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 2011  settembre 29 Giovedì calendario

Maier Vivian

• 1 febbraio 1926, 21 aprile 2009. Fotografa • «[...] tata con l’accento francese che deliziava i suoi bambini accompagnandoli a scuola con il furgone del gelataio, passò una vita a lavorare nelle case eleganti del North Side di Chicago. Ma nel giorno di riposo, dagli anni 50 fino alla fine degli 80, la signorina Maier — sempre vestita come una Diane Keaton di Io e Annie ante litteram, scarpe da uomo e cappellacci da pesca e vestiti a fiori e giacchette strette sulle spalle — prendeva la sua macchina fotografica, la borsa piena di rullini, e se ne andava in centro. Nessuno sapeva quel che facesse nel giorno di riposo Vivian Maier fino al 2008, quando un giovane agente immobiliare frequentatore delle aste di periferia comprò dei bauli pieni di 100 mila negativi già sviluppati e centinaia di rullini ancora da sviluppare. Messi all’incanto dal padrone di un deposito dove erano stati lasciati e mai più reclamati (l’affittuaria aveva smesso di pagare, e di lei si erano perse le tracce). Così l’agente immobiliare scoprì che quelle foto, scattate dalla signorina Maier nel giorno di festa, sono capolavori. Migliaia di capolavori. La vita delle strade di Chicago, umanissima e commovente, piena di humor e di dolore, attraverso i decenni. Una storia dell’America per immagini, “un poema epico e triste succhiato fuori dal cuore dell’America” , come scrisse Jack Kerouac del libro più bello del suo amico Robert Frank, The Americans. Ora i critici accostano la piccola tata di Chicago ai giganti: Frank, Dorothea Lange, Paul Strand, Helen Levitt, Louis Faurer, Steve Schapiro, nominando (non invano) perfino Henri Cartier-Bresson, il Picasso con la Leica [...] la signorina Maier è planata, con l’ombrello di Mary Poppins, nel salotto buono dell’arte americana [...] è morta nel 2009 [...] senza essersi mai ripresa da una brutta caduta risalente all’anno prima. L’agente immobiliare le ha dedicato un blog (www. vivianmaier. blogspot. com), sviluppa e scannerizza digitalmente i tanti rullini esposti e poi dimenticati e cerca di diffondere la storia di Vivian Maier. Che, come Emily Dickinson, non fece mai nulla perché il pubblico vedesse la sua arte. Forse per modestia, per insicurezza, impossibile risolvere il mistero. Forse perché come diceva Cartier-Bresson “ogni foto è una scommessa” e scommettere non si addiceva a una tata gentile e solitaria con l’hobby dei film stranieri (era per metà francese e per metà austriaca). Ma quello che resta sono le fotografie. Le signore in pelliccia e gioielli che fuori dai grandi magazzini aspettano un taxi con l’espressione acida, le borse dello shopping come il fardello del loro materialismo. La tenera coppia di anziani che cammina controvento, i capelli scomposti e il papillon di lui che gira come le piccole pale di un mulino. La signora in rosso che nasconde le mani dietro la schiena e si torce le dita dalla tensione— perché? Il grande cesto della spazzatura in una strada di Chicago dove qualcuno ha adagiato un piccione morto su un giaciglio di sacchetti di carta stropicciati, piccolo gesto di tenerezza nella giungla d’asfalto. Il vecchietto male in arnese che sbuffa nella pipa e porta il cartellone da uomo-sandwich: la pubblicità di un barbiere fatta da lui che ha la barba lunga di tre giorni. Un ragazzo afroamericano a cavallo nel traffico, impassibile, un piccolo principe sotto i viadotti del metrò. Salvador Dalí in strada, fotografato dal basso mentre fissa quella strana signora che ha avuto l’impudenza di chiedergli uno scatto— il maestro arricciando i baffetti impomatati, stretto nel cappottone doppiopetto più spesso di un’armatura. E poi bambini, bambini, un esercito di bambini. Quello solitario nascosto dietro la porta di un negozio; i fratellini col grembiulino lurido e la faccia truce che paiono usciti da un libro di Diane Arbus; quello che pedala su una bici troppo grande e viene sgridato dalla mamma senza volto ma con la borsa di Hermès. Bambini malinconici, che stringono le loro bambole e i loro giochi in un mondo che non promette niente di buono, popolato di adulti in bianco e nero giganteschi e ostili, o assenti come i genitori di Charlie Brown» (Matteo Persivale, “Corriere della Sera” 9/1/2011) • Vedi anche Elena Stancanelli, “la Repubblica” 14/1/2011.