Nicla Vassallo, Saturno-il Fatto Quotidiano 30/9/2011, 30 settembre 2011
USCIRE DALLA CRISI? CHIEDETELO A DARWIN - «I MIEI COLLEGHI
studiano l’intelligenza artificiale. Io invece studio la stupidità naturale». Questa celebre nonché accorta battuta si deve ad Amos Tversky, tra i pionieri di una psicologia cognitiva, che applicata ai biases dei nostri giudizi e delle nostre decisioni, si è travasata in molteplici riflessioni di economia e sull’economia. Fino a dove ci condurrà la stupidità umana rimane di difficile comprensione, specie al presente, in cui la crescita dei rischi pare irrimediabilmente esponenziale. Alla stupidità umana s’interseca una visione leggendaria, per cui il bene comune deriva da un mercato senza Stato, né regole, né tasse. Il suo responsabile teorico viene scorrettamente indicato in Adam Smith (incompreso, perlomeno, al pari di Karl Marx), la cui complessa teoria finisce per lo più ritagliata sul simbolo della mano invisibile, piuttosto che sul principio di simpatia a giustificazione e spiegazione del sistema etico. Dimenticando la sua presenza nel Macbeth di William Shakespeare e l’impiego, peraltro raro, che ne fa lo stesso Smith, il simbolo della mano invisibile si deforma per superare la fiducia originaria in una provvidenza insita nel libero mercato e per rafforzare il principio del laissez–faire. Rileggere La fine del laissez–faire di John Maynard Keynes (Bollati-Boringhieri) non farebbe male. Volente o nolente, ad Adam Smith si associa la ferrea convinzione che le crisi economiche affondino le proprie radici nell’assenza o nell’abrogazione della competizione. E, se invece, le crisi derivassero proprio dalla competizione stessa? Professore alla Cornell University e celebrato columnist del «New York Times», Robert Frank non è il primo a rispondere affermativamente, né a ritenere che le riflessioni di Charles Darwin sulla competizione siano utilmente applicabili all’economia, imponendo, infine, non di punire, bensì di tassare i comportamenti deleteri per il bene comune. Facile pensare a un Darwin economista, visto che egli stesso riconosce un debito a Thomas Robert Malthus, e al suo An essay of the principle of the population as it affects the future improvement of society del 1789. Che si dia un’economia darwiniana non rappresenta del resto una novità, e non è qui il caso di ripercorrerne la lunga storia. A consigliare il volume di Robert Frank, The Darwin Economy, rimane così non tanto un’idea inedita, quanto una piacevole chiarezza espositiva, congiunta a una confluenza (più marcata di quel che appare) tra tesi smithiane e darwiniane, all’insistenza sulla necessità di un mercato competitivo dai risultati ottimali, alla discussione sul ruolo dello Stato, alla sicurezza (chi non la desidererebbe?) nutrita per una politica economica, in cui, da una certa interpretazione del concetto di competizione, trae benefici ogni individuo e classe sociale, nonché la società nel suo insieme. Dato che, pur in giorni bui, in cui le Borse continuano a precipitare , abbiamo letto pagine e pagine dedicate alla difesa e all’attacco del post-moderno, verrebbe da stare al gioco, per istigare il dibattito sulla post-economia, sul post-darwinismo economico, sul post-darwinismo in sé. Ma, in barba al “post”, e nell’auspicio di non venire subito additati di bieco creazionismo, proviamo a cambiare gioco, ricordando la connessione tra evoluzione e credenze, e, in particolare, l’ipotesi che le credenze vere risultino determinanti per la sopravvivenza.
L’ipotesi è formulabile in diversi modi, tra cui, stando a Stephen Stich ( La frammentazione della ragione, Il Mulino), il seguente: «L’evoluzione produce organismi che si approssimano ampiamente a caratteristiche o sistemi ben progettati». Eppure, lo si sa, la selezione naturale non rappresenta il solo processo a determinare l’evoluzione, dal momento che sussiste, tra gli altri, pure un corso genetico casuale: un gene più adatto può venire eliminato a favore di uno meno adatto. In proposito Stich ci invita a immaginare una popolazione carnivora, in cui, per una mutazione genetica, alcuni membri si attestano più abili di altri nel procacciarsi le prede. Accade che, in un qualche cataclisma, periscano tutti i membri con questa mutazione e a sopravvivere rimangono i meno abili. Pensiamo all’economia: non è affatto detto che i soggetti oggi in scena siano i più abili e adeguati. Perciò dire che l’evoluzione produca organismi che si approssimano ampiamente a sistemi ben progettati è controverso. Ma qual è il gioco? Proviamo a inserire l’aggettivo “economici” dopo “sistemi”. Capiremo perché è necessario continuare a studiare la stupidità naturale.