origliatore è stata un’idea controproducente. Lui, il reprobo, è più spigliato, furbo e simpatico dei censori impreparati che lo fronteggiano. Nonostante l’appoggio di centomila intercettazioni e tre procure della Repubblica più quella di Lecce, il giornale di Ezio Mauro, già organo di Libertà & Giustizia, si trova (brutto affare) isolato. Cattivo presagio per la prossima manifestazione del 7 ottobre di Zagrebelsky e Pisapia contro Berlusconi e Napolitano: chi faranno sparlare di Berlusconi stavolta, un neonato?
La cosa si fa più amara ancora se si pensi che anche il più alto cattedratico di televisione, Aldo Grasso, da posizioni terziste sul Corriere, parla come un elefantino qualunque (ed è ovviamente un complimento). Volevano impallinarlo, il faccendiere, e sono rimasti impallinati, scrive la massima autorità in materia di tv, pur aggiungendo che un faccendiere è un poco di buono anche nei dizionari. Sentenza definitiva.
Perché ingordamente festeggiamo, e stappiamo champagne e mangiamo pesce, anche congelato, anche della partita trattata da Valterino a Sofia? Non per una querelle tra giornali, chissenefrega del giornalismo, ma per un fattore morale. La nostra tesi è infatti la seguente. Berlusconi è indebolito politicamente, non abbastanza per farlo fuori senza una alternativa che le intercettazioni non sono capaci di suffragare, ma moralmente ha vinto su tutta la linea, perché tra le asserite sconcezze galanti delle sue feste (DSK è un’altra cosa, continua a fronteggiare accuse di stupro tra gli applausi dei beautiful people) e la vergognosa persecuzione dei ficcanaso, non c’è partita. Il piano moralmente superiore è occupato da noi berluscones e servi, mentre gli uomini liberi e giusti – e molto ficcanaso – devono accontentarsi del moralismo perseverante e diabolico, dell’ipocrisia.

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A proposito di faccendieri, ecco un appunto per Grasso, che conosce la materia etimologicamente. Caro Aldo, io la materia la conosco politicamente, perché ho fatto politica e l’ho lasciata tanti anni fa, quella politica, proprio per la mia imbelle incapacità di rendermi ricattabile, condizione decisiva per contare in qualunque combriccola di stato (non che io non pecchi o non abbia una quantità di cose da nascondere, intendo “politicamente ricattabile”). Sai anche che non mi piace la spazzatura, se non quella surrealista che si poteva fare in tv un quarto di secolo fa. Leggo avidamente e onanisticamente il Vernacoliere di Travaglio, che è la riedizione giovanilista del vecchio Messaggero, quando i romani lo chiamavano sprezzantemente “il Corriere della Serva”, ma solo per dimenticare i particolari dell’orgasmo subito dopo. Tuttavia ieri una intera pagina vernacolare era dedicata a un giro di amici di D’Alema che fanno affari, intermediano con le aziende di stato, cacciano appalti, corteggiano ministri pro tempore, finanziano fondazioni da Bari a Genova a Milano. Ecco, capisco la tua severità con il faccendiere Lavitola, obbligata e forse anche doverosa, ma vorrei che le procure e i giornali (praticamente la stessa cosa) riservassero un quinto dell’attenzione che hanno riservato ai lobbisti amici del governo (e dell’opposizione) a coloro che nella bella e cotonata puntata di Otto e Mezzo con il “presidente” D’Alema, andata in onda subito prima di Lavitola, sono stati definiti con eleganza “amici”. Non ricordo intercettazioni né trasmissioni giustiziere che si siano occupate di Formula Bingo, di molte altre circostanze e degli amici di una parrocchia, che come tutte le parrocchie politiche, non produce solo messe e omelie. Nel mondo esistono anche le sagrestie. Ho difeso e difendo Tedesco e Penati e Oldrini, sono contro le ritorsioni e le vendette còrse, ma credo, caro Aldo, che noi gentiluomini, sui giornali che ci toccano in sorte, dobbiamo astenerci dal predicare bene sui Lavitola, peraltro efficaci nel vendere prodotti italiani all’estero (a quanto pare), e razzolare male sul giro di “amici” che abitano tutti i mondi possibili del potere. Leggi il Vernacoliere di ieri venerdì, pagina 7, e vedrai che non ho torto.

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Grande ritorno di Francesco Piccolo sull’Unità, ieri, in prima pagina. L’Unità è tornata a pensare, liberamente, non con il cervello della redazione di Repubblica. Per ora la leggiamo, quando deciderà di essere più aperta ancora nella concorrenza, faremo tutti l’abbonamento. Piccolo sapete chi è, la nostra divina Annalena Benini ne fece un ritratto sornione e innamorato che fu titolato: “Di sinistra, ma felice”. Lo sceneggiatore di Moretti e scrittore einaudiano, nel senso buono (la Einaudi tutelata dal tatto editoriale di Berlusconi, non quella combriccolare di Asor Rosa), si è dichiarato per la prima volta infelice. Gli fa schifo essere diventato, lui con tutti i suoi amici di sinistra, spesso bravissima gente che naturalmente non ne può più di noi berluscones (come li capisco), un voyeur e un origliatore. La dipendenza della politica dalle intercettazioni delle vite private è infatti un male morale di questo paese, ed è in corso una stupida battaglia post it e libertaria per difendere il diritto a ficcare il naso in casa d’altri. Piccolo vive un non trascurabile momento di infelicità, e argomenta i motivi di questa sua depressione civile, che gli fa onore, senza indulgenza per sé e per la politica che è appesa al filo del telefono, ai video scosciati e ai cazzi propri degli altri. Naturalmente, un po’ perché lo pensa e un po’ perché sennò gli farebbero la pelle per strada, Piccolo attribuisce la prima responsabilità di questa situazione a quella che chiama “l’orribilità” di Berlusconi. Vabbè. Berlusconi ha fatto qualche ritorsione, ma non gli si addice il titolo di spione. Chiunque capisce che gli si addice semmai quello di spiato. Ora che lo spiato sia la matrice degli spioni è paradosso un po’ forte, anche per un principe della parola come Francesco Piccolo. Si capisce che debba portare vasi a Samo, però questa brutta storia da cui la sinistra uscirà forse politicamente trionfante, ma moralmente con le ossa rotte, finirà quando quei pochi coraggiosi come Piccolo si decideranno a dire: non mi piace, ma quelli che lo spiano e lucrano politicamente sulle spiate si rivelano peggiori di lui. Magari sarà il suo ultimo articolo, e non è detto, ma sarà certamente il migliore. Quest’uomo comunque sincero e coraggioso, un progressista che però sa (come lo sanno i conservatori) di che pasta siamo fatti e quali sono i pericoli in cui incorriamo, aggiunge personalmente (fuochino, fuochino) di sentirsi almeno personalmente ancora più orribile del mostro sistematicamente spiato, tossico- dipendente dalla strategia dell’ascolto, del riversamento su nastro e della violazione del buco della serratura. Con l’inquietudine riscatta ciò che resta della sinistra, e del giornalismo. E consegna irrevocabilmente i vari Zagrebelsky alla loro vera identità: reazionari untuosi e perbenisti.

FRANCESCO MERLO, LA REPUBBLICA 2/10/2011
Siamo tutti, noi che vogliamo mandare a casa Berlusconi, «eticamente inferiori» a Lavitola. Al di là del ragionamento, è diventata uno sberleffo la seconda puntata di quell´elogio dell´impunito che noi avevamo previsto.
E che poi Giuliano Ferrara ha effettivamente scritto e che ora nel centrodestra è il nuovo che avanza: l´imprenditore disarticolato (flessibile, direbbe Sacconi) i mille mestieri e la finanza nera, l´avventurosa vita di espedienti e la bella vita a scrocco, barche e aerei e patonze di Stato, e quindi il ricatto, il pizzo sotto forma di elemosina, lo scarto incartato nella retorica della faccia tosta, il "latitante patente" che è una mostruosità perché latere vuole dire nascondersi e patere vuol dire scoprirsi.
Per me era stato facile immaginare che il direttore del Foglio non avrebbe saputo resistere alla lode del mascalzone, luogo comune del politicamente scorretto, speculare a quel politicamente corretto che sempre spinge il mio amico Giuliano, qualche volta improvvidamente, a brandire la sua audace e bella penna.
Forse sorpreso per essere stato, sia pure per una volta, prevedibile, Giuliano Ferrara ci ha poi accusato di «masticare amaro» per la vittoria televisiva, «che solo Repubblica non vuole ammettere», del «giornalista faccendiere» sui «giornalisti origliatori». Ma non esiste un buon giornalista che non sia origliatore, che non senta, non veda, non tocchi e non fiuti. Altra cosa è il giornalista faccendiere. Lì si può applicare quell´eventuale categoria etica che l´immoralista ha riservato agli origliatori. Lavitola infatti traffica in denaro, impastocchia patonze, case, pesce, commesse di Stato … È meglio un giornalista che ha naso o un giornalista che ha la mano lesta?
È vero che, nel programma di Enrico Mentana, Lavitola l´ha fatta da padrone, da protagonista. Ma è sempre questo il ruolo dell´intervistato, si tratti di Totò Riina o di Madre Teresa di Calcutta. E poi non era di cronaca giudiziaria che si doveva parlare. Ci sono magistrati e poliziotti che hanno riempito pagine e pagine. Bisognava passare al carattere, al costume, sapere come Lavitola si guadagnava i soldi prima di mungere Berlusconi, e come ha messo su famiglia, e cosa gli piace di Berlusconi e perché gli stampa bacioni più alla Cuffaro che alla Riina, perché odia il suo collega faccendiere Bisignani, e chi sono per lui i fessi in Italia… Alla sola domanda non giudiziaria - «ma lei, che mestiere fa?» - ha risposto con lembi di nebbia e spero che i pescivendoli, i giornalisti, gli editori… (gli uomini, direbbe Sciascia) e persino i faccendieri si siano sentiti offesi.
Nessun bravo direttore, ammettendo che avesse accettato di organizzare una conferenza stampa convocata da questo latitante patente, avrebbe invitato solo cronisti giudiziari. Ferrara ci avrebbe mandato, che so?, Pietrangelo Buttafuoco e Annalena Benini. A chiedergli cosa c´entra Nenni con lui e magari scoprire che neppure sa chi era. E che faccia ha quando si presenta ai suoi figli. E perché teneva sotto tutela, come dice, «un fesso» e intanto gli rubava la moglie. E che rapporti ha avuto con Fini e la Tulliani. E com´è arrivato a quella casa di Montecarlo. E se conosce la differenza tra un´orata e un´acciuga.
Ferrara mi accusa di trattare con «disprezzo antropologico… i pescivendoli che sono persone dabbene». Lavitola è un pescivendolo come potrebbe essere un pennivendolo, ma non è un «pesciaio» che, non solo dalle mie parti, è uno stare al mondo insegnando a tutti la fatica di vivere. Cosa nasconde Lavitola dietro il pesce, simbolo di Cristo? A me pare più pecoraio che pesciaio: ha la faccia di chi mangia troppo formaggio, paffutissimo sorcio nel gorgonzola di Berlusconi.
Non ha senso dunque cercare un vincitore tra Lavitola e quei bravi giornalisti giudiziari, Marco Travaglio, Marco Lillo, Carlo Bonini e Corrado Formigli. Invitarli è stato come invitare i commentatori calcistici ad un incontro di pugilato. Sempre giornalismo è. Ma ci sono tecniche e competenze anche nel giornalismo. E che il rapporto tra Lavitola e il giornalismo non fosse giudiziario si capiva da quei suoi foglietti da circo equestre, niente e tutto, fogli da imbroglione da fiera, di quelli «venghino il tre di oro vince, venghino il tre di oro perde».
Perché questo è Lavitola, caro Giuliano. Non «un faccendiere di talento», ma un imbroglione da fiera che solo Berlusconi apprezza e promuove perché ormai il suo mondo è fatto di mezze tacche e di surrogati, sia maschili sia femminili, sia intellettuali sia fisici, sia giornalistici sia politici.
E io conosco Giuliano Ferrara abbastanza bene per sapere che questa antropologia di ominicchi e mezze donnette gli fa orrore e pietà, perché è la corte del Re Asino. E sa anche che sempre più gente vede e capisce che a quel disperato vecchio è rimasto solo Ferrara a rimettergli in piedi le cause perse, a nobilitare l´ignobiltà, a cacciare via le mosche mentre i cani gli spolpano la carcassa. Ferrara dice che io «milito sin troppo onorabilmente». Ma il punto di vista del merlo, caro elefantino, non è la militanza ideologizzata ma la pietas, il racconto balzacchiano che mi intimorisce persino: io cerco la sepoltura che Giuliano gli nega.
So bene che Ferrara non indosserà mai la casacca di Lavitola né quella di Minzolini. Perciò persegue lo scandalo impossibile. Il suo lavitoleggiare infatti è cosi surreale che io l´ho prevenuto. Noi di Repubblica abbiamo pre-sentito che, in quel momento, Lavitola era il personaggio perfetto nella dadaista commedia umana di cui Ferrara è regista e direttore di fotografia. Ma queste sono marionette senza passione: non raggiunge nessun apice truffaldino la mezzacalzetta Lavitola. E Giuliano Ferrara sa di sostenere cose insostenibili. E si diverte pure a fare il cattivo. È lucido e consapevole. Come se l´Innominato manzoniano si riconvertisse dopo essersi convertito.
Sulla Arcuri, infine, che Ferrara mi rimprovera di aver paragonato ad «una piccola Anna Magnani» («sgrammaticata» per la precisione) io ho sicuramente esagerato inseguendo un tocco di neorealismo ironico. Ma io non so come si è chiusa la trattativa dell´Arcuri con Berlusconi, non so se ha intascato cammello. Ferrara invece ha un´altra verità. Dove l´ha origliata? A volte l´immoralismo si trasforma in moralismo. Ti toccherà, caro Giuliano, fare tardi la notte per rileggere Kant.