Salvatore Bragantini, Corriere della Sera 30/9/2011, 30 settembre 2011
COME TASSARE LE OPERAZIONI FINANZIARIE
La Commissione della Ue ha presentato la propria proposta di tassa sulle transazioni finanziarie (Ttf). Francia e Germania sono d’accordo col suo presidente, Barroso, il Regno Unito contrario; l’Italia invece tace: de minimis non curat praetor romanus, noi dobbiamo sottrarre gli imputati ai processi.
La Ttf peserebbe l’1 per mille su contratti per azioni e obbligazioni, e l’1 per diecimila sui derivati. Anziché dividersi, in astratto, pro o contro la Tobin tax (che il grande economista americano voleva per «gettare sabbia» negli ingranaggi del mercato), cerchiamo di capire a cosa serve la Ttf, come funzionerebbe e quali effetti potrebbe avere.
Perché la tassa? La finanza, dice Barroso, con la sua crisi è costata ai contribuenti 4.000 miliardi di euro fra esborsi diretti e garanzie; logico chiedergli di restituirne almeno parte. È una motivazione sbilenca per una scelta giusta. La Ttf potrà fruttare 50 miliardi di euro, poco più di un centesimo di 4.000. Non scordiamo che negli Usa è stata la politica a chiedere alla finanza di creare ex nihilo risorse per alimentare, col debito, il declinante tenore di vita della classe media. La finanza ha eseguito, riuscendo così a invertire i ruoli; ha messo l’economia reale, e la politica che credeva ancora di comandare, al proprio servizio. Rimediare a questa stortura sarà arduo, ma necessario per ridare al capitalismo legittimazione sociale.
Il meglio è nemico del bene: visto che non s’è capito come disarcionare la serva padrona, ben venga la Ttf. Se non altro per togliere un po’ di lingotti dalla montagna d’oro che la finanza, quando va bene, estorce al sistema; per poi costringere il pubblico a sborsare altre cifre gigantesche, quando le scommesse vanno male, per il prossimo salvataggio cui la serva padrona, ostentando i suoi stracci, ci costringerà di nuovo.
La Ttf dovrebbe applicarsi ai contratti in cui una delle parti abbia sede nella Ue. Dato che essa sarà proporzionale al loro importo, c’è il timore, o la certezza, che i trader escogiteranno ogni machiavello per sfuggirle: travestendo le operazioni per farle sembrare altro, o migrando verso legislazioni da essa esenti. Di qui la decisa disapprovazione di Londra, secondo cui sarebbe essa a dare il 60% del provento della Ttf, percepita quindi come una tassa sulla City. Per ridurre l’evasione e gli effetti indesiderati della Ttf, la Commissione pensa di esentare le nuove emissioni di azioni o obbligazioni, gli acquisti a fermo di valute, i mutui, etc. Ciò aprirebbe la strada a una massa di richieste di esenzione dalla Ttf. Pare allora più saggio ridurre le ambizioni, per avere più probabilità di ottenere qualcosa, anziché mirare al cielo per poi restare a terra.
Nel mondo, e nella Ue, si chiude ogni giorno un’enorme quantità di contratti su ogni genere di bene. Da qualche anno, poi, i mercati sono intasati dall’High Frequency Trading (Hft), cioè da un gran numero di operazioni a volte «vere», a volte fatte balenare per un istante sugli schermi per sondare la profondità dei mercati, quando non per ingannarli con un’apparenza di attività che non esiste, o per avvalersi di notizie su operazioni in arrivo, ignote al resto del mercato (è il cosiddetto front running). Per poter «battere gli altri» sulla velocità spesso l’hardware è collocato fisicamente attaccato al mercato. Perché non imporre, su ognuna di queste operazioni, vere o finte che siano — e su tutti gli altri contratti, inclusa ogni sottoscrizione di nuove azioni — una piccola tassa di importo fisso? La Ue incasserebbe meno — probabilmente non molto meno, se si eliminano le esenzioni — ma ci sarebbero molti effetti positivi. Gli operatori non vorranno evadere, con leonardeschi meccanismi, cifre irrisorie. Il Regno Unito si allineerebbe, si semplificherebbe l’esazione, quindi l’incasso netto della Ttf. I sicuri effetti negativi sui volumi dell’Hft non preoccupano: è questo un settore nei cui ingranaggi non sarebbe affatto male gettare, con Tobin, un bel po’ di sabbia.
Così disegnata, la Ttf uscirebbe dai cieli dell’utopia (nei quali anche il progetto franco-tedesco rischia di mantenerla) divenendo seria e realizzabile. È significativo che perfino la bibbia della City, il Financial Times si augurasse ieri che il progetto riesca a evitare le contrapposte trappole: del populismo e delle lobby finanziarie, volte a cercare come evadere la Ttf.
Essa avrebbe anche l’effetto di proteggere integrità e significatività dei mercati che servono, se qualcuno l’avesse dimenticato, non a finanziare un opulento tenore di vita per chi ci lavora, ma ad allocare in modo ottimale le risorse finanziarie di e fra imprese, amministrazione pubblica e famiglie. Il resto non conta.