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 2011  ottobre 02 Domenica calendario

Una vita tragica ma anche piena di ironia, carica di azioni esagerate e pentimenti: Roman Polanski, ribadisce di essere pentito per la violenza a Samantha Geimer, 34 anni fa a Los Angeles, e ripercorre in un’intervista a Darius Rochebin, che sarà diffusa oggi dalla tv svizzera e che viene anticipata dal quotidiano francese Le Monde , i momenti essenziali della sua vita, dall’infanzia tragica e a tinte forti, all’uccisione della madre, fino all’ultimo film presentato a Venezia, Carnage

Una vita tragica ma anche piena di ironia, carica di azioni esagerate e pentimenti: Roman Polanski, ribadisce di essere pentito per la violenza a Samantha Geimer, 34 anni fa a Los Angeles, e ripercorre in un’intervista a Darius Rochebin, che sarà diffusa oggi dalla tv svizzera e che viene anticipata dal quotidiano francese Le Monde , i momenti essenziali della sua vita, dall’infanzia tragica e a tinte forti, all’uccisione della madre, fino all’ultimo film presentato a Venezia, Carnage . Innanzitutto il pentimento, già contenuto in un documentario ( Roman Polanski. A Film Memoir diretto da Laurent Bouzereau) girato durante gli arresti domiciliari in Svizzera e proiettato al Festival di Zurigo: «Sì certo - ribadisce Polanski - si tratta comunque di 34 anni fa. Ma ero pentito». Quanto alla limitazione della libertà che ancora subisce dopo che nel 2009 fu condannato per un anno alla residenza obbligata, dice di esserci ormai abituato: «Non bisogna dimenticare che anche allora andai in prigione, ho scontato la mia pena. Allora fu peggio, ero un giovane regista e avevo il panico, questa volta è stato più sopportabile, tra l’altro ho lavorato molto. La detenzione è un’ottima condizione di lavoro, la proporrei ad alcuni sceneggiatori». Il fatto di non poter girare liberamente per il mondo non lo disturba: «Ho viaggiato tanto in vita mia. Quello che conta per me è di essere vicino alla mia famiglia e non separato come è stato in quest’anno. E quello che è buono adesso è che la vita è tornata assolutamente normale». Un folletto maligno, una specie di demone, spesso Polanski è stato descritto così: «Quest’immagine di me è cominciata con la morte tragica di mia moglie Sharon Tate, per cui all’inizio fui anche sospettato. Una cosa terribile. È questo che è piaciuto ai media, ed è davvero esploso con l’invenzione di internet». Sharon Tate, uccisa dal folle Manson mentre era incinta, la madre trucidata ad Auschwitz anche lei incinta. Come ha fatto a resistere? «Me lo chiedo anch’io - confessa il regista - forse sono fatto di un materiale più duro. Con me si potrebbero fabbricare i chiodi. Ho visto la morte da giovanissimo, nel ghetto. La prima volta, vidi una donna uccisa quando avevo 7 anni, era a quattro metri da me. È come per i chirurghi, ci si abitua alle pance aperte. E io sono abituato alla morte». I genitori furono deportati, lui si salvò perché affidato a una famiglia di contadini polacchi: «Ero biondo, magrolino, avevo un’aria molto polacca. Non era difficile nascondermi. Ho avuto molta fortuna, e insieme molta sfortuna nella vita. Una strana mescolanza. In questa mescolanza a volte le cose belle possono sembrare brutte e viceversa». Anche nei suoi film, come nell’ultimo Carnage , il dramma si mescola con lo humour. «Nella vita è sempre così. Quello che mi è piaciuto nel testo teatrale da cui è tratto Carnage è che non è affatto politicamente corretto: racconta di persone violente, egoiste che si nascondono dietro una vernice di civiltà». Siamo tutti così? «Io ho meno vernice».