Adriana Bazzi, Corriere della Sera 29/09/2011, 29 settembre 2011
IL PAPA’ DEL PACEMAKER CHE SOGNO’ DI CURARE L’AIDS —
Nove cose su dieci, di quelle che inventi, non funzionano ma, se sei un ricercatore, non devi temere il fallimento e non devi pensare soltanto al successo: la vera soddisfazione non sta nel risultato che ottieni, ma in quello che fai per ottenerlo.
Era questa la filosofia di Wilson Greatbatch, l’inventore del pacemaker cardiaco, morto all’età di 92 anni a Buffalo, nello Stato di New York.
La sua idea «numero dieci», quella vincente, fra le tante che ha avuto (ha brevettato nella sua vita 325 invenzioni), è servita per ridare il ritmo a migliaia di cuori in tutto il mondo. Ed è stata così «perfezionata» che, oggi, esistono pacemaker piccolissimi, impiantabili sotto la pelle, della grandezza di una scatola di cerini, capaci di «trasmettere» informazioni sull’attività del cuore a sistemi computerizzati e di essere regolati dall’esterno. Ben più sofisticati di quello costruito da Greatbatch, nel lontano 1958.
Ecco come è nata la sua idea. Nel 1956 Greatbatch era un assistente in ingegneria elettrica all’Università di Buffalo: mentre stava costruendo un apparecchio per registrare il ritmo cardiaco, aveva sbagliato qualcosa e il dispositivo aveva cominciato a emettere impulsi elettrici che assomigliavano al battito del cuore. Il ricercatore fece due più due (ricordandosi le discussioni in mensa con i colleghi cardiologi della Cornell University di New York, dove aveva studiato ingegneria) e pensò che una stimolazione elettrica esterna poteva compensare il difetto di certi cuori, incapaci di battere al giusto ritmo. Cominciò, così, a costruire un dispositivo in grado di sostituirsi alla «centralina elettrica» naturale.
Nel 1958 i medici del Veterans Administration Hospital di Buffalo dimostrano che l’apparecchio, della grandezza di circa cinque centimetri cubici, poteva controllare il ritmo cardiaco nei cani da esperimento.
Così l’inventore-ricercatore comincia a lavorare per applicare questo dispositivo alle persone sofferenti di disturbi del ritmo, quelle che rischiano di non poter «rifornire» l’organismo del sangue necessario al suo funzionamento e, soprattutto, di non garantire al cervello ossigeno e sostanze nutritive fondamentali per la sua attività.
Nel 1960, il dispositivo messo a punto da Greatbatch è impiantato in dieci persone, fra cui due bambini, con successo (il primo, il paziente zero, era un 77enne che dopo l’impianto sopravvisse 18 mesi). Oggi nel mondo, secondo le statistiche dell’American Heart Association, vengono impiantati, ogni anno, almeno mezzo milione di pacemaker.
L’invenzione del pacemaker ha guadagnato un posto nell’Olimpo dei dieci contributi più importanti dell’ingegneria per la società, secondo la National Society of Professional Engineers americana e Greatbatch, nel 1998, è stato ammesso nella Hall of Fame, il clan degli americani famosi, a Akron, Ohio. Il ricercatore, nella sua lunga vita, che lo ha visto coinvolto nella Seconda guerra mondiale come esperto nella gestione dei radar, si è occupato anche di altro: ha studiato un’alternativa alle batterie di mercurio-zinco dei vecchi pacemaker, che avevano una durata limitata, proponendo batterie al litio, più longeve. E ha dato vita a una sua compagnia che le produce, oggi leader mondiale. Ma si è interessato alla lotta all’Aids, con il sogno di poterla combattere con nuove cure, alla possibilità di sviluppare la fusione nucleare usando un tipo di elio, un elemento chimico trovato sulla Luna.
E in tutto questo è sempre stato incoraggiato, in sessant’anni di matrimonio, dalla moglie Eleanor.
Adriana Bazzi