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 2011  settembre 30 Venerdì calendario

«LE ULTIME ORE DI BONATTI DERUBATO DEL MIO AMORE»

C´è anche qualche bigotto sadico che ha letto qualcosa su qualche giornale e le scrive per sgridarla: «Di che cosa si lamenta, signora? Lei non era sposata. Non pretenda di avere diritti che non le competono». Ma nel giardino di Walter Bonatti e Rossana Podestà, alle porte della Valtellina, nessuna asprezza, nessuna ottusità può attecchire. In questa infinita coda di estate il vento caldo spande il profumo di uva fragola, le cince e i merli ingrassano previdentemente, i monti abbracciano lo sguardo. Il dolore di Rossana è mite, sorridente, addolcito dal ricordo del suo grande uomo.
«Se siamo qui a parlare di come Walter se ne è andato è solo perché vorrei che non capitasse a altri. Vorrei che ci si pensasse prima che accada, e che si sapesse che può accadere. Ci eravamo giurati, con Walter, una dolce morte, avevamo anche sottoscritto una carta davanti al notaio, impegnandoci reciprocamente a difendere l´altro. Poi tutto è accaduto troppo velocemente. Tutto è precipitato. Avrei voluto che Walter morisse tra le mie braccia, magari guardando il cielo e il mare, nella nostra casa all´Argentario dove abbiamo passato la nostra ultima estate. Invece è morto solo, chiamandomi inutilmente, con me dietro una porta che riuscivo a entrare solo ogni tanto, e solo supplicando un medico che non conoscevo e non ci conosceva. E che di noi, leggendo qualche carta burocratica, aveva capito solo che non eravamo sposati».
Rossana si sta ancora facendo carico, parecchi giorni dopo la morte del suo compagno inseparabile, di un commiato che ancora la turba e la ferisce, di un accudimento finale che non è stato all´altezza di quanto avrebbe voluto, per il suo uomo, per se stessa. Non vuole fare nomi, né di ospedali né di medici. Non è questo che le interessa. Non è, questo, un caso eclatante di "malasanità". È una storia di quasi ordinaria approssimazione e insensibilità. Due vizi non capitali, prevedibili anche negli esseri umani in camice, ma insopportabili nelle ore nevralgiche che segnano la fine di una vita.
«Walter stava sempre peggio. Da una decina di giorni non camminava più. La mia famiglia, i miei due figli, i nove nipoti, per i quali era un padre e un nonno, per tutta l´estate lo avevano circondato di cure e di affetto. Io gli avevo nascosto la sua malattia, un cancro già molto avanzato al pancreas, sapendo che era incurabile. Decisione dura, difficilissima, contrastata da tutti. Un uomo del genere aveva il diritto di sapere, e magari di decidere che doveva essere lui a finire la sua malattia prima che lei finisse lui. Ci eravamo promessi di dirci sempre la verità. Ma non me la sono sentita, non ce l´ho proprio fatta. Posso solo dire che ha potuto passare un´estate quasi normale, lavorava, scriveva, a giugno faceva ancora il bagno. Aveva dolori tremendi, ma era sedato dai farmaci».
«Lunedì 12 settembre, di mattina, siamo partiti dall´Argentario per Roma, stava molto male, respirava con difficoltà, volevamo ricoverarlo al Policlinico Gemelli, dove gli avevano fatto la diagnosi due mesi prima, avevano impostato le cure per togliergli il dolore, ci eravamo trovati benissimo. Ma quando siamo arrivati ci hanno detto che non c´erano più camere, solo posti in corsia. Non volevo lasciarlo solo, da trent´anni viviamo appiccicati, il nostro era un rapporto simbiotico, viscerale, come potevo pensare di lasciarlo in corsia proprio adesso che si avvicinava la fine? Volevo una stanza tutta per lui per poterlo assistere. Nella fretta di trovarla ho fatto un errore fatale, siamo finiti in una clinica privata religiosa, molto lussuosa, tutta marmi e stucchi».
«Walter stava sempre peggio, respirava a fatica. Appena entrato il professore lo ha visitato, gli hanno fatto una lastra, aveva i polmoni pieni d´acqua. Ha avuto un attacco di cuore, hanno detto che lo portavano in rianimazione. Si è aperta una porta e si è richiusa. Non era un reparto di rianimazione vero e proprio, non c´erano le attrezzature per intubarlo, per aiutarlo davvero a respirare. Era una stanza dove c´era solo Walter. Solo lui. Ma mi hanno detto che non potevo entrare. Un´ora, due ore di attesa, un´angoscia infinita. Poi mi hanno chiamata: venga, la sta cercando. Entro, lo trovo sdraiato su un lettino che rantola, si dibatte, scalcia, chiede aiuto: non riusciva a respirare, non gli bastava la piccola maschera d´ossigeno a disposizione. Chiedo al medico di sedarlo, per carità, di levargli il dolore. Gli faccia la morfina! Non posso, mi risponde, ha la pressione troppo bassa, rischia di morire. Non lo sa, signora, che c´è una legge? Chi è lei per violarla? Lo sa, quest´uomo, che lei lo vuole uccidere? E lei non è neanche la moglie. Esca dalla rianimazione. La chiamerò io quando sarà il momento».
«Poi fa un sorriso assurdo: vedrà, tra cinque giorni glielo restituisco sano e salvo. Capisco che non sa neanche che Walter è un malato terminale. Sa qual è il nostro stato civile. Ma non sa che Walter sta morendo di cancro».
Comincia un lungo, penoso, inutile braccio di ferro, che dura qualche ora, troppe ore. Rossana, anche se «non è la moglie», vuole entrare, assistere il suo compagno, non vuole che se ne vada da solo. Telefona oltre quella porta, chiede che la lascino entrare. Quando entra, verso le sette di sera, vede che Walter ha lo sguardo vitreo e ha smesso di respirare, anche se il dottore, con un palloncino, cerca di soffiargli qualche residuo di fiato in corpo.
«Sono stata io a dirgli che era morto. Gli ho chiesto di levargli di bocca quel ridicolo palloncino. Si ricordano dei dettagli assurdi, sinistri. Pareva un film di Bunuel. Quel palloncino era rosa, sembrava un gioco dei bambini, il dottore un uomo grosso, calvo e abbronzato. Non so neanche il suo nome, non lo voglio sapere. Mi sento in colpa per non avere preparato in tempo la partenza di Walter, ci sono cronicari, anche in Italia, dove si può morire circondati dai parenti, ho fatto qualche telefonata, negli ultimi giorni, ma non ho trovato niente. Mi hanno derubata delle ultime ore di Walter. Hanno derubato Walter di me, nelle sue ultime ore».
Il profumo di uva fragola è sempre più forte. Il racconto crudo, doloroso di Rossana suona straniero in quel giardino e in quella casa dove tutto è protettivo, fiorito, colorato, armonioso, ordinato. C´è disordine, nelle ultime ore di Walter, ed è a quel disordine che ha voluto reagire Rossana Podestà. Per morire in ordine (quando è possibile, quando la morte non sia un bruto incidente, quando è annunciata) ci vorrebbe una cultura dell´addio che nel nostro Paese, probabilmente, manca più che in altri. Una cultura che restituisca la morte a chi muore. I medici devono poter fare il loro mestiere, che a volte è molto duro, a volte necessariamente spiccio. Ma non è parte del loro mestiere giudicare gli affetti, separarli in ufficiali e ufficiosi, distinguere tra mogli (ce ne sono di molto distratte) e compagne (ce ne sono di straordinariamente innamorate). La morte non ha bisogno di guardiani, di giudici, di gendarmi. Ha bisogno - esattamente come la vita - di vicinanza e di amore.
Credo che Rossana Podestà volesse raccontare soprattutto questo. Nella sua casa di Dubino sta ancora aspettando, in queste ore, che l´iter burocratico della cremazione (più complicato quando «non sei la moglie») arrivi al suo termine, per portare le ceneri di Walter a Portovenere, a riposare nella tomba di famiglia dei Podestà, tra la montagna e il mare.