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 2011  settembre 29 Giovedì calendario

ITALIA-SVIZZERA: IL GOVERNO NON SCOPRE LE CARTE

Il ministero dell’Economia non scopre le carte. L’ipotesi di un accordo tra Italia e Svizzera per la tassazione dei capitali italiani detenuti nella Confederazione elvetica non è almeno ufficialmente all’ordine del giorno del Governo. È quanto emerge dalla risposta di via XX Settembre, letta in Aula dal ministro dei Rapporti con il Parlamento Elio Vito, al question time di ieri alla Camera. L’interrogazione è stata presentata dai deputati del Partito democratico, primo firmatario Massimo Vannucci, che ha preso spunto dalle intese siglate dalla Svizzera con Germania e Regno Unito per chiedere se l’Italia intenda o meno muoversi sulla stessa strada.

Da via XX Settembre è stato però rilevato che allo stato attuale è noto solo il testo dell’accordo stipulato da Berlino «appena pubblicato sul sito dell’amministrazione fiscale svizzera nella versione rimessa ad approvazione parlamentare», mentre quello con il Regno Unito «non risulta invece a oggi divulgato né firmato dai due Paesi».

L’asse Berna-Berlino fa leva su una tassazione forfettaria tra il 19 e 34% dei capitali tedeschi detenuti in Svizzera prima dell’intesa: un prelievo una tantum effettuato dalle banche elvetica in forma anonima e versato dall’amministrazione svizzera al fisco tedesco. Il binario è lo stesso su cui viaggerà l’imposta su base annuale del 26,375% da applicare a interessi, dividendi, plusvalenze e altri redditi. Si tratta del versante dell’intesa proiettato verso il futuro.

L’aspetto più critico messo in luce dalla risposta di ieri è l’allineamento di questo tipo di accordi ai tavoli internazionali, Ocse e Unione europea in testa, in cui si discute di misure comuni per la lotta all’evasione internazionale.

A chiare lettere il «dipartimento delle Finanze ha osservato che tali accordi appaiono in controtendenza rispetto allo scenario dell’ultimo decennio di discussioni avutesi in ambito internazionale, finalizzate ad affermare i principi della trasparenza e dello scambio di informazioni fra gli Stati quali strumenti di contrasto dell’evasione fiscale».

Di fatto, quindi, «gli accordi della Germania e del Regno Unito – sottolinea ancora l’Economia - dovranno comunque essere presentati dagli Stati firmatari a gruppi di lavoro Ocse, per essere oggetto di verifica da parte della Commissione europea. C’è da valutare, ad esempio, la loro compatibilità con l’attuale direttiva risparmio, che prevede un’aliquota sugli interessi dei redditi da capitale pari al 35% a partire dal primo luglio 2011».

Una risposta «clamorosa e provocatoria visto che il governo ha varato lo scudo fiscale» ha sottolineato Vannucci contestando in Aula «il richiamo a principi etici e presunti vincoli internazionali per giustificare il mancato accordo» con la Svizzera. Il deputato democratico ha citato la stima di «200 miliardi di euro» usciti dall’Italia e «risposti nelle banche svizzere». Un accordo alla tedesca potrebbe consentire - come sottolineato dallo stesso Vannucci - un incasso fino a 9 miliardi di euro per le casse dell’Erario (si veda anche «Il Sole 24 Ore» del 19 agosto scorso).