Massimo Mucchetti, Corriere della Sera 29/09/2011, 29 settembre 2011
BERLUSCONI E IL COMPLESSO DEL RE SOLE. QUANTO VALE LA REPUTAZIONE DEL CAPO
Nell’opinione degli investitori, Silvio Berlusconi rappresenta ormai un badwill per la Repubblica italiana, un avviamento negativo che aumenta gli interessi sui nostri titoli di Stato. Al tempo stesso, il premier, 75 anni, continua a rappresentare un goodwill per Mediaset, ma lui per primo, se pensa al futuro dell’impresa e di chi vi lavora, dovrebbe domandarsi per quanto tempo possa durare questo avviamento positivo, e che cosa possa accadere dopo la sua non remota uscita da Palazzo Chigi.
L’avviamento costituisce una componente del valore di un’attività economica, sia essa una grande impresa o il bar dell’angolo. Si calcola sulla base dei risultati attesi per gli anni a venire. Dipende da tanti fattori, fra i quali spicca la reputazione del capo. L’avviamento è positivo se ci si aspetta un degno ritorno del capitale investito, negativo se si temono perdite. Quando il titolo Unicredit quotava 7 euro, si diceva che il banchiere Alessandro Profumo ne valesse 2 da solo. La premiership di Berlusconi, invece, aumenta di un punto percentuale il costo del debito pubblico, almeno secondo quanto sosteneva Nouriel Roubini in margine al convegno Ambrosetti di Cernobbio. Insomma, se si consolidasse, l’effetto Silvio costerebbe all’Italia 19 miliardi l’anno. Si tratta, è chiaro, di stime fatalmente soggettive, e tuttavia eloquenti circa la reputazione di questo leader al tramonto.
Il gioco cambia per Mediaset. Secondo Goldman Sachs, il valore d’impresa al 2012 della tv del gruppo Fininvest è pari a 7,9 volte il margine operativo lordo contro una media del settore di 6,7 volte. Un vantaggio che ora vale un miliardo, ma che, pur seguendo le quotazioni, si è sempre registrato con l’azionista principe di Mediaset al potere. La domanda è: durerà? E lo stesso Berlusconi è sembrato porsela dopo la sentenza d’appello che condanna la Fininvest a versare un risarcimento di 564 milioni alla Cir, la holding dell’arcinemico Carlo De Benedetti, per la corruzione di un giudice del lodo Mondadori. Dopo quel salasso (che la Cassazione potrebbe ancora revocare), Berlusconi ha cominciato a dire che lo vogliono espropriare, distruggendo le sue aziende. Il premier-imprenditore esagera. Al 31 dicembre 2010, Fininvest aveva liquidità e titoli per 939 milioni e debiti per quasi 700 milioni, tra holding e Milan. Il pur cospicuo esborso è stato affrontato dalla holding senza ricadute sulla posizione finanziaria di Mediaset, Mediolanum e Mondadori. Ma è pur vero che la Fininvest Spa è meno forte.
Quanto meno? Non tanto da impedire eventuali aumenti di capitale nelle aziende: i Berlusconi hanno incassato da Fininvest 1.906 milioni di dividendi da quando il capofamiglia è in politica. E però il lamento del premier-imprenditore esprime un timore reale sul vento che cambia.
In seguito alla crisi, il tesoretto di Fininvest si è ridotto a 2 miliardi investiti in pacchetti azionari quotati (con pesanti minusvalenze teoriche su Mondadori e Mediobanca) più il Milan (contabilmente non vale nulla ma può trovare sempre un amatore). Il grosso di questo tesoretto dipende da attività come la tv, il calcio e un po’ anche le assicurazioni che godono di una normativa di favore. Berlusconi lo ha chiaro da sempre: nel 1993 decise di scendere in politica certo per salvare l’Italia dalla «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto, ma anche — e soprattutto, si direbbe rileggendo i verbali del comitato corporate di Arcore — per preservare la «roba», gravata da debiti ingenti e, più ancora, dal rischio di una regolazione non più amica.
Mediaset, la metà del tesoretto, è entrata nella fase della maturità. Da tempo non produce idee nuove come negli Anni 80 e 90. Le ha cercate in Endemol, strapagando: invano. L’informazione non fa ascolti forti, nonostante la colonizzazione della Rai. Mediaset Premium non guadagna. La tv della Milano da bere, contrapposta alla Rai piagnona, non ha più nulla da dire. Il fatturato pubblicitario tiene bene in virtù del duopolio collusivo con la Rai e sbilanciato sul Biscione, rafforzato dall’influenza che il premier ha sugli inserzionisti: li incontra non di rado come imprenditori in grado di dargli buoni consigli sulla conduzione dell’Italia, talvolta coadiuvato dal sottosegretario Daniela Santanché, titolare della concessionaria di pubblicità Visibilia.
L’Italia è uno dei pochi Paesi dove la proprietà della rete e delle frequenze è dei broadcaster. Qui le tv esistenti hanno fatto man bassa delle frequenze radio liberate dalla transizione al digitale. E il loro uso viene pagato la metà rispetto al resto d’Europa. Questi privilegi paramonopolistici alimentano il plusvalore di Mediaset e ne nascondono l’invecchiamento. Un governo normale — di cultura liberale o socialdemocratica, poco cambia — li dovrebbe correggere. E potrebbe correggerli oltre il giusto se la lotta politica s’incattivisse ancora.
Mediaset è una grande azienda di questo Paese. Il duello con la Rai degli Anni 80 appartiene ormai alla storia. Nel bene e nel male. Se vuole sopravvivere al contraccolpo che riceverà dall’avvio di un normale regime competitivo, Mediaset dovrà ricostruirsi sul piano della cultura e dello stile di direzione aziendale. E allora converrebbe che chi l’ha creata — e per questo passerà alla storia dell’impresa italiana — evitasse che il goodwill si trasformi in un badwill anche per l’azienda e pensasse fin d’ora a quale sia l’azionista adatto a reggerne il timone. O crede di dover durare in eterno a Palazzo Chigi perché, comunque, dopo di lui sarà il diluvio in Fininvest come il Re Sole credeva dovesse accadere per la Francia?
Massimo Mucchetti