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 2011  settembre 29 Giovedì calendario

MALAROMA

Ha nove anni, e tutto il male di Roma negli occhi. Gli spari, come botti a un veglione. Le grida di suo padre sul sedile accanto a lei. I vetri della loro Renault infranti. Lo schiaffo delle schegge sul viso. La paura, le sirene della polizia, l’ospedale. Ha nove anni, ed è una bambina fortunata: basta questo, il nome non importa. In ospedale le infermiere l’hanno coccolata, le hanno disinfettato quei due graffi in faccia, qualcuno è sceso al bar a prenderle un cono crema e cioccolato, la sua passione: il papà, illeso come lei, l’ha stretta forte al petto. Ha qualche storia di furto e droga alle spalle, lui, e forse per qualcuna di quelle storie storte hanno cercato di farlo fuori venerdì 16 settembre, alle nove e tre quarti di sera, in via Ferruccio Mengaroni, sotto le torri di Tor Bella Monaca, periferia romana, una delle trincee, come Primavalle o il Casilino, Torrevecchia o Cinecittà, dove si combatte questa guerra quasi quotidiana che ha fatto una trentina di vittime dall’inizio del 2011.

I traumi del passato
Sui muri, manifesti del Comune promettono diecimila lampioni, «ma qua stamo ar buio, le luci so’ tutte rotte», smoccola il quartiere. Quando il mattino dopo hanno tirato fuori il naso le massaie del mercato, i pensionati con la busta del pane sottobraccio, la gente di “Torbella” insomma, molti se lo sono detto a mezza bocca e alla fine qualcuno l’ha ripetuto anche davanti ai microfoni. «Far West? Quelli so’ film. Noi diventeremo la nuova Napoli», ha sospirato una matrona, i cattivi pensieri raccolti nella crocchia: «Meno male che c’ho i figli grandi». La sapienza popolana è naturalmente più efficace delle statistiche: i morti ammazzati a Roma quest’anno sono il triplo che a Napoli, un tempo simbolo piagato d’angoscia metropolitana, dove bastava fare due passi per morire in un regolamento di conti camorrista, magari per sbaglio.
I sicari di via Mengaroni – in due su una moto, copione classico – pare volessero proprio colpire il papà della bambina e non si sono fermati, anche se nella Renault appena parcheggiata devono pur averla vista, lei, scricciolo sul sedile del passeggero. Forse avevano troppa fretta, forse non erano professionisti ma tossici raccattati per un pugno di euro: e così questa, grazie a Dio, non è diventata la storia simbolo del nuovo orrore capitolino. «Ma si spara troppo, e noi siamo pochi. Quando si spara tanto, è probabile che il morto ci scappi», scuote la testa un vecchio sbirro di commissariato, ch’era un giovane agente mentre a Roma imperversavano Renatino e il Negro, Accattone e Er Sorcio, e si sparava e si moriva come adesso: sì, è inevitabile che si tiri fuori il paragone con la fine degli anni Settanta, le paranze dei malacarne, gli agguati in pieno giorno che raccontarono ai romani l’ascesa e poi la caduta della banda della Magliana, questa specie di mito nero che nei momenti più neri risorge come una fenice ostinata.
La Magliana è un marchio suggestivo, certo. All’inizio dell’estate, poi segnata a Roma da tanti morti quanti in tutto il 2010, Otello Lupacchini – il giudice che sostenne l’accusa contro la banda – ha spiegato a Carlo Bonini, giornalista di Repubblica, come napoletani e calabresi si muovano ormai nell’iperspazio silenzioso e algido del grande riciclaggio (sequestri come quelli dell’antico e storico Caffè Chigi sembrano dimostrarlo) e come al livello più basso del mercato criminale si siano dunque aperte vere praterie, non presidiate da guaglioni e picciotti, dove competono le nuove bande e, soprattutto, si spara per un nonnulla.
Per un nonnulla, per esempio, è morto il 24 agosto Edoardo Sforna, “Dodo”, diciotto anni, volontario della Croce rossa, “bravissimo ragazzo”: sono indagati due pischelli di Ciampino, dietro ci sarebbe una stupida lite per l’hascisc.

Sindaco sotto assedio
Non c’è in giro la nuova banda della Magliana, ma potrebbe esserci: c’è chi dice non sia mai morta davvero, chi ricorda come il suo vero tesoro non sia mai stato trovato. Suggestioni. Ma in fondo Renatino e l’Accattone cominciarono così, sparando per un nonnulla, e poi finirono per giocarsela quasi alla pari con mafiosi, spioni infedeli e piduisti.
La Magliana è una piccola ossessione del sindaco Alemanno, il quale se la prende ciclicamente con i film e i libri che la evocano: le fiction possono essere di esempio cattivo per i giovani, certo. Ma Michele Placido lo ha garbatamente rimbeccato a un convegno: «Le fiction di maggior successo sono quelle sui santi, eppure quasi più nessuno si fa prete…». Almeno quattro bande di ventenni oggi si contendono a revolverate la periferia e cercano di restare aggrappate alle grandi partite di droga: è improbabile che l’abbiano deciso andando al cinema. La droga presa a credito e la crisi, che pesa pure sui piccoli spacciatori e sui tossici, sono il movente più serio per le quasi cinquanta gambizzazioni dal 2008 a oggi. Nel 2009 dovettero intervenire i Ros, fecero una quarantina di arresti. Nel 2010 e quest’anno la musica non è cambiata, ancora il 19 settembre hanno ferito un pregiudicato al Portuense («mi sono sparato da solo», ha detto lui…), si contano due o tre gambizzazioni a settimana, robetta che non viene quasi più segnalata nel mattinale. Tutto però fa clima. E il clima è pessimo. I romani dei quartieri bene ne hanno avuto un segno potente agli inizi di luglio, quando è stato assassinato con nove colpi di pistola Flavio Simmi in via Riccardo Grazioli Lante, cuore di Prati, che vuol dire cuore di Roma, quasi accanto al Vaticano e al vecchio palazzaccio di giustizia: alle nove di mattina gli hanno sparato in mezzo alla gente che usciva per andare in ufficio. Era quello il ventunesimo delitto dall’inizio dell’anno, il sesto con lo stile dell’esecuzione di malavita, il secondo in Prati, dopo che una sera d’aprile era stato ammazzato a qualche chilometro di distanza Roberto Ceccarelli, forse per debiti, forse per droga. Simmi era figlio d’un gioielliere con bottega vicino al Monte di Pietà, indagato nell’ultimo processo alla Magliana e poi prosciolto da tutte le accuse. Usura, grande mala, solite ipotesi, soliti titoli sul Far West, solito nulla alla fine. Gianni Alemanno ha chiesto tre volte aiuto al governo, «non possono abbandonarci», il ministro Maroni lo ha incontrato due volte, dopo la morte di Dodo e dopo quella di Simmi: gli ha anche mandato il sottosegretario Mantovano ai vertici in prefettura. Forse servirebbe molto altro.
Il sindaco è paradossalmente insidiato proprio sul campo dove, tre anni fa, strappò il Campidoglio al centrosinistra. Allora era il tempo di un’altra emergenza: gli stupri, i romeni. La morte terribile di Giovanna Reggiani aveva lasciato tutti sotto choc e la destra cavalcò l’ondata di rabbia per approdare sulla poltrona che era stata di Rutelli e Veltroni. Walter Veltroni ancora non se ne dà pace: «La mia Roma non era così. Era aperta, inclusiva, si usciva la sera senza paura. Questi qui l’hanno spenta», ci raccontava a inizio estate. Il Pdl ha sempre fatto quadrato attorno al sindaco, accusando di sciacallaggio chi lo attacca (a parti invertite, era ciò che il centrosinistra diceva nel 2008: ma non servì). Molte cose sono andate storte, molte stanno congiurando obiettivamente contro l’inquilino del Campidoglio. Che la Roma di Alemanno sia meno glamour e sfavillante di quella di Veltroni è non solo sotto gli occhi di tutti, ma era perfino rivendicato dal primo sindaco postfascista della città come un segno di discontinuità, volontà di non nascondere i problemi e le buche sotto la polvere di stelle della festa del cinema bettiniana. Il guaio è che le buche sono rimaste tali e la città meno sfavillante è diventata più pericolosa. La crisi economica l’ha incupita, resa feroce. Veltroni aveva creato l’illusione di una comunità coesa, ora svanita. L’aggressione di Monti, a luglio, con il giovane musicista Alberto Bonanni massacrato di botte da sei coatti del rione perché “disturbava”, è quasi più preoccupante del delitto Simmi, segna un tono collettivo. Il resto lo fanno i crimini della quarta settimana: la mamma di Portonaccio che spaccia con la bimba di cinque anni in motorino, l’ex tossico coi capelli grigi che rapina la banca prima d’andare al supermercato, e tutti che ripetono: «A fine mese non ci arriviamo». Il resto sono gli scippi quotidiani: per una banda di giovani africani acciuffata all’Esquilino, ci sono flottiglie di piccoli romani disperati in azione attorno al Colosseo, a Botteghe Oscure, ai Parioli. «Questa non è Napoli», ha tuonato il prefetto Pecoraro. E sei ore dopo un pensionato di San Basilio è stato travolto dall’auto di due balordi che avevano scippato sua moglie. Quando le signore della borghesia cominceranno a togliersi anelli e orecchini prima di andare la sera al ristorante, la profezia della matrona di “Torbella” si sarà avverata: altro che Far West…