Fabio Pozzo, La Stampa 30/9/2011, 30 settembre 2011
PRIGIONIERI DEI PIRATI. TRATTATIVA NEL SILENZIO
Le tappe della vicenda
8 febbraio
L’assalto
La petroliera «Savina Caylyn», 105 mila tonnellate di stazza e i 266 metri di lunghezza, salpata da Bashayer in Sudan e diretta verso porto di Pasir Gudang in Malaysia, è assaltata a 670 miglia ad Est di Socotra, l’isola yemenita di fronte alla punta del Corno d’Africa, da una piccola imbarcazione con cinque pirati, che esplodono vari colpi di mitra e razzi Rpg e prendono possesso della nave, sequestrando l’equipaggio.
15 settembre
L’appello
«Per favore salvami: sto morendo, le gambe non le sento più, non riesco a camminare, ho la pelle tutta rovinata, ormai ci torturano ogni giorno, sono sfinito». Questa la drammatica telefonata ricevuta dalla Somalia da Adriano Bon, il padre del primo ufficiale del «Savina».
18 settembre
L’ultimatum
I pirati consentono a Giuseppe Lubrano, il comandante della petroliera, di telefonare ai propri familiari, ai quali riporta l’ultimatum dei predoni del mare: «O le trattative avanzano in modo significativo entro questa settimana o cominceremo a torturare i sequestrati».
28 settembre
L’incontro
L’armatore Luigi D’Amato vede Gianni Letta a Palazzo Chigi. «Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha ancora una volta ribadito che il governo continuerà a lavorare per il buon esito della vicenda», il comunicato. D’Amato poi incontra i familiari dei marittimi.
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È una storia senza voci quella della «Savina Caylyn». Deve esserlo. Perché i familiari dei cinque marittimi italiani prigionieri da quasi otto mesi dei pirati, costretti a «marcire» sulla loro nave nella Tortuga somala, hanno chiesto di nuovo il silenzio. Un riserbo che fonda su un patto stretto col governo e con l’armatore: bocche chiuse per la libertà dei loro cari.
Era cominciata proprio così. Nel silenzio. «Non parlate con i giornalisti, che può essere pericoloso» avevano detto ai papà, alle mamme, ai fratelli e alle sorelle del comandante Giuseppe Lubrano Lavadera, del direttore di macchine Antonio Varecchia, del primo ufficiale Eugenio Bon, del terzo ufficiale Crescenzo Guardascione e dell’« allievo» GianMaria Cesaro. Così, le famiglie - a Procida, Piano di Sorrento, Trieste, Gaeta - si erano chiuse nel loro dolore. Aspettando, sperando.
Fino all’8 agosto scorso, alla scadenza del sesto mese di prigionia dell’equipaggio del «Savina» (a bordo anche 17 marittimi indiani), quando qualcosa s’è rotto. Dalla «terra di nessuno» sono giunte le telefonate drammatiche dei sequestrati. «Piangeva, aveva una voce irriconoscibile, balbettava...» racconterà Adriano Bon, il padre. Colloqui strazianti, che hanno unito via satellitare comuni dolori. Aggiunto ansia, paura. E così, il «muro di gomma» forzato, costretto, s’è sciolto.
Hanno protestato, gridato, pianto. Hanno parlato ai giornali, ai network televisivi, alle agenzie di stampa. Si sono accampati sotto la sede della compagnia a Napoli, la «Fratelli D’Amato». Hanno ritagliato e cucito enormi stiscioni. I familiari di quei marittimi «dimenticati», insomma, sono scesi in piazza. Hanno smosso le acque. Guadagnandosi l’appoggio di Comuni, Regioni, vescovi.Organizzazioni come Emergency e l’Apostolato del mare. Un appello del Papa, uno del presidente della Repubblica. E quei marittimi «di serie B» sono stati promossi nella «divisione superiore».
Una settimana fa, però, è risuonata la campana dell’ultima ora, dell’ultimo giro. Una settimana di tregua, hanno fatto sapere i pirati, e poi avrebbero «iniziato una tortura al giorno sull’equipaggio». Così, ancora una volta, tutto è precipitato.
Per le famiglie, già col cuore in gola, la minaccia ha avuto l’effetto di un corto circuito. E le voci si sono alzate ancora più intense. Se non altro, per l’armatore Luigi D’Amato, che le ha sentite levare (metaforicamente, vivendo lui a Ginevra) proprio da sotto le finestre della sede della sua compagnia. Da un presidio organizzato da chi aspettava una risposta.
Le ultime ore sono state frenetiche. C’è stato un incontro tra D’Amato e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, quindi l’armatore ha incontrato i familiari dei marittimi a Napoli. E qui, in questo luogo, in questo momento, che è stato stretto il patto. Il silenzio. La libertà. Non si può riferire, solo ipotizzare: le trattative per il pagamento del riscatto probabilmente saranno state velocizzate, avvicinate alla conclusione. Che, adesso, pare per la prima volta imminente.
Quanto hanno chiesto i pirati? Quindici milioni di dollari, sembra. Girava anche voce che, ultimamente, si fosse giunti a negoziare i 7 milioni. Si sa come vanno le cose: quella dei pirati somali è una nuova industria, finanziata, foraggiata, organizzata da diversi poteri, uomini in doppiopetto e caftano immacolato. Agenzie londinesi che si occupano di gestire il riscatto, istituti di credito che lo accolgono... Un riscatto di cui, in realtà, non si può parlare: pagano tutti (è stato così anche per il rimorchiatore italiano «Buccaneer»?), ma per l’ordinamento italiano è un reato. Ecco perché il governo è stato fermo nell’opporsi a qualsiasi transazione in denaro.
Così, i nuovi filibustieri, hanno alzato il tiro della loro guerra del terrore. Hanno pigiato «on» sui telefoni satellitari, e lo strazio è rimbalzato dalla rada di Haradhere, dove la «Savina Caylyn» risulta essere alla fonda, insieme ad altre quattro o cinque navi sotto sequestro, in quelle case di Trieste, Procida, Gaeta e Piano di Sorrento. Una strategia per accelerare la «pratica» del riscatto? Forse. Ma, altrimenti, che hanno da perdere quei banditi?
Il governo ha sempre escluso un intervento militare: troppo rischioso per gli ostaggi. C’erano andati vicino, gli incursori della Marina, con il «Buccaneer». Questa volta, la situazione è stata «seguita con attenzione»: non si può aggiungere altro, perché ciò rientra negli incartamenti classificati. Riservati, insomma. Basti dire, però, che la «mitragliata» che giorni fa da un «pick up» dei pirati contro un elicottero dell’«Andrea Doria», il cacciatorpediniere lanciamissili della nostra Marina di servizio nel Golfo di Aden sotto l’« ombrello» della Nato, è stata esplosa proprio perché i militari si erano avvicinati un po’ troppo alla «Savina».
Silenzio, dunque. Aspettando. E che ciò valga anche per i marittimi della «Rosalina D’Amato, l’altra nave italiana in mano ai filibustieri somali, alla fonda a El Dahanan ee nel Puntland con 22 uomini a bordo, dei quali sei italiani.