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 2011  settembre 30 Venerdì calendario

«SIAMO UNICI IN ITALIA. CHIUDERE? IMPOSSIBILE»

All’ingresso della palazzina che ospita la direzione sanitaria c’è una scritta: «Tutto è possibile a chi crede». Il cielo sembra distratto, visto che la Procura ha chiesto il fallimento proprio nel giorno di San Raffaele arcangelo: ma i quattromila dipendenti - tra medici, ricercatori, docenti universitari, infermieri non smettono di credere e sperare.
Il San Raffaele più che un ospedale è una città. Con tre banche, una società di assicurazioni, cinque ristoranti, un fast food, una mensa anche per gli ospiti, un albergo. Fai un giro e vedi che c’è perfino un ottico, un parrucchiere, una lavanderia. Ogni giorno, di qui passano ventimila persone fra pazienti, visitatori, studenti. Può finire tutto questo?
Il professor Gianvito Martino dirige la Divisione di Neuroscienze: lavora sulle terapie del futuro, quelle che alimentano tante speranze. Si preoccupa di far sapere: «Noi lavoriamo come lavoravamo prima. L’attività della ricerca non è cambiata». Non è tenero con noi giornalisti: «I problemi nascono dal sistema dei media. C’è una sorta di accanimento mediatico». Proviamo timidamente a far presente che i debiti e la richiesta di fallimento non sono un’invenzione dei giornali. «Io personalmente ho avuto informazioni che mi hanno rassicurato. È evidente che qui ci sia preoccupazione per il futuro. Ma mi sembra che questo istituto sia un patrimonio nazionale, non il giocattolo di qualcuno».
E come permettere, dunque, che un simile patrimonio vada disperso? È quello che ci dice il professor Fabio Ciceri, primario di ematologia: «Noi facciamo cento trapianti di midollo da donatore all’anno. Siamo tre centri in Italia, a raggiungere questa cifra; e quindici in tutta Europa. Può l’Italia permettersi di perdere un centro come questo? O anche solo di ridurne l’attività? Ecco perché rimaniamo ottimisti. Chiunque arriverà, non potrà che sostenerci».
La dottoressa Anna Maria Rossetti, responsabile del servizio infermieristico, ci elenca qualche dato rassicurante: «Abbiamo appena assunto nove nuovi infermieri, ed entro la fine dell’anno i posti letto in ematologia passeranno da 18 a 36. A breve apriranno sei nuove sale operatorie. Le notizie sono allarmanti, ma noi vediamo che la vita continua». Incontriamo anche Elisabetta Bassani, la coordinatrice degli infermieri delle ventiquattro sale operatorie. Assicura: «Non ho mai percepito, nei pazienti che entrano in sala operatoria, il timore di non essere trattati come prima». Il timore semmai è dei dipendenti: «Abbiamo fatto un’assemblea martedì e una ieri. Gli animi dei lavoratori erano molto accesi. Inutile nasconderlo, adesso un po’ di paura serpeggia».
E la paura è contagiosa. Così c’è gente che telefona e chiede se l’intervento programmato da tempo deve considerarsi annullato; o se può ancora venir qui a partorire. «Se è per quello c’è anche chi telefona e domanda: “Ma siete ancora aperti?”», conferma Renato Botti, direttore generale fino all’anno scorso. Adesso Botti, formalmente, è un «consulente» nominato dal nuovo consiglio di amministrazione; nei fatti è il traghettatore, l’uomo incaricato di gestire il passaggio. Nonostante il ruolo parla con rara franchezza: «Certo, in giro c’è allarme. C’è pure tra i fornitori: qualcuno telefona e chiede se può ancora fidarsi a mandarci il materiale. Eppure l’ospedale va avanti come è sempre andato: l’affluenza è nella norma, e nessun ricercatore se n’è andato, nonostante abbiano tutti un grande mercato». La posizione della Procura è pesante, ma Botti assicura che si lavora per evitare il patatrac: «Entro il 10 ottobre presenteremo al Tribunale la proposta di concordato preventivo». Usciamo insieme da una palazzina intitolata a un altro arcangelo, San Gabriele. Ci confida: «Certo qui un po’ tutti, dal fattorino al primario, si sono sentiti traditi. Ma c’è anche un senso di appartenenza molto forte». Gli chiedo di don Verzè. Il suo viso cambia espressione: «Adesso è facile criticare don Luigi. Ma quello che ha costruito in quarant’anni è un ospedale di livello internazionale, forse l’unico d’Italia».