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 2011  settembre 28 Mercoledì calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 200 - UNA NOTTE CHIARA

aribaldi si sta rassegnando: non può partire per la Sicilia, dove la rivoluzione è andata male. S’è fatto comprare un biglietto per Caprera e sta preparando i bagagli. A Villa Spinola c’è un’aria depressa.

E invece arrivò un altro telegramma, e annunciava vittorie dappertutto. Rosolino Pilo in testa a un vero esercito. Curioso telegramma, che portava notizie false. Crispi disse che aveva sbagliato a decifrare quell’altro, parlava concitato, non si riuscì mai a capire che cosa fosse successo, a meno che non avesse falsificato da cima a fondo questo secondo dispaccio, come sembra certo. Garibaldi disfò le valigie, risistemò sul letto la carta della Sicilia. Gridava: «Va bene, facciamo la Rivoluzione, ma che sia domani, perché sono stufo!». Domani era impossibile, bisognava richiamare Fauché, finir di preparare le navi. Andarono a prendere per il collo La Farina, che tirasse fuori questi fucili di cui parlava da un mese e che non si vedevano ancora. La Farina ne consegnò mille e 19. Erano una porcheria, ma meglio di niente, in ogni caso ci avevano combattuto nel ‘59. Poi diede cinque casse di munizioni e ottomila lire. Altre trentamila lire erano arrivate da via Santa Teresa. Besana aveva anche comprato a Milano 200 carabine nuove di zecca. La sera del 5 maggio tutta la città si mise alla finestra per assistere allo spettacolo. Poco prima di mezzanotte videro Bixio e un’altra quarantina che stavano sul molo e dal molo, agili, saltavano sulle due navi. Mollarono, i due vapori si diressero verso Quarto.

A Quarto il generale aveva addosso la camicia rossa, il poncho, il sombrero sugli occhi, la sciabola sulle spalle, un revolver infilato a destra, un pugnale infilato a sinistra. Durante le ultime ore aveva diffuso proclami che cominciavano: «Italia e Vittorio Emanuele!». Dietro di lui, in fila indiana, salirono tutti gli altri. Sciolsero gli ormeggi, si staccarono da terra, dalle finestre li seguirono ancora per poco, profittando della notte chiara.

Qualcuno di più. Venivano in maggioranza da Bergamo e da Brescia. C’erano parecchi galeotti.

Lo aveva preso la solita tristezza. Guardava davanti a sé e che vedeva? Che il governo sarebbe caduto, facilmente i suoi nemici avrebbero trionfato. Vittorio Emanuele aveva versato diecimila lire nel fondo per il «Milione di fucili» e attraverso il conte Trecchi manteneva i contatti con i garibaldini. Si stava ricostituendo il partito degli anticavouriani, vanamente sgominato all’inizio dell’anno. Il re, Garibaldi, la sinistra e anche i mazziniani. Genova era piena di mazziniani. Mentre rientrava da Genova aveva provato a immaginare il nuovo gabinetto. Ricasoli, Esteri. Minghetti, Interno. Cialdini, Guerra. Gli altri come adesso. Io sosterrei il governo in Parlamento contro le mene dei rattazziani. La tazza del potere è piena di fiele, non di liquido inebbriante. Alla stazione di Torino era venuto a prenderlo Guglianetti, segretario generale dell’Interno. Aveva saputo di Garibaldi. Era tutto agitato. «Calma, Guglianetti, manderemo Frapolli a dissuaderlo». In ufficio aveva trovato una lettera di La Farina. Stava a Busto e parlava anche lui del generale. «Ebbimo un lungo abboccamento insieme. Lo trovai indeciso sul da farsi in quanto alle cose di Sicilia, ma desideroso di agire d’accordo con me. Nessuna intelligenza tra lui e i mazziniani, anzi pronunziato disaccordo. Medesima disposizione d’animo in Medici, Bixio, Besana e Sirtori». Andò in consiglio dei ministri. Di nuovo Garibaldi! Era arrivata una richiesta dalla direzione del «Milione di fucili». Volevano sapere se potevano consegnare le armi al generale. Disse di no. In quel momento si stava discutendo alla Camera su Nizza e Savoia. Scrisse ad Arese, pregandolo di andare da Napoleone e indurlo a star tranquillo sui confini, a spiegargli che il ministero era in pericolo. Fanti, ministro della Guerra, sosteneva che il confine di Napoleone toglieva al Piemonte le sue difese occidentali. Voleva dimettersi. Se Fanti si dimette, il governo cade. Scrisse a Farini, che era in viaggio col sovrano, di persuadere il re a intervenire su Garibaldi. A Genova facevano quello che facevano in nome di Vittorio Emanuele. Ne potevano nascere complicazioni internazionali. Farini gli rispose immediatamente. Il re era d’accordo. Aveva spedito un telegramma. Questo, insieme al fatto delle armi, li avrebbe scoraggiati. No, non credeva che sarebbero partiti. Mandò a Palermo la «Governolo», regia fregata agli ordini del marchese d’Aste. Le mise a fianco la «Authion», nave avviso. La «Governolo», ufficialmente, sarebbe rimasta in porto per imbarcare i sudditi sardi in difficoltà. In realtà d’Aste doveva raccogliere informazioni e passarle all’«Authion». L’«Authion» sarebbe filata a Cagliari, dove c’era il telegrafo, e le avrebbe trasmesse a Torino. A un tratto era assetato di notizie. Com’era finita quella rivolta in Sicilia? E se per caso...