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 2011  settembre 29 Giovedì calendario

QUANDO IL DIALETTO DIVENTA DISSACRANTE

«Bada, nun biastimà, Pippo, ché Iddio / è Omo da risponne pe le rime». Sono due versi del poeta Giuseppe Gioachino Belli, che nel suo dialetto, il romanesco, metteva in guardia quelli che sono abituati a «pijà er nome de Ddio invano». Belli non era tipo da risparmiare sulle parolacce, ma con Dio no: «co Dio vacce cor bemollo vacce», consigliava. Nei suoi sonetti era quello il primo comandamento. Dante condannò i bestemmiatori, cioè i violenti contro Dio, al contrappasso di rimanere supini per l’eternità. Anche se oltraggiare la superiorità di Dio significa, tutto sommato, riconoscerne implicitamente l’esistenza. Nessuna meraviglia: la bestemmia conserva una maggiore vitalità liberatoria, per opposizione, laddove il contesto (familiare o sociale) rivendica con più forza l’esistenza dell’Ingiuriato o dell’Ingiuriata: altrimenti dove sarebbe l’infrazione? Gli atei che gusto ci proverebbero a essere blasfemi? Dunque, è naturale che la bestemmia trovi terreno fertile nelle regioni di più salda tradizione cattolica, e il Veneto è indubbiamente tra queste: la fantasia del dialetto aggiunge all’improperio scherno e violenza dissacrante.

Lo scrittore (vicentino!) Luigi Meneghello, in «Libera nos a Malo», racconta che nel suo paese le bestemmie «fioccavano» tra i ragazzi. Il piccolo Cicàna ne inventava un numero infinito: «Una volta scommise di dirne 350 tutte diverse una dietro l’altra, e vinse senza impegnarsi a fondo». Combinò il nome di Dio con bestie selvatiche e domestiche, pachidermi e moscerini, piante, erbe, licheni e muffe, poi passò ai mestieri, infine alle viscere e alle funzioni corporali. Non si ricordano scrittori di altre zone d’Italia capaci di raccontare tante variazioni sul tema. Chissà come avrebbe reagito Cicàna se per sedare il suo impulso blasfemo gli avessero messo davanti l’immagine della Madonna.
Paolo Di Stefano