Enrico Deaglio, Sette 29/9/2011, 29 settembre 2011
GRECIA, EURO, GHEDDAFI: COME SAREBBE OGGI
LA NOSTRA REALTÀ SE NON FOSSE SCOPPIATO IL CASO
STRAUSS KAHN? -
Era il 14 maggio del 2011, a New York. Il direttore del Fondo Monetario Internazionale, probabile nuovo presidente della Repubblica francese, rimise il cellulare nella tasca dell’impermeabile.
Ok, appuntamento tra mezz’ora con la figlia Camille, al solito “deli” sulla Diciottesima. DSK si ravviò i capelli davanti allo specchio della suite del Sofitel, controllò di aver preso tutte le sue cose; estrasse cinquanta dollari dal portafoglio e li lasciò sul comodino, per la cameriera. Poi andò all’ascensore trascinando il trolley, regolò il conto, ricevette gli inchini del personale presente nella hall, mise altri venti dollari in mano al fattorino e salì sul taxi giallo per andare a pranzo con sua figlia, studentessa alla Columbia University.
A Dominique Strauss Kahn il Sofitel, tutto sommato, piaceva: nell’ultimo anno ci era andato almeno dieci volte. Era diventata la sua abitudine; riunione del FMI a Washington, poi breve tappa a Manhattan, pranzo con Camille e volo di ritorno per Parigi. Il Sofitel era una enclave francese nel mezzo di New York; proprietà, personale, abitudini, clienti, cibo: tutto era francese. Compresi i servizi segreti, naturalmente. Il Sofitel era noto in Francia come a New York , come l’albergo dei diplomatici e delle spie, delle conversazioni private, della riservatezza.
DSK sapeva benissimo che non passava inosservato: l’antagonista di Sarkozy alle prossime elezioni era ovviamente seguito in tutte le sue mosse; il Sofitel era pronto a riferire chi vedeva, a che ora rientrava, quanto costava la sua suite, con quale carta di credito. Ed era conosciutissimo; il personale era avvisato ogni volta del suo arrivo. Oltre a essere un uomo politico, DSK aveva una notevole reputazione riguardo alla sfera sessuale. Benché oltre la sessantina, DSK aveva la fama di essere un insaziabile, rude, cacciatore di donne.
QUEL VOLO DA NEW YORK
Nel primo pomeriggio, lasciata la figlia, DSK prese un altro taxi e arrivò all’aeroporto Kennedy. Volo Air France 23, Boeing 777, partenza ore 16.40, prima classe: questa, naturalmente, era tra i benefit accordati dal Fondo Monetario al suo direttore.
DSK si sistemò, sorseggiò il suo champagne, lanciò lo sguardo allupato alle hostess (“bisogna mantenerla alta, la reputazione”), tirò fuori alcune carte dalla cartella, ma poi si trovò a pensare a quanto gli stava succedendo e a quello che avrebbe dovuto fare. E non erano cose di poco conto.
C’era la Grecia, da salvare. E con lei, l’euro. C’era la Libia in rivolta, ultimo della catena di Paesi arabi che stavano deponendo dittatori. C’era un’Europa che stentava a riprendersi e un’America che stava peggio ancora, sull’orlo della recessione, messa in ginocchio dai debiti causati da due tremende e costosissime guerre… E poi c’era lui, DSK a capo del FMI, che sarebbe poi la più grande banca del pianeta. E dalle sue decisioni dipendevano se non proprio tutte, perlomeno una buona parte delle – nostre – sorti finanziarie.
Come aveva raccontato alla figlia poche ore prima: “Vedi, Camille, il Fondo funziona così: ci sono 186 Paesi membri, praticamente tutto il mondo, ognuno versa le sue quote e lo scopo è quello di intervenire per sostenere le economie dei Paesi in difficoltà. Di fatto, ha anche una propria moneta, che di chiama DSP, che sta per Special Drawing Rights, e un DSP vale circa 40 centesimi di dollaro. Per darti un’idea di che cosa stiamo parlando, il FMI può fare prestiti fino a 270 miliardi di DSP, insomma una cifra intorno ai 500 miliardi di dollari; di fatto è la più grande banca del mondo. Ma, attenta! Le decisioni vanno prese con una maggioranza dell’ottanta per cento e gli Usa di fatto hanno un diritto di veto. Fino a ora, il FMI dava i soldi secondo una ricetta che era sempre la stessa: svalutate la moneta, tagliate le pensioni, privatizzate scuole e servizi pubblici, fate fuori i sindacati. E questa politica ha fatto disastri in Cile, in Argentina, in Indonesia, per non parlare della Russia ai tempi di Eltsin, quando i miliardi del Fondo andarono dritti dritti nelle tasche della mafia russa. Adesso, per fortuna le cose stanno cambiando”.
Eccome, se stavano cambiando. Proprio nell’ultima riunione a Washington, DSK aveva lanciato la sua proposta shock: depotenziare il ruolo del dollaro come moneta di riferimento, favorire la creazione di divise sovranazionali per gli Stati arabi e africani, indirizzare gli aiuti tenendo ben in vista l’obiettivo primario, che è quello di creare occupazione, lavoro. La situazione del Maghreb, secondo DSK, era la più esaltante e nello stesso tempo la più pericolosa. Masse di giovani in movimento come non era mai successo, in nome della libertà e del lavoro. Chi era in grado di darglielo? E se non fosse stato così, se le speranze fossero state tradite, dove si sarebbe indirizzata quell’energia? Qualcuno, anche solo l’anno scorso, avrebbe potuto immaginare che tutto il petrolio della Libia sarebbe cambiato di mano? La Libia era, tra i tanti, il principale rovello di DSK. Il suo petrolio, la sua banca centrale – quegli antichi sogni di creare una moneta unica per la sponda Sud del Mediterraneo.
Agli americani, tutto questo non piaceva affatto, DSK lo sapeva benissimo. Non gli piaceva perdere la supremazia finanziaria, perdere i miliardi depositati nelle proprie banche, ed erano letteralmente inorriditi dalla prospettiva che il loro debito potesse essere messo alla pari, in un unico conto, con quello di Paesi africani o asiatici.
Sorrise a se stesso guardando l’Atlantico dal finestrino. Aveva di che sorridere: era uno dei dieci uomini al mondo che poteva cambiare il corso del mondo.
Fin troppo, pensò. Dominique Strauss-Kahn pensò a quanto inusuale fosse stata finora la sua vita. Nato in Alsazia subito dopo la guerra – proprio quell’Alsazia che era stata una delle cause della guerra – con un cognome doppio stava a ricordare un padre vero cattolico e un padre adottivo ebreo. L’infanzia in Marocco, il ritorno in Francia dopo il terribile terremoto di Agadir, la militanza politica nel partito socialista francese. Strano posto, l’Europa. A un certo punto Dominique era il ministro francese dell’Economia con un nome tedesco; e il ministro tedesco era Oskar Lafontaine, con un nome francese. Poi l’incontro con Anne Sinclair e il matrimonio con lei, quando era la più bella e ammirata donna di Francia, la giornalista televisiva sulle cui fattezze venne scolpito il volto di Marianna. Ricca, bella e fiera ragazza ebrea. Come si diceva di lei: “Belle comme Venus, riche comme Cresus, innocente come Dreyfus”. Il loro impegno militante per Israele e le lezioni private ogni settimana di arabo. Lei ormai lo poteva parlare, lui ancora no, ma riusciva a seguire una conversazione.
UNA VITTORIA QUASI SICURA
E adesso, i sondaggi che lo davano sicuro vincente alle primarie del partito socialista; e sicuro vincente nel testa a testa contro Sarkozy. E questo nonostante una settimana prima i paparazzi lo avessero pizzicato a bordo di una Porsche che un amico gli aveva prestato per andarsi a fare un giro. Niente da fare, neanche quella uscita da bullo di sinistra, da gauche caviar, lo aveva intaccato. I francesi lo volevano, ancorché fosse ebreo, fosse socialista, fosse uno spaventoso femminaro. O forse, proprio per quello.
DSK si allacciò la cintura per l’atterraggio. Rifletté: “Secondo me, succede qualcosa. Secondo me, viene fuori una e dice che l’ho violentata in un parcheggio”.
Il Boeing 777 atterrò in orario. Anne era andata all’aeroporto di Roissy a prenderlo e guidò fino a Parigi, nella loro splendida residenza di place des Vosges.
Come sapete, le cose non sono andate proprio così. Il 14 maggio DSK venne arrestato a bordo del Boeing 777 e accusato di stupro di una cameriera del Sofitel. Venne mostrato in manette. Diede le dimissioni da direttore del FMI, sostituito dalla connazionale Christine Lagarde. Il procuratore distrettuale di New York, Cyrus Vance (figlio del segretario di Stato omonimo, ai tempi della presidenza di Jimmy Carter), dopo tre mesi ritirò tutte le accuse per evidente mendacio della cameriera. DSK insieme alla moglie Anne Sinclair tornò a Parigi il 4 settembre, con lo stesso volo Air France che avrebbe dovuto prendere tre mesi prima. La sua carriera di banchiere e politico era, almeno apparentemente, terminata.