Fabrizio Galimberti, Il Sole 24 Ore 29/9/2011, 29 settembre 2011
L’EURO AL BIVIO TRA IL CROLLO E IL RILANCIO
Supponiamo di essere al settembre 2012, e di guardare indietro a questi giorni terribili, in cui incombe una novella ricaduta nella palude della recessione. Che cosa è successo in quei cruciali 12 mesi passati? «Se fosse possibile viaggiare a velocità maggiori di quella della luce, potremmo mandare un telegramma al passato», disse Albert Einstein. E ora che alcuni esperimenti sembrano adombrare questa possibilità, possiamo tranquillamente ipotizzare che dal futuro siano stati mandati lunghi telegrammi al passato, cioè al nostro presente. Di missive dal futuro ne abbiamo in effetti ricevute due, da due universi paralleli, e non sappiamo quale si riferisce al nostro. Ognuno può scegliere quella che preferisce, secondo inclinazioni dell’animo e disposizioni della ragione. Ma vediamo le due missive.
Roma, 28 settembre 2012
Con le recenti decisioni dei tribunali ad Atene, Parigi e Londra si sono chiuse le ultime code del contenzioso internazionale sollevato dal ripudio del debito greco. I fatti sono noti ma è opportuno ricapitolarli e assegnare colpe e meriti. Quando la Grecia, dopo i sanguinosi disordini iniziati a Salonicco nel novembre dell’anno scorso e proseguiti sulle strade di Atene, ha gettato la spugna, il default ha cominciato a scivolare su un piano inclinato.
I frenetici negoziati hanno cercato dapprima di limitare i danni chiedendo una riduzione del debito del 50%, ma il nuovo Governo greco ha dovuto piegarsi al populismo imposto dalle masse esasperate.
In un simbolico lavacro di quel che era stato prescritto al Paese - una nuova moneta che aveva fatto lievitare i prezzi, un’austerità selvaggia senza rima né ragione, un’abbietta resa alle imposizioni di plutocrazie senza volto - la Grecia ha ripudiato interamente il debito pubblico ed è uscita dalla moneta unica.
Naturalmente, il Governo ha dovuto nazionalizzare le banche, l’inflazione è ripartita massicciamente con una drachma reintrodotta a 550 contro euro (era stata fissata a 340.75 all’ingresso nella moneta unica), il torchio ha lavorato a pieno ritmo e un contenzioso infinito ha accolto la legge che convertiva tutti i debiti in valuta in debiti in drachme.
Dopo sei mesi di caos – il Prodotto interno lordo greco al secondo trimestre 2012 ha registrato un -26.4% rispetto al secondo trimestre 2011 – la situazione si va normalizzando e l’export greco sta aumentando del 12% in volume, sotto la sferza di una competitività ritrovata.
L’euro tuttavia, dopo l’uscita della Grecia ha avuto vita breve. I mercati, come una belva che ha assaggiato il sangue e non vuole altra dieta, non hanno perso tempo con Portogallo, Irlanda e Spagna. Si sono volti invece contro l’Italia perché hanno capito che l’euro era finito e volevano che l’agonia fosse più corta possibile. Il debito italiano è troppo grande per poter essere difeso e l’Europa ha gettato anch’essa la spugna.
Oggi l’euro ha sbarcato sette Paesi e si è ristretto a dieci: Germania, Francia, Belgio, Olanda, Finlandia, Austria, Lussemburgo, Slovacchia, Slovenia ed Estonia. Il sogno di una moneta continentale si è infranto nell’acrimonia, fra accuse di tradimento e sprezzanti ripulse. Quelle che George Eliot chiamava le "mendicanti speranze dei mortali" hanno assistito inermi al crollo della moneta unica.
Un crollo annunciato dalle menti più lungimiranti: il progetto era condannato fin dall’inizio. L’ingenua speranza che la comunanza della moneta forzasse la via verso altre comunanze nel governo dell’economia si è dimostrata per quello che era: una illusione, una colpevole sottostima delle forze potenti dell’identità nazionale, una deliberata ignoranza dei diversi gradi di maturità economica dei Paesi membri; le gelosie, i solchi, le diversità sarebbero state messe a nudo una volta che le inevitabili crisi avessero squassato l’esile albero della moneta unica.
Queste illusioni, queste sottostime, queste ignoranze nel senso etimologico della parola si sono gonfiate, come spelacchiate ruote di pavone, in occasione della crisi greca. Tutti sapevano che la Grecia era destinata al fallimento, ma i governanti europei, abbagliati dal falso luccichio dell’euro-progetto, imprigionati nelle magniloquenti pareti dell’Unione monetaria, hanno preferito mettere la testa nella sabbia grossa dell’insipienza mentre un’altra sabbia - quella fine della clessidra - scorreva verso l’inevitabile lacerazione del fragile ordito della moneta unica. Roma, 28 settembre 2012
Le date per l’accesso di Lettonia e Lituania all’Eurozona sono state fissate: fra meno di un anno - il 1° luglio del 2013 - i Paesi dell’euro saranno diciotto, con l’arrivo della Lituania, e sei mesi dopo seguirà la Lettonia. È questa la migliore risposta ai tanti squallidi profeti del malaugurio che un anno fa davano l’euro per spacciato.
Si sorride a rileggere tante saccenti analisi di allora sulla fine prossima ventura della moneta unica, tante sentenze prima del giudizio, emesse da tante insopportabili mosche cocchiere, sui "difetti nel manico", sulle "incoerenze dalla nascita", sulle "crepe nascoste" nel progetto dell’euro.
Tanti ragionieri mancati guardavano alle cifre di deficit e debiti, addizionavano e sottraevano come se i Paesi fossero dei regoli calcolatori e non degli organismi vivi, capaci di reagire agli stimoli e di cambiar pelle sotto le sferze dell’emergenza.
Quel che i ragionieri non avevano capito era il capitale politico che era stato investito nel progetto della moneta unica, nella grande avventura dell’euro, una delle intraprese più innovative e rivoluzionarie tentate in un Vecchio continente che in quell’occasione aveva ritrovato lo slancio della giovinezza.
La sufficienza mostrata da tanti economisti di matrice anglosassone verso l’Unione monetaria – c’era perfino chi, come l’economista Martin Feldstein, anni fa preconizzava guerre e conflitti causati dalla moneta unica – si fondava sulla impossibilità di concepire una moneta senza Stato.
Ma non era impossibile mettere in comune, se non lo Stato almeno altre fette di sovranità in tema di governo dell’economia. Ed è precisamente quello che è successo.
Certamente, non è stato un bello spettacolo. I Paesi dell’Eurozona sono stati trascinati, urlando e scalciando, verso questa messa in comune, ma la forza delle cose è stata inesorabile. Si sa - l’aveva già detto Jean Monnet - che solo nelle crisi l’Europa progredisce. E quando il polverone si è depositato l’Europa si è trovata con un salto di qualità nel suo tessuto istituzionale: procedure più cogenti di sorveglianza ex ante e correzione ex post, meccanismi di stabilizzazione finanziaria dotati di un’impressionante potenza di fuoco, e soprattutto un rafforzamento di quell’idem sentire che è il vero collante dell’unità nella diversità.
Le ’crepe dell’euro’ ci sono state, ma a far emergere quelle indubbie difficoltà fu una ’tempesta perfetta’ che era praticamente impossibile prevedere: da una parte la più forte recessione dagli anni Trenta, una recessione che proveniva da altre crepe - quelle della (troppo) innovativa finanza anglosassone; dall’altra l’imprevedibile realtà di un Paese – la Grecia – che aveva imbrogliato sui conti. Ma l’euro è sopravvissuto anche all’incredibile uno-due di questi perversi unicum, e oggi è ancora sulla cresta, mentre lievita la quota delle riserve valutarie internazionali denominate nella moneta unica.
La Grecia ha evitato il default incontrollato, le misure di austerità sono state ingoiate da un Paese amareggiato ma rassegnato, il saldo primario del bilancio pubblico si avvia al pareggio, il tessuto produttivo sta reagendo con ristrutturazioni e ammodernamenti, e si è definito l’accordo per un default controllato dal 2013 (i titoli pubblici saranno rimborsati integralmente alle scadenze, ma la Grecia non pagherà interessi per dieci anni).
L’Italia ha attraversato indenne i carboni ardenti di una crisi finanziaria, grazie a un Governo tecnico che ha riscosso la fiducia dei mercati, e il pareggio del bilancio per l’anno prossimo è confermato, mentre l’avanzo primario si conferma ampio e di molto superiore a quelli di Francia e Germania. Lunga vita, insomma, alla moneta unica.