Tobia De Stefano, Libero 30/9/2011, 30 settembre 2011
TRENTA MILIARDI L’ANNO PER MANTENERE GLI INDUSTRIALI
Ahi, ahi Marchionne. Correva il 9 novembre del 2009 e l’ad della Fiat, in una delle sue intemerate sui presunti soldi pubblici che in più di un’occasione avrebbero traghettato il Lingotto fuori dalle secche, affermava apodittico: «Nel 2004 eravamo disastrati e non abbiamo chiesto aiuto a nessuno. Noi al ministro Tremonti non abbiamo chiesto una lira». Anzi. «Senza l’Italia – evidenzierà qualche mese dopo – la Fiat starebbe meglio». Che faccia tosta, verrebbe da dire. Perché, negli ultimi sette anni, l’azienda torinese ha ottenuto incentivi allo stesso ritmo precedente. E soprattutto perché, poche settimane prima, il 26 giugno del 2009, il Cipe ha assegnato 300 milioni al ministero per sostenere pure gli stabilimenti della casa automobilistica di Pomigliano e Termini Imerese. Oppure, ahi, ahi Marcegaglia. Non era proprio lei, la numero uno di viale dell’Astronomia, a dire nel marzo del 2009 che «la crisi si aggrava, ora servono soldi veri». Alle imprese, sottintendeva. Cara Emma, ma non ti bastano mai? Tra il 2003 e il 2008 le aziende italiane agevolate con soldi pubblici sono state più di 840 mila (il ritmo è di 140 mila all’anno) per un totale di 1307 leggi di incentivazione.
L’orgia - Sono solo alcune delle chicche del libro-inchiesta, “Mani Bucate”, del giornalista di Panorama Marco Cobianchi. E neanche tra le più divertenti. Perché nelle 300 pagine del saggio (pubblicato per Chiarelettere, prezzo 15,90 euro) viene descritto il sistema, una vera e propria orgia la definisce lui, degli aiuti pubblici alle imprese private. Che, ricordando il buon Ricucci si potrebbe tradurre così: “è facile fare impresa con il c… dei contribuenti”. Perché il meccanismo, purtroppo, è ben oleato. Alle entrate italiane, infatti, ci pensano per il 70% le imposte pagate da dipendenti e pensionati e per il restante 30 quelle delle imprese. Cosa significa? Che il 70% degli incentivi alle aziende arrivano dalle tasse versate dai loro dipendenti o ex dipendenti. E lo stesso discorso vale per i fondi europei: l’Italia, infatti, è un contribuente netto che versa più di quanto riceve. Bene, si dirà, così fan tutti. Mica vero. Perché secondo l’elaborazione dell’economista Mario Baldassarri nel solo 2010 siamo arrivati alla cifra monstre di 30 miliardi di euro. Perché negli ultimi 10 anni la commissione europea ha aperto 38.070 pratiche su aiuti di Stato italiani potenzialmente illegali. E perché in questo meccanismo la “furbizia” e la fantasia italiota si sono davvero sbizzarrite.
Il caso di scuola - Siamo in Sardegna, area del Sulcis. È il 2001 e l’Ila di Portoscuso, 280 addetti, specializzata nella lavorazione dell’alluminio, ottiene il diritto a incassare 22 milioni di euro pubblici. Tutto fila liscio e nel 2006 arriva la seconda tranche da 5 milioni. Vai con gli investimenti, si dirà. E invece no. Perché pochi mesi dopo, nel 2007, l’Ila fallisce e lascia a casa 166 persone. Insomma, hai preso incentivi per una vita e sei arrivato a chiudere con 100 lavoratori in meno rispetto a prima? Come è possibile? Si accende il faro della Procura e viene fuori il bubbone: “l’Ila, secondo i curatori fallimentari, è stata tenuta in vita con una sorta di respirazione artificiale fatta di bilanci alterati e comunicazioni aggiustate per mantenere il diritto a incassare i restanti 11 milioni di aiuti pubblici”. Non è un caso isolato, ma l’esempio di come (spesso) funzionano le cose.
Vino e cavalli - Sulla storia del cavallo di Pentro avrebbe da ridire pure la Fiom. Siamo nel 2004 e il Molise viene autorizzato a spendere 120 mila euro l’anno per cinque stagioni al fine di tutelare la razza del cavallo originaria nella zona del Pantano della Zittola in provincia di Isernia. Paghiamo per costruirgli la stalla e i recinti, per regalargli le partecipazioni a mostre, fiere e rodei e gli garantiamo uno sconticino pure sulla fornitura di riproduttori per la monta. Fino ad arrivare al paradosso del “bonus per il bebè di Pentro”. Cinquecento euro a puledrino sempre che non lo si macelli prima dei cinque anni. Roba che il welfare dei Paesi scandinavi gli fa un baffo. Più inebriante è il capitolo dedicato alla Vernaccia, vino dal colore ambrato, perfetto, pare, con la bottarga e i formaggi piccanti. Siamo tornati in Sardegna per parlare degli 845 mila euro che la Regione concede nel 2009 alla cantina sociale Vernaccia di Oristano. Secondo i funzionari italiani che motivano l’elargizione all’Unione Europea il consumo annuo pro capite di vino negli ultimi trent’anni è calato vertiginosamente. E sì, quei soldi sono proprio necessari. E allora verrebbe da chiedere, ma perché alla fine degli anni Novanta la stessa Sardegna ha dato quattrini, sempre pubblici, ai viticoltori della zona per estirpare i vitigni della stessa vernaccia. Da qualsiasi parte la si guardi, qui c’è qualcuno che ha bevuto troppo. E come non finire con la cultura. A parte che (quasi) solo in Italia il diritto alla cultura si declina con i soldi pubblici per i cinepanettoni, da “Natale a Rio” fino a “Natale in Crociera”, ma poi c’è la vicenda Bondi che grida vendetta.
L’incolpevole Bondi - Tutti ricorderanno. A inizio 2011 il ministro della Cultura viene crocifisso per il crollo della Domus dei gladiatori a Pompei. E lui si dimette. L’accusa? Tremonti ha tagliato il Fus (Fondo unico per lo spettacolo) e il ministro non si è opposto. Anzi ha ceduto. Ma in realtà le cose non stanno proprio così. Perché i soldi per mettere al sicuro la Domus dei gladiatori ci sarebbero pure stati, ma all’Europa nessuno li ha chiesti. Bruxelles, infatti, aveva previsto un fondo ad hoc per la conservazione dei beni storici e al 30 aprile del 2010 la percentuale di utilizzo italiana era pari a zero. Chi li doveva pretendere? La Regione di riferimento, quindi la Campania, alias Bassolino. Ma evidentemente se ne sarà scordato. E allora ha ragione Bankitalia quando dice che “i sussidi alle imprese sono inefficaci. Creano distorsioni che penalizzano imprenditori più capaci. Sarebbe più proficuo investire risorse pubbliche nell’effettiva applicazione della legge”.