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 2011  settembre 29 Giovedì calendario

Quegli immobili da 500 miliardi che lo Stato non riesce a vendere - Il patrimonio c’è, ricchissimo e poco valorizzato

Quegli immobili da 500 miliardi che lo Stato non riesce a vendere - Il patrimonio c’è, ricchissimo e poco valorizzato. Lo Stato, poi, è un pessimo padrone di casa e fini­s­ce per spendere il doppio di quan­to incassa dai suoi immobili e quindi ha tutto l’interesse a vende­re. Ma il mattone di Stato è anche inafferrabile, disperso in mille ri­voli ed è in larga parte sconosciu­to persino al «proprietario», tanto che per rimediare già da qualche anno è iniziato un censimento «a prezzi di mercato» che ancora non ha dato risultati definitivi. Una recente indagine conoscitiva della Camera ha anticipato qual­che dato e stima. Si calcola che siano circa mezzo milione le unità immobiliari pub­bliche, per un valore tra 240 e 320 miliardi di euro ai quali vanno ag­giunti i terreni. Sono oltre 13 mi­liardi di metri quadrati e possono valere fino a 50 miliardi. Il conto potrebbe salire, e di molto. Recen­temente è stata fatta la cifra di 500 miliardi di euro, comprendendo gli edifici dell’amministrazione centrale, quelli delle autonomie locali e degli enti pubblici in gene­rale. La fetta più consistente, circa l’80%, è proprio quella in mano agli enti locali, in particolare dei piccoli comuni. La palla, quindi, è in mano a sindaci, presidenti e go­vernatori che dovrebbero dare un contributo nell’individuare le lo­ro proprietà immobiliari. Difficile convincerli, come dimostrano le resistenze da parte delle autono­mie locali al censimento (prima delle ferie avevano risposto solo un’amministrazione su quattro). Il fatto è che hanno tutto l’interes­s­e a restare nell’ombra e gestire di­rettamente eventuali dismissio­ni, magari per ridurre il loro debi­to. Il governo, d’altro canto, non ha intenzione di appropriarsi dei loro beni, soprattutto alla vigilia del federalismo. Oggi è in programma il semina­rio organizzato al ministero del Economia con il premier Silvio Berlusconi. Giulio Tremonti pro­verà a mettere in moto la macchi­na, cercando di coinvolgere gli unici soggetti che potrebbero ga­r­antire entrate consistenti in tem­pi relativamente brevi, cioè i gran­di investitori: banche, fondi di in­vestimento e fondi immobiliari, italiani e stranieri. Sarà l’occasio­ne per quantificare gli edifici real­mente disponibili: dalle parti del ministero dell’Economia era sta­to stimato che un 40% dei 500 mi­liardi di euro complessivi, potreb­bero andare sul mercato senza troppi problemi. Se così fosse po­trebbero essere messi sul merca­to asset pubblici per 200 miliardi e quello del governo Berlusconi di­venterebbe il piano di dismissioni più importante della storia repub­blicana. Ma il conto potrebbe an­che assottigliarsi, rendendo im­possibile il sogno di chi vuole ab­battere il debito pubblico sotto quota 100% del Pil solo ricorren­do alla dismissione del mattone di Stato. Che l’Italia sia comunque all’al­ba di una nuova stagione per gli immobili pubblici lo dimostra, ol­tre al seminario di oggi, l’attivi­smo di Ignazio La Russa, ministro di un dicastero, quello della Dife­sa, che è sempre stato molto gelo­so delle sue proprietà. Questa vol­ta sembra che qualcosa stia vera­mente cambiando. La Russa sta preparando un fondo immobilia­re al quale affidare caserme, fari e altri edifici, non più strategici. Nel caso della Difesa, c’è già una sti­ma di quanto potrebbe entrare nelle casse dello stato. Un miliar­do di euro in tre anni, solo dalla vendita di fari e caserme. Circa 400 caserme sono già state trasferi­te al demanio. Si tratta di edifici con alte potenzialità turistiche, in particolare i fari. Ma la possibilità per lo Stato di fare un buon affare è legata al cambio di destinazione d’uso degli immobili. Anche in questo caso le chiavi degli immo­bili di stato le hanno i sindaci. Una norma voluta da La Russa preve­de comunque che il ministero si possa accordare con i comuni e le regioni per valorizzare gli immobi­li della Difesa, anche cambiando la destinazione d’uso. Sempre il ministero della Difesa, è impegna­t­o proprio in questi giorni sul capi­tolato della gara che servirà ad in­dividuare le società di gestione del risparmio che si occuperanno degli immobili vendendoli, valo­rizzandoli oppure cedendoli in cambio di altri beni e servizi. An­che il ministero dell’Economia do­vrebbe seguire lo stesso metodo. La vendita delle singole unità immobiliari, strada scelta nell’ul­tima stagione di dismissioni, ha portato alle casse dello stato me­no di 15 miliardi di euro. Adesso l’intenzione è di cercare di vende­re in blocco. Magari tramite socie­tà costituite ad hoc, controllate dallo Stato. Invece di vendere sin­goli lotti, in vendita finirebbero le stesse Spa. Al Tesoro arriverebbe­ro risorse consistenti e in tempi brevi per abbattere il debito. E lo Stato si libererebbe di un capitale che, invece di fruttare, costa.