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 2011  settembre 28 Mercoledì calendario

Noseda: un Beethoven a cento all’ora - Un teatro d’opera che inizia la stagione con un’integrale sinfonica è piuttosto insolito

Noseda: un Beethoven a cento all’ora - Un teatro d’opera che inizia la stagione con un’integrale sinfonica è piuttosto insolito. Però è la scelta del Regio di Torino, che propone le nove sinfonie di Beethoven in quattro concerti ognuno replicato una volta. Si inizia oggi con Prima ed Eroica , si finisce il 6 ottobre con Ottava e Nona. Protagonisti, ovviamente, l’Orchestra del Regio e il suo direttore musicale Gianandrea «Stachanov» Noseda. Maestro Noseda, perché? «La risposta potrebbe anche essere: e perché no? In realtà credo che non ci si debbano porre limiti nelle scelte. E aggiungo che per me non esistono orchestre "sinfoniche" e orchestre "operistiche". Quindi con la Bbc Philharmonic faccio anche l’opera e con l’Orchestra del Regio faccio il ciclo completo delle Sinfonie di Beethoven. Che, fra l’altro, all’orchestra fanno benissimo». Sono fra le musiche più lette, studiate, eseguite e soprattutto ascoltate del mondo. Non sarebbe il caso di chiuderle nel cassetto per qualche anno? «Come interprete lo faccio. La mia ultima integrale risale a sei anni fa. Ma non so se sia un’idea applicabile al pubblico che, giustamente, le ama. Quindi credo che le possibilità siano due: o davvero le sinfonie di Beethoven non si suonano per un po’ e poi si riprendono con una freschezza nuova, oppure, come facciamo noi a Torino, si suonano tutte di fila come un’unica enorme sinfonia in nove movimenti. E allora si capiscono meglio e soprattutto si capisce meglio l’evoluzione del linguaggio di Beethoven, quella "necessità" che è il suo tratto distintivo». Dopo sei anni, come cambia il Beethoven secondo Noseda? «L’aspetto che mi ha colpito di più sono i tempi. Ero convinto di doverli rallentare. E invece mi sono trovato a correre, ad avvicinare i contrasti, a enfatizzarli. Beethoven ha tantissimo da dire e lo dice con un’urgenza febbrile, travolgente». E qui siamo alla famosa questione dei suoi metronomi «impossibili». In attesa dell’integrale di Chailly con Lipsia e tutti i tempi «originali». «Sappiamo che Beethoven mise le indicazioni metronomiche alle sue sinfonie nel 1817, quando ne aveva già composte otto. Si è sempre detto che, sopraffatto dalla sordità, avesse segnato tempi che a lungo sono sembrati assurdi, troppo veloci. Ma intanto sono veloci anche i metronomi della Nona. E poi non sono sicuro che le indicazioni di Beethoven siano così eccentriche. Sono eccentriche soltanto rispetto a quello che siamo abituati a sentire. Io infatti mi ci avvicino. Alla metà dell’Allegro ma non troppo, un poco maestoso, il primo movimento della Nona, Beethoven indica un metronomo di 88 alla semiminima. Io lo stacco a 80, ma la tradizione è fra il 66 di Toscanini e il 69 di Karajan». Abbado sostiene che i metronomi di Beethoven non sono importanti per sé, ma per i rapporti che stabiliscono fra i vari movimenti . «Sono d’accordo. Prendiamo la Settima: il primo movimento è sempre staccato troppo veloce, il secondo troppo lento, per nulla Allegretto come indicato, per far rientrare la Settima nello schema consacrato della sinfonia, con i due primi movimenti Allegro-Andante. Ma perché? Beethoven è grande anche perché rompe le regole consacrate. Come, sempre per restare alla Settima, nel Finale, che è al limite della perdita del controllo». E gli organici? «Senza voler tentare un approccio "filologico", è ovvio che cambiano. Così suoneremo la Prima con dieci violini primi e la Nona con 14». Segue, a Torino, il Fidelio , a dicembre con la regia di Martone. «Le sinfonie sono perfette, con un dominio totale della struttura, da supremo ingegnere della musica. Il Fidelio , ovviamente, no. Ma il messaggio morale dell’opera è altissimo, supremo». Dei 36 movimenti delle nove sinfonie qual è il più difficile per un direttore? «Forse il secondo della Pastorale . E’ come certo Verdi: se sbagli il tempo o "non si muove" oppure non c’è tempo di suonarlo. Nessuna via di mezzo». E la sua sinfonia preferita? «Sempre quella che sto dirigendo».