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 2011  settembre 29 Giovedì calendario

Così Bankitalia ha saputo tenere lontana la politica - In Germania la Bundesbank è una tecnostruttura fortissima

Così Bankitalia ha saputo tenere lontana la politica - In Germania la Bundesbank è una tecnostruttura fortissima. Anche personaggi di provenienza politica quando sono posti a guidarla dopo un po’ cominciano a parlare come se ci fossero cresciuti dentro. Ne sa qualcosa Angela Merkel, che l’attuale capo della Bundesbank Jens Weidmann, fino a qualche mese fa suo consigliere, sta cominciando a contraddire; mentre nulla nei comportamenti del precedessore di Weidmann, l’economista Axel Weber, ricordava che a nominarlo era stato un governo di sinistra. Anche in altri Paesi dell’euro, come l’Austria e la Finlandia, gli attuali governatori hanno cominciato la carriera in politica. Ma per lo più, ora che i Trattati europei sanciscono l’assoluta indipendenza delle banche centrali, si preferisce evitare nomine che abbiano sapore governativo. Oltre che al personale interno delle stesse banche centrali, si ricorre ad accademici o ad alti funzionari pubblici, in qualche raro caso a banchieri privati di grande prestigio e non legati alle concentrazioni di potere finanziario. In Italia la faccenda è parecchio delicata, dato lo strapotere che la politica possiede. Nella storia della Repubblica la Banca d’Italia è quasi sempre riuscita a proteggersi dalle ingerenze politiche in fase di nomina; sia per l’equilibrio mostrato dai capi dello Stato coinvolti nelle procedure, sia per la grande capacità di rigetto mostrata contro i trapianti esterni. Giova che si tratti dell’istituzione italiana forse più stimata all’estero. Cosicché si è affermata la tradizione di scegliere come governatore, salvo casi eccezionali, personaggi provenienti dall’interno. Nell’esperienza, i guai peggiori sono capitati quando certi governatori hanno ceduto alla tentazione di immischiarsi nella politica; erano personaggi di provenienza tecnica e di alta qualità professionale, ma erano anche i due che dalla politica erano meno lontani. Guido Carli (1960-1975) nelle sue memorie ammise di aver ostacolato la nazionalizzazione dell’energia elettrica decisa dal governo in carica nel 1962; le sue scelte monetarie del 1963 parvero dirette contro il partito socialista appena entrato nella maggioranza. Antonio Fazio (1993-2005), prima per ambizioni politiche, poi per maneggi di potere bancario, fu tutto tranne che al disopra delle parti; durante l’esame del disegno di legge sulla tutela del risparmio, nel 2004-2005, il Parlamento non si divideva tra centro-destra e centro-sinistra, ma tra fazisti ed antifazisti, trasversalmente. E’ stata la politica stessa a trovare il rimedio, inducendo Fazio alle dimissioni; ma solo quando il suo prestigio era irrimediabilmente compromesso. Diversissimo era stato il caso di Paolo Baffi nel 1979, dimessosi da governatore perché sentiva ostile una parte potente della maggioranza di governo. Fu quella la più grave lesione al prestigio della Banca d’Italia. Ma presto seppe ripararvi, a sorpresa, il successore scelto all’interno, Carlo Azeglio Ciampi, che i politici a torto ritenevano più malleabile. Guido Carli era un alto funzionario governativo che per scelta politica era stato inserito in Banca d’Italia dall’esterno come direttore generale, e poi promosso governatore. Ciampi nel 1993, passando a guidare il governo, riuscì a fermare una analoga operazione che la politica aveva tentato con Lamberto Dini; ma dovette accettare la preferenza dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro per Antonio Fazio, cattolico militante oltre che economista preparato. Proprio mentre la Democrazia cristiana si disgregava, a un personaggio di area dc toccava un posto chiave. Quello di Mario Draghi nel dicembre 2005 è stato l’unico caso in cui si è ricorso a un candidato davvero esterno. Ma c’era un larghissimo accordo sul segnare una discontinuità con l’era Fazio; tanto che nel giro di pochi mesi fu rinnovato l’intero direttorio dell’istituto. Oggi in Banca d’Italia si sentono orgogliosi di aver evitato, prima della crisi, che i banchieri italiani si dessero a follie altrove epidemiche; rivendicano di aver fatto del loro meglio, lungo tutta la crisi e nella dura estate appena conclusa, per allontanare dal Paese pericoli gravissimi. «Ci dicano in che cosa abbiamo sbagliato» sfida una voce dall’interno.