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 2011  settembre 30 Venerdì calendario

MILANO —

Dopo 499 Gran premi vinti in tutto il mondo al galoppo per oltre 100 milioni di euro, il 41enne fantino italiano Lanfranco Dettori può frantumare l’inedito muro dei 500 già domani o domenica a Parigi nel meeting dell’Arc de Triomphe.

Tutto merito di Silvia...
«Ah Silvia, la mia pony! Avevo 8 anni quando la incontrai, ero mingherlino e avevo paura dei cavalli. Mi venne lì la voglia di fare il fantino».

Lasciò la scuola a 13 anni: le pesa?
«Ero dislessico, a scuola non ero tanto bravo, non mi piaceva proprio».

Sua madre trapezista al circo, suo zio un clown, suo padre Gianfranco grande fantino in Italia: che bambino era in una famiglia così estrosa?
«Molto chiuso. Mai uscito dal mio guscio prima dell’Inghilterra».

Dove suo padre la spedì a 15 anni, con in tasca solo 366 sterline e l’indirizzo dell’allenatore Luca Cumani.
«I primi tempi, era il 1985, fu durissima. Albe ghiacciate, lingua sconosciuta, garzone di scuderia. Però mi ha fatto crescere in fretta. Non ero più il figlio di papà. Ero Frankie, e dovevo lottare da solo e per tutto».

L’ha odiato per questo?
«Di recente gliel’ho detto: papà, pensa se non fossi riuscito a diventare quello che sono diventato, saresti rimasto con il rimorso tutta la vita. Lui mi ha risposto: pensa a quello che sei diventato. Ha avuto ragione. Ma io non avrei il coraggio di fare con i miei figli quello che lui fece con me».

Prima vittoria nel 1987, nel ’90 primo allievo dai tempi di Lester Piggott a vincere 100 corse in un anno, nel ’94 e ’95 campione dei fantini.
«Ma sono stato anche sulle montagne russe».

Come quando sfiorò la droga.
«A 20 anni mi era venuto tutto troppo facile e troppo in fretta: successo, soldi, casa, auto, pensavo a divertirmi piuttosto che lavorare, facevo il gradasso, il bulletto. Quando vivi una vita da rockstar, anche se non la vuoi, è lei che ti viene addosso lo stesso. Poi, per carità, non è che abbia ammazzato qualcuno: però capitò che con alcuni amici in auto comprassimo della cocaina, e la polizia ci fermò. Fu il calcio nel sedere di cui avevo bisogno».

La risollevò un uomo discusso.
«Ingiustamente, solo perché Barney era un forte scommettitore. Ma era anche una persona di cultura, aveva studiato da prete. Io mi ero un po’ perso: la vergogna verso i genitori e gli amici, la paura di aver smarrito il talento. Mi rincuorarono le bellissime chiacchierate con lui».

Fino al giorno perfetto: il 28 settembre 1996, ad Ascot, vince tutte e 7 le corse della giornata.
«In 300 anni non è mai successo. E se anche qualcuno ci riuscirà, la prima persona ad arrivare sulla Luna del mio sport sarò sempre stato io».

La Regina Elisabetta l’ha fatto baronetto, per i fan è «Frankie il ragazzo che sorride». Ma non ha un carattere proprio facile.
«Vero. Mia moglie Catherine dice che ho la pazienza di un moscerino. Io dico che, come molti italiani, ho solo degli alti-alti o dei bassi-bassi, nelle corse come nella vita. Per fortuna, sono molti più gli alti-alti...».

Nel 2000 cade l’aereo privato su cui viaggia: lei è vivo per miracolo.
«Non ne voglio parlare tanto, perché ci ho messo tre anni a superare il trauma. Morì il pilota che mi era caro, e solo l’intervento del mio amico e collega Ray Cochrane mi salvò. A lungo non sono più stato me stesso. Mi ha cambiato la vita, nel senso che oggi la godo di più come bellezza di una famiglia splendida, soddisfazione di una corsa vinta, meraviglia di una bella giornata. Prima era tutto routine».

Come è nato lo spettacolare salto dalla sella sulla testa del cavallo che fa dopo ogni Gran premio vinto?
«In America c’era un fantino molto forte che lo faceva, Angel Cordero. Quando nel 1994 vinsi la mia prima Breeders’ Cup negli Usa, per scherzo lo feci anch’io e da allora sono schiavo di questo gesto: ormai se non lo faccio la gente mi grida buuuu...».

Il miglior cavallo montato?
«Dubai Millennium. Era come montare un rinoceronte, sotto la sella mai più sentito un animale così potente».

Solo il Derby di Epsom era stregato, finalmente l’ha vinto nel 2007.
«Mi sarebbe scocciato non riuscirci mai. Al punto che, quando è successo, non me lo sono neanche goduto: fu più il sollievo che altro».

E ora, a 41 anni, si ritira?
«Uno nasce con i sogni, poi li conquista, e poi se li gode. Ecco, io me li sto godendo: monto non perché devo vincere, tanto ho già vinto tutto, ma perché mi piace. Tranquilli, a 50 anni ci arrivo...».

Luigi Ferrarella