Guido Ruotolo, La Stampa 2/10/2011, 2 ottobre 2011
Neppure l’onore delle armi sembrano disposti a riconoscere. Perché se fosse solo un problema di un pm Torquemada la soluzione potrebbe essere trovata
Neppure l’onore delle armi sembrano disposti a riconoscere. Perché se fosse solo un problema di un pm Torquemada la soluzione potrebbe essere trovata. E invece lo tsunami che si sta per abbattere su Perugia avrà dimensioni straordinarie, perché colpirà al cuore la credibilità della giustizia italiana a livello internazionale. A Perugia (e in America) infatti sono tutti convinti che Amanda e Raffaele saranno assolti dai giudici dell’Appello, per l’omicidio di Meredith Kercher. Lo teme (forse scaramanticamente) anche l’accusa che in Aula, tirando le somme del processo, ha denunciato, a mo’ di una postuma ricusazione della corte, il giudice relatore Zanetti che aprendo il processo ha pronunciato un’assoluzione preventiva: «L’unica cosa certa di questo processo è che c’è un morto, Meredith Kercher». Come dire: le prove ritenute tali dai giudici di primo grado non valgono nulla. Amanda e Raffaele contano le ore che li separano dalla libertà perché sono convinti che i giudici dell’Appello faranno giustizia. E questo lo si avverte in tutti i capannelli della città: domani sarà il grande giorno della rivincita di Amanda e Raffaele. Saranno pochi i superstiti che si salveranno dallo sconquasso perugino, perché accanto alla squadra avversaria che in questo secondo tempo sembra aver segnato la rete decisiva, sono scesi in campo anche i tifosi della squadra di casa che da colpevolisti sono diventati innocentisti. Ma anche se i due ragazzi di Seattle e di Giovinazzo (Bari) dovessero essere condannati - anche se magari con una pena diversa, 16 anni perché potrebbero essere riconosciute le attenuanti generiche - l’attacco ai magistrati si presenterà comunque micidiale. Processo regolare «Non ci sto a questo gioco - dice l’avvocato di Amanda Knox, Luciano Ghirga - lo dico ora, prima della decisione: la sentenza di primo grado è stata ingiusta, un errore giudiziario. Non è stata esercitata alcuna violenza sul diritto. I diritti della difesa sono stati garantiti». Certo, il pm Giuliano Mignini la notte del fermo di Amanda in questura doveva bloccare la «confessione» della ragazza e nominare un difensore d’ufficio. Ma quella confessione non si può cancellare e colloca Amanda nella scena del crimine: «Ero in cucina, ho sentito Meredith urlare». Ma non è lecito insinuare neppure che in primo grado i giudici non abbiano voluto concedere quella perizia sul gancetto e il coltello che, presentata all’Appello, ha smontato le accuse fondamentali contro la coppia ritenuta assassina. E questo perché, per il nostro Codice, gli accertamenti tecnici irripetibili fatti in contraddittorio sono prove per il dibattimento. E quegli accertamenti alla prova del primo grado hanno incastrato Amanda e Raffaele. Tracce inesistenti Da Oltroceano arrivano rumori di sciabolate polemiche. Non solo da parte dei mass media ma anche dai palazzi del potere americano. È questo che fa paura. Come se Amanda fosse stata carne da macello di una giustizia ingiusta. Se senti l’avvocato Ghirga sul punto delle novità emerse in questo processo d’Appello, l’assoluzione domani sarà garantita: «Il quadro indiziario è notevolmente indebolito, perdendo due capisaldi: la prova del coltello come arma del delitto e la prova del gancetto». Ancora più esplicita la valutazione di Giulia Bongiorno, difensore di Raffaele Sollecito: «Non ci sono tracce di Raffaele e di Amanda nella stanza dell’omicidio, mentre ci sono quelle di Rudy (l’ivoriano condannato con rito abbreviato a 16 anni di carcere, ndr) e questo dimostra che i due ragazzi non erano lì». Gancetto, coltello, perizia. È come se le prove del primo grado si fossero sbriciolate sotto i colpi della verità dell’Appello e del rispetto delle regole. In questo processo di secondo grado si sono insinuate per vere quelle che sono solo delle ipotesi. La perizia sostiene per esempio che sul gancetto del reggiseno di Meredith vi sono tracce miste di Dna, due Dna sovrapposti di difficile interpretazione. E dunque il cromosoma «y» non può essere attribuibile a Raffaele. Obietta l’accusa che la non attribuibilità è discutibile, e in ogni caso quando il cromosoma «y» di Rudy è apparso sulla scena del delitto, è stato ritenuto attribuibile. E sul coltello da cucina di casa Sollecito, l’arma del delitto, la perizia stabilisce che le tracce di Dna sulla lama, quelle che erano attribuite a Meredith, non si potevano analizzare perché riferite a una quantità minima di tracce che non consente l’estrazione di profili genetici. Insomma, perizia «visceralmente» assolutoria, a sentire la difesa degli imputati. Perizia che non smentisce nulla, secondo l’accusa. Davvero l’unica certezza è la morte di Meredith, per dirla con il giudice relatore? O ha ragione l’avvocato Bongiorno quando dice che venendo meno la prova della presenza dei due ragazzi nella stanza di Meredith, allora l’unico colpevole è Rudy Guede? Per la difesa è venuta meno anche la testimonianza del clochard dopo che quella del gestore del negozio Conad era già cambiata in primo grado, smontava gli alibi dei due ragazzi. Il clochard, al secolo il testimone Curatolo, alla fine si è stabilito che ha visto Amanda e Raffaele attraversare il campetto che poi porta nella casa di via La Pergola, la notte di Halloween, cioè la sera prima dell’omicidio di Mez. Il gestore del negozio Conad sotto casa di Raffaele, Quintavalle, aveva già fatto un passo indietro: «Non ho visto Amanda alle 7,45». La studentessa di Seattle aveva detto di essere uscita da casa di Raffaele alle 10 del mattino. Il giudice e la prova Qualunque sia la decisione, sarà sofferta. E farà discutere. Perché i giudici si ritrovano a dover valutare una montagna di indizi e di prove che accusano Amanda e Raffaele. La scia degli errori non risparmia nessuno. Né il pm né gli investigatori o i tecnici della Scientifica. Per esempio, nella stanza della morte dopo il primo sopralluogo della Scientifica, la Mobile eseguì una perquisizione alterando la scena del crimine e successivamente tornò la Scientifica in via La Pergola. Ma le impronte di sangue e le tracce miste di Mez e Amanda sono state trovate e non messe in discussione nel bagnetto della casa. Tutto questo non cancella il fatto che i due ragazzi proposero un falso alibi, secondo l’accusa, simulando il furto nella stanza di Filomena Romanelli, un’altra ragazza che viveva nell’appartamento con Mez e Amanda. La notte dell’omicidio, Amanda e Raffaele spensero i rispettivi cellulari. Il computer di Raffaele rimase accesso tutta la notte senza nessuna interazione umana, mentre secondo i ragazzi quella sera scaricarono e videro dei film. Ma adesso non rimane altro da fare che aspettare che il destino di Amanda e Raffaele si compia. Domani sera i giudici usciranno dalla camera di consiglio.