Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  settembre 29 Giovedì calendario

Adrenalina e dolore, le confessioni di un boia - Le ultime parole di Troy Davis sono state per loro: «Che Dio vi be­nedica »

Adrenalina e dolore, le confessioni di un boia - Le ultime parole di Troy Davis sono state per loro: «Che Dio vi be­nedica ». I suoi esecutori. Addetti del carcere di Jackson, Georgia, semplici dipendenti statali, assas­sini per procura. Assassini, sì, con la patente della giustizia. Lo rac­conta Jerry Givens, che per dicias­sette anni ha eseguito sentenze di condanna a morte nelle prigioni della Virginia. Un ex boia, perché oggi,a 59 anni,fa il camionista (do­po una parentesi in carcere per fal­sa testimonianza). Ma non è una di quelle professioni dove l’ex con­ti molto: a ogni notizia di una nuo­va esecuzione, Givens ricorda i sessantadue uomini che ha mes­so a morte. Tutti colpevoli per lo Stato e per i giudici. Per lui, sessan­tadue uomini uccisi. Lo confessa: «È il boia quello che soffre». Delit­to e castigo vale per tutti. Perciò si capisce la compassione, perfino da parte del condannato. «Dove­vo trasformarmi in una persona che si prendeva la vita di un altro» racconta Givens a Newsweek . È una specie di trasfigurazione, quella che serve per tirare la leva e fare scorrere i liquidi dell’iniezio­ne letale: sei seduto dietro una ten­da, ma è l’adrenalina quella che ti protegge davvero. «Il picco emo­zionale dell’esecuzione». Givens immagina che l’abbiano provato anche i boia di Troy Davis, la scor­sa settimana: perché l’adrenalina aumenta in proporzione all’atten­zione mediatica, e per Davis si era­no mobilitati il Papa, Desmond Tutu,l’ex presidente Carter,i poli­tici europei. Davis si è sempre di­chiarato innocente: il dubbio ri­mane, il boia è all’oscuro di quan­to sia successo in tribunale, il suo compito è eseguire. «Non sai co­me sia andata, non partecipi al processo». È un tarlo che si insi­nua fra le altre ossessioni: i volti dei condannati, anche di quelli sulla cui colpevolezza e ferocia e disumanità non c’erano dubbi,so­no fantasmi che continuano a tor­mentare Givens e i suoi colleghi. Perché a un certo punto l’adre­nalina li abbandona, e li lascia al senso di colpa.Il«picco emoziona­le dell’esecuzione» non è reale: è una maschera della pietà, e dopo un po’ svanisce. «Può durare an­che tre settimane, quella trasfor­mazione ». Ma poi se ne va. Che co­sa resta? «Hai portato via una vita innocente. E questo significa che hai commesso un assassinio». Il certificato di morte dei con­dannati è spietato: «Omicidio». Tocca al boia leggerlo. «Come puoi rimanerci?». Alcuni non si ri­prendono mai. Givens ha trovato la fede, altri l’alcol, la droga, perfi­no il suicidio. È successo a due ese­cutori dello Stato di New York, uno ha lasciato un biglietto: «Ero stufo di ammazzare persone». Jeanne Woodford si è dimessa dall’incarico di direttore di tutte le carceri californiane: «Sapevo che non potevo fare eseguire un’altra condanna. Non potevo proprio». Ogni volta era sempre più dura: «Devi sembrare normale. Cerchi di dire a te stesso e ai tuoi uomini che è la legge». A un certo punto però non la capiva più. Si è unita a un gruppo di altri ex direttori, ese­cutori e guardie che oggi fanno campagna contro la pena di mor­te: per salvare i condannati, ma an­che sé stessi. Gli impiegati della morte vivono perseguitati. Lo di­ce Allen Ault, oggi preside della fa­coltà di Giustizia e sicurezza alla Eastern Kentucky university, ex commissario del Dipartimento correttivo della Georgia. Dal 1992 al 1995 ha supervisionato cinque esecuzioni. Scrive su Newsweek : «Non ricordo sempre i loro nomi, ma nei miei incubi vedo le loro fac­ce ». La madre e la moglie erano preoccupate per lui. «Cercavo di razionalizzare, pensavo: se solo servirà a salvare una vita futura, forse ne è valsa la pena». Anche lui ha partecipato alla campagna per salvare Troy Davis, con una lette­ra: «Nessuno ha il diritto di chiede­re a un servitore dello Stato di ac­collarsi una condanna perenne a un dubbio assillante e, per alcuni di noi, alla vergogna e alla colpa». Jerry Givens vive braccato dal­­l’orrore, non gli basta guidare il ca­mion nella notte per dimenticare. «La persona che compie l’esecu­zione rimane imprigionata in es­sa per il resto della vita. Chi vorreb­be un peso del genere? ». Givens sa che deve prepararsi a rivivere tut­to, di nuovo, sempre: la prossima condanna è in programma per il 5 ottobre, ancora in Georgia.