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 2011  settembre 30 Venerdì calendario

UN PATRIMONIO IMMENSO CHE VALE UNA MISERIA

Non sono pochi 1.815 miliardi di euro. Certo, solo una parte di questo immenso patrimonio pubblico è in qualche modo valorizzabile - per la precisione 675 miliardi, tra crediti, partecipazioni, immobili, infrastrutture e risorse naturali - e non è da ieri (anzi) che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti si affanna a escogitare meccanismi per cercare di mettere a frutto questa ricchezza obiettivamente imponente.
Anche stavolta è prevedibile che il compito sarà improbo e di lunga prospettiva. Se non altro però almeno la mappatura effettuata dal capoeconomista della Cassa Depositi e Prestiti Edoardo Reviglio permette di cominciare a ragionare su quello che è, in concreto, questo benedetto patrimonio. Di cosa è fatto e, soprattutto quanto (poco) rende a noi, che ne siamo in ultima analisi i proprietari.
Un primo, rivelatore, colpo d’occhio che emerge dall’analisi compiuta da Reviglio riguarda il mondo delle concessioni, ovvero il reddito che lo Stato e gli enti locali riescono a ricavare dal patrimonio «concesso» ai privati. Secondo il rapporto, in tutto questo patrimonio vale 70 miliardi di euro (50 di proprietà dello Stato, 20 delle autonomie locali). Ebbene, il rendimento è praticamente irrisorio: un minuscolo 0,5% l’anno. In altre parole, questa «roba» alle aziende private la regaliamo o quasi. Dalle nostre autostrade, migliaia e migliaia di chilometri, ricaviamo 190 milioni l’anno, 40 soltanto dagli aeroporti, 20 dai porti. Dal demanio marittimo (le coste, ovvero le spiagge) si ottengono solo 140 milioni l’anno, e 130 dal demanio minerario.
Il secondo spunto - anch’esso poco confortante - riguarda le società partecipate dallo Stato. Complessivamente, il loro valore è di 44,868 miliardi, di cui 17,342 per le tre società quotate (Enel, Finmeccanica e Eni). Intanto, il loro numero: partecipate, dirette e controllate erano 10.620 nel 2003, nel 2009 sono diventate 13.111. Stiamo parlando di 24.310 persone che fanno parte dei consigli di amministrazione e degli organi direttivi, di un costo di funzionamento dei consigli di amministrazione stimato in 2,5 miliardi, e di addirittura 80 mila tra membri degli organismi societari (Cda e collegi sindacali) e consulenti.
Come spiega Stefano Scalera, dirigente generale del Dipartimento del Tesoro, il portafoglio complessivo delle partecipate rende soltanto l’1,8%, mentre le società in utile hanno un rendimento medio del 6,7%: in media la perdita di valore è del 4,9%. Conclusione: le società partecipate dalla pubblica amministrazione hanno un rendimento minore rispetto a quello medio delle società private attive negli stessi settori. Una situazione legata anche all’assetto organizzativo, con una proliferazione di partecipazioni, che porta a una «distruzione di valore». Facendo il confronto tra il rendimento delle partecipate pubbliche e quello medio delle società private nei medesimi settori, ci si accorge che le aziende del comparto della fornitura di elettricità e gas le partecipate rendono solo il 4,8%, contro il 9,5% delle società private. Nel trasporto e magazzinaggio il rendimento complessivo è del 2,5%, contro il 14,6% dei privati. Infine, nel settore dell’acqua, reti fognarie e rifiuti, invece, il rendimento è soltanto dell’1,6%, contro il 9,8% delle aziende private.
Stessa situazione, infine, per quanto riguarda gli immobili. I 72 miliardi di euro di valore stimato di mercato di immobili di proprietà dello Stato centrale rendono un patetico 0,1% l’anno. Un po’ meglio - ma non troppo - vanno le cose per gli Enti locali: ben lo 0,5%.

LUCA FORNOVO
E’ un progetto ambizioso, il piano del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sugli immobili funzionerà se alla base ci sarà un forte consenso politico e presto con Assoimmobiliare apriremo un tavolo di lavoro per discuterne e fare proposte concrete». Paolo Bottelli, amministratore delegato del gruppo immobiliare Prelios (la ex Pirelli Re) e membro del consiglio direttivo di Assoimmobiliare, ha partecipato, ieri, a Roma alla riunione del Tesoro sul patrimonio dello Stato, che vale oltre 1.800 miliardi di euro. Un seminario a porte chiuse, dove erano presenti esperti della materia, tra governo, manager pubblici, operatori del settore come Generali, Beni Stabili, Alllianz e Idea Fimit, rappresentanti di fondi come Blackstone e Carlyle e banche d’affari: Mediobanca, Deutsche Bank, Citibank e Morgan Stanley.

Pensa che il piano Tremonti servirà a ridurre il deficit e il debito pubblico?

«Il progetto funzionerà se si agirà in modo da abbassare i costi di gestione degli immobili e migliorare l’uso degli spazi».

Sarà necessario attirare anche i capitali dei fondi esteri?

«Sarà indispensabile e per farlo il governo deve prevedere regole che diano certezze sulla destinazione d’uso degli spazi, sui tempi e norme fiscali chiare. Le regole non devono essere cambiate in corso d’opera».

Che tempi prevede per il piano?

«Dalle indicazioni fornite dal governo so che la nuova Sgr del Tesoro, che dovrà gestire il patrimonio pubblico, sarà costituita a gennaio 2012. Si entrerà nel vivo negli anni successivi».

Tremonti parla di valorizzazione degli immobili. Che vuole dire?

«Si possono fare diversi tipi di operazioni per aumentare il valore degli immobili: dalla riconversione al miglior utilizzo dello spazio fino alla vendita. E poi si possono creare fondi immobiliari, con in pancia parte del patrimonio pubblico, con rendimenti adeguati agli standard».

Invece finora secondo i numeri del piano Tremonti, gli immobili dello Stato rendono una miseria: lo 0,1%. Ma come è possibile?

«Sì è un dato che colpisce molto, tenuto conto dei rendimenti alti in genere del settore immobiliare. Ma bisogna capire cosa c’è dietro quel numero e che calcoli sono stati fatti».

Oltre che un’occasione per consentire allo Stato di ridurre i debiti, la privatizzazioni degli immobili è anche un affare miliardario per gli operatori del settore...

«Certo è un opportunità di business, ma bisogna capire cosa potranno fare gli operatori, quali saranno i tempi di realizzazione e il profilo delle operazioni. Con politica e burocrazia, ci sono dei rischi da gestire sui tempi e sulle norme».

Che cosa farà Assoimmobiliare?

«Il tavolo, che sarà presieduto da Aldo Mazzocco, presidente dell’associazione, partirà lunedì. Cercheremo di fare al più presto delle proposte al Tesoro. Prelios ha già esperienza nel settore pubblico, avendo gestito la cartolarizzazione Scip1 e i fondi immobiliari per il comune di Torino e la Regione Sicilia».

CORRIERE DELLA SERA, MELANIA DI GIACOMO

MILANO — Se doveva essere una prova generale, è andata bene. Lo Stato mette in vendita o vuole valorizzare il proprio patrimonio, palazzi e partecipazioni, crediti e concessioni, totale 1.815 miliardi di euro dei quali 675 considerati «immediatamente fruttiferi»? Pronti: gli esponenti del mondo finanziario rispondono. Erano almeno in 150, ieri mattina, nella Sala del Parlamentino al Tesoro, per il Seminario sul patrimonio dello Stato fortemente voluto da Giulio Tremonti: la «grande riforma per il calo del debito», l’ha chiamata il ministro dell’Economia. Banchieri e gestori, analisti e capi dei ricchi fondi di private equity, sindaci e amministratori locali penalizzati dai minori trasferimenti e a corto di risorse: tutti interessati all’avvio del percorso italiano delle privatizzazioni, la prima tappa dello Stato verso il mercato. «Oggi abbiamo aperto il grande libro del patrimonio pubblico — ha detto Tremonti —. L’abbiamo fatto per la prima volta, non era mai stato fatto, e abbiamo scoperto che nell’attivo del bilancio dello Stato c’è un numero uguale a quello del passivo»: 1.815 miliardi «di manomorta pubblica da cui creare ricchezza», secondo Tremonti, contro 1.843 di debito pubblico. Ritorno agli anni 90? Presto per dirlo, ma la macchina del Tesoro ha dato il via e il mondo della finanza (per ora) l’ha seguita, in opportuna coincidenza con l’invito alle privatizzazioni della Bce. Dalle cessioni — spiega il ministero — si possono ricavare per la riduzione diretta del debito 35-40 miliardi, di cui 25-30 miliardi dalla vendita degli immobili e altri 10 dalla cessione dei diritti per le emissioni inquinanti (CO2). Al tavolo i relatori Edoardo Reviglio, capo economista alla Cassa Depositi e Prestiti, e Stefano Scalera hanno presentato numeri e spaccati. A presiedere i lavori, con Tremonti, c’erano Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, e Vittorio Grilli, direttore generale di via XX Settembre. Era atteso il premier Silvio Berlusconi, ma non si è visto. Letta lo ha giustificato: «Il presidente si scusa ma è assediato da impegni vari. Sono giornate intense, per certi versi turbolente. Vi ricordo che è anche il suo compleanno». Presenti invece i ministri della Difesa, Ignazio La Russa, e degli Affari Regionali, Raffaele Fitto. E l’establishment delle pubbliche partecipazioni.

Per la Cassa Depositi e Prestiti c’erano il presidente Franco Bassanini e l’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini; per il fondo F2i, interessato alla Sea di Malpensa e alla Milano Serravalle, l’amministratore delegato Vito Gamberale; per le Poste Italiane, ormai promosse a banca di Stato dopo l’acquisizione del Mediocredito Centrale, l’amministratore delegato Massimo Sarmi; per il neonato Fsi, il Fondo strategico sempre della Cassa per le aziende del made in Italy, il neoamministratore delegato Maurizio Tamagnini.

E c’erano i rappresentanti degli enti dai grandi patrimoni immobiliari: il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, e dell’Inail, Marco Fabio Sartori; c’era il direttore generale di Confindustria, Giampaolo Galli; c’era il sindaco di Torino, Piero Fassino. Infine, quel che più conta, tutta la finanza: il presidente di Assogestioni, Domenico Siniscalco; il responsabile in Italia del megafondo Carlyle, Marco De Benedetti; e i banchieri, in massa: delle italiane Intesa Sanpaolo e Mediobanca; delle banche d’affari Jp Morgan, Morgan Stanley e Nomura; ma soprattutto delle straniere: Bnp Paribas, Crédit Agricole, Deutsche Bank, Credit Suisse, Royal Bank of Scotland.

Sorpresa? No, se si guarda l’offerta: sono 13.111, dice il rapporto, le società nelle quali il pubblico ha una quota (dati al 2009). I soli immobili dello Stato valgono 500 miliardi e il 10% è considerato già vendibile, «non usato». Le partecipazioni statali valgono almeno 44,8 miliardi e, di questi, 17,3 sono ancora nelle quotate Enel, Finmeccanica ed Eni. La privatizzazione sarà nel medio periodo, ma è un processo ineludibile, ha detto lo stesso Fassino, perché «i trasferimenti di denaro pubblico saranno sempre meno, o le sappiamo valorizzare gestendole bene o dobbiamo vendere». Il mondo della finanza era lì apposta: il rendimento medio delle partecipate di Stato è solo dell’1,8%.

Alessandra Puato