ROBERTO GIOVANNINI, La Stampa 30/9/2011, 30 settembre 2011
Un patrimonio immenso che rende una miseria - Non sono pochi 1.815 miliardi di euro. Certo, solo una parte di questo immenso patrimonio pubblico è in qualche modo valorizzabile - per la precisione 675 miliardi, tra crediti, partecipazioni, immobili, infrastrutture e risorse naturali - e non è da ieri (anzi) che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti si affanna a escogitare meccanismi per cercare di mettere a frutto questa ricchezza obiettivamente imponente
Un patrimonio immenso che rende una miseria - Non sono pochi 1.815 miliardi di euro. Certo, solo una parte di questo immenso patrimonio pubblico è in qualche modo valorizzabile - per la precisione 675 miliardi, tra crediti, partecipazioni, immobili, infrastrutture e risorse naturali - e non è da ieri (anzi) che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti si affanna a escogitare meccanismi per cercare di mettere a frutto questa ricchezza obiettivamente imponente. Anche stavolta è prevedibile che il compito sarà improbo e di lunga prospettiva. Se non altro però almeno la mappatura effettuata dal capoeconomista della Cassa Depositi e Prestiti Edoardo Reviglio permette di cominciare a ragionare su quello che è, in concreto, questo benedetto patrimonio. Di cosa è fatto e, soprattutto quanto (poco) rende a noi, che ne siamo in ultima analisi i proprietari. Un primo, rivelatore, colpo d’occhio che emerge dall’analisi compiuta da Reviglio riguarda il mondo delle concessioni, ovvero il reddito che lo Stato e gli enti locali riescono a ricavare dal patrimonio «concesso» ai privati. Secondo il rapporto, in tutto questo patrimonio vale 70 miliardi di euro (50 di proprietà dello Stato, 20 delle autonomie locali). Ebbene, il rendimento è praticamente irrisorio: un minuscolo 0,5% l’anno. In altre parole, questa «roba» alle aziende private la regaliamo o quasi. Dalle nostre autostrade, migliaia e migliaia di chilometri, ricaviamo 190 milioni l’anno, 40 soltanto dagli aeroporti, 20 dai porti. Dal demanio marittimo (le coste, ovvero le spiagge) si ottengono solo 140 milioni l’anno, e 130 dal demanio minerario. Il secondo spunto - anch’esso poco confortante - riguarda le società partecipate dallo Stato. Complessivamente, il loro valore è di 44,868 miliardi, di cui 17,342 per le tre società quotate (Enel, Finmeccanica e Eni). Intanto, il loro numero: partecipate, dirette e controllate erano 10.620 nel 2003, nel 2009 sono diventate 13.111. Stiamo parlando di 24.310 persone che fanno parte dei consigli di amministrazione e degli organi direttivi, di un costo di funzionamento dei consigli di amministrazione stimato in 2,5 miliardi, e di addirittura 80 mila tra membri degli organismi societari (Cda e collegi sindacali) e consulenti. Come spiega Stefano Scalera, dirigente generale del Dipartimento del Tesoro, il portafoglio complessivo delle partecipate rende soltanto l’1,8%, mentre le società in utile hanno un rendimento medio del 6,7%: in media la perdita di valore è del 4,9%. Conclusione: le società partecipate dalla pubblica amministrazione hanno un rendimento minore rispetto a quello medio delle società private attive negli stessi settori. Una situazione legata anche all’assetto organizzativo, con una proliferazione di partecipazioni, che porta a una «distruzione di valore». Facendo il confronto tra il rendimento delle partecipate pubbliche e quello medio delle società private nei medesimi settori, ci si accorge che le aziende del comparto della fornitura di elettricità e gas le partecipate rendono solo il 4,8%, contro il 9,5% delle società private. Nel trasporto e magazzinaggio il rendimento complessivo è del 2,5%, contro il 14,6% dei privati. Infine, nel settore dell’acqua, reti fognarie e rifiuti, invece, il rendimento è soltanto dell’1,6%, contro il 9,8% delle aziende private. Stessa situazione, infine, per quanto riguarda gli immobili. I 72 miliardi di euro di valore stimato di mercato di immobili di proprietà dello Stato centrale rendono un patetico 0,1% l’anno. Un po’ meglio - ma non troppo - vanno le cose per gli Enti locali: ben lo 0,5%.