Alessandro Barbera, La Stampa 30/9/2011, 30 settembre 2011
IMMOBILI PUBBLICI, LA DOTE VALE DIECI MILIARDI L’ANNO
Siore e siori, italiani e italiane, amici del Britannia o costruttori in cerca d’affari. Se avete ancora qualcosa da investire, fatevi avanti. La Grande Macchina delle Privatizzazioni torna in moto. Oggi come ieri lo Stato deve fare cassa. Negli Anni Novanta si doveva entrare nell’euro, oggi si combatte per restarci. Milleottocento miliardi di debito pubblico sono troppi. Lo dicono l’Europa, la Bce, lo pretendono i mercati: occorre abbatterlo. Ci stanno pensando persino gli americani, che di Stato ne hanno meno di noi: Barack Obama ha sul tavolo un piano di cessioni decennale da 22 miliardi di dollari. Giulio Tremonti, da sempre scettico, fa di necessità virtù. Ha organizzato un seminario a Via XX settembre con grand commis, banchieri, ministri e capi di grandi società d’investimento. «Abbiamo aperto il grande libro del patrimonio, l’abbiamo fatto per la prima volta e abbiamo scoperto che nell’attivo del bilancio dello Stato c’è un numero uguale al passivo». Occorre fare ricchezza con la «manomorta pubblica». Dopo le esperienze non esaltanti di Scip 1, 2 e 3, Tremonti ci riprova con una «Sgr», acronimo di società di gestione del risparmio. Partirà a gennaio e, autorizzazioni permettendo, promette di iniziare subito a funzionare.
L’enfasi con cui il ministro dell’Economia lancia la nuova stagione di privatizzazioni è eccessiva. Che il patrimonio dello Stato valesse approssimativamente 1.800 miliardi lo sappiamo dal lontano 2004, quando l’allora direttore generale del Tesoro Domenico Siniscalco affidò ad una società di consulenza il compito di inventariare casa Italia. Già allora sapevamo che più della metà di quel patrimonio - almeno novecento miliardi - sono montagne e monumenti, beni incedibili. Quel che non sapevamo, e che solo ora si inizia a capire, è l’entità del patrimonio ancora effettivamente cedibile e quello che invece val la pena tenere e far fruttare. Il direttore dell’apposito ufficio del Tesoro, Stefano Scalera, stima l’entità del patrimonio immediatamente cedibile: almeno 25 miliardi di euro di immobili, altri dieci di diritti di emissione da anidride carbonica. Poco, pochissimo rispetto alla mole del debito. Occorrerebbe mettere sul mercato qualcuno dei gioielli di famiglia rimasti: Rai, Enel, Finmeccanica o Ferrovie. Valgono ben 44 miliardi, gli andamenti di Borsa e la crisi consigliano prudenza. Eppure le sole Poste, che gli americani si apprestano a privatizzare, valgono quattro miliardi.
Visti i chiari di luna, al Tesoro preferiscono puntare anzitutto sulla valorizzazione di quel che c’è. Di risparmi da fare non ne mancano, se è vera la stima attribuita alla Consip che calcola in quattro miliardi l’anno la bolletta energetica di casa Italia. Con la sola razionalizzazione di immobili e terreni il Tesoro conta di contribuire alla riduzione del debito pubblico per cinque miliardi di euro già dal 2015, dieci a partire dal 2020. Dieci miliardi sono circa lo 0,7-0,8% del prodotto interno lordo di un anno. Se nel frattempo la crescita tornasse ai livelli pre-crisi attorno all’1,5-2%, nel giro di una decina d’anni il contributo all’abbattimento del debito sarebbe significativo. Così è accaduto nella stagione delle grandi privatizzazioni: dal 1992 al 2004 i proventi da cessioni hanno contribuito alla riduzione del debito per circa il 15% del Pil. In una battuta, la distanza che separa i nostri conti pubblici da quelli greci.
Resta un fatto: l’operazione valorizzazione è tutt’altro che semplice, e richiede uno sforzo corale. Ne sa qualcosa chi si è occupato in questi anni di immobili della Difesa (un piano di cessioni più volte tentato e mai decollato) della riforma dei canoni demaniali delle spiagge (naufragata quest’estate fra le polemiche) o del patrimonio di Comuni, Province e Regioni. L’Italia è dentro un incredibile paradosso: se il debito è per il 94% sulle spalle allo Stato, il 67% dell’attivo è in mano agli enti locali. Ospedali, Università, Asl, per non parlare di società controllate e partecipate: in Italia, per ciascuno degli ottomila Comuni, ne esiste almeno una.