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 2011  settembre 29 Giovedì calendario

L’ITALIANO? È IN SALUTE, GRAZIE

Negli ultimi anni il tema del­l’identità italiana è stato af­frontato da più versanti, a partire dalle massime cariche istitu­zionali. Ed è un tema che pone in primo piano, come simbolo identi­tario più profondo, proprio la con­divisione di una lingua comune. Non andrà dimenticato che nell’Italia di oggi la lingua, patrimonio attivo or­mai di oltre il 90% dei cittadini, è il più importante fattore coesivo di un’appartenenza comune. Altri fat­tori sono transnazionali (il cristia­nesimo), minoritari e discussi (la memoria storica, sempre più labil­mente presente nel bagaglio cultu­rale medio, e comunque soggetta a valutazioni diverse e talvolta antite­tiche) oppure meno profondamen­te strutturanti, in una parola meno significativi, come la gastronomia (da tempo la pastasciutta è il classi­co primo piatto da Pordenone a Ge­la) o i1 tifo calcistico. Una lingua nazionale è, di norma, un antico dialetto parlato in un’area geograficamente ristretta che è riu­scito a imporsi su altri dialetti; è – per riprendere l’arguta metafora di un linguista – un dialetto con un eser­cito e una marina. Questo è vero an­che per l’italiano, ma i modi attra­verso i quali il processo è avvenuto sono decisamente atipici.

Altre grandi lingue europee – il fran­cese, lo spagnolo, l’inglese – si sono modellate sulla lingua della capita­le politica e amministrativa. La for­za delle armi e del potere ha spinto, o costretto, i vari cittadini di Francia ad accogliere il predominio della lin­gua di Parigi, sacrificando culture e idiomi prestigiosi come il provenza­le, il tramite attraverso il quale la ci­viltà occidentale ha riscoperto la poesia lirica. In Germania – un Paese che raggiunge l’u­nità politica addirittura più tardi dell’Italia, nel 1871 – l’affermazione del tedesco moderno si deve alla rifor­ma di Lutero che, traducen­do 1a Bibbia e favorendone la capillare diffusione pres­so i fedeli, promosse una particolare varietà linguisti­ca a lingua della società civile. Fuo­ri d’Europa, un altro, e certo più cla­moroso, caso di lingua nazionale af­fermatasi sul fondamento di una for­te motivazione religiosa è quello del­l’ebraico: mantenutosi nei secoli so­lo come lingua sacra, esso fu pro­mosso a lingua dell’uso solo alla fi­ne dell’Ottocento, non senza vivaci resistenze all’interno dell’ebraismo. Dopo la Seconda guerra mondiale e la tragedia della Shoah riuscì a di­ventare la lingua ufficiale dello Sta­to d’Israele, restituendo agli ebrei provenienti da diverse parti d’Euro­pa (e poi da altre parti del mondo) il senso di un’appartenenza comuni­taria non solo religiosa ma anche prosaica e quotidiana.

Nulla del genere per l’Italia. La lingua che oggi adoperiamo in ufficio, in autobus, nei negozi, nelle conferen­ze è il dialetto fiorentino trecente­sco, con le inevitabili modificazioni (massime nel lessico, consistenti nel­la sintassi, minime nella fonetica) che il tempo intercorso gli ha im­presso. Ma Firenze non è stato mai un centro politico con ambizioni su­perregionali: la religione si è espres­sa fino ad anni recenti o nel latino li­turgico, ovvero nell’italiano più o meno intriso di dialetto che il prete adoperava nei contatti con i fedeli e talvolta anche nella predicazione. Fi­N renze è stata la città che ha dato vi­ta a una grande letteratura, presto diffusa ed emulata altrove.

L’eccellenza dei grandi scrittori fio­rentini è il volano linguistico che ha reso una singola parlata municipa­le strumento di riconosciuto presti­gio sovrallocale. Accanto alla lette­ratura in senso proprio, non si pos­sono trascurare altri strumenti di u­nificazione linguistica, entrambi a lungo operanti solo sulla fascia cul­turalmente più elevata: i dizionari e 1e grammatiche.

el passato non è esistita so­lo una lingua scritta. L’ita­liano parlato ha avuto cor­so dal Cinque al Settecento come lin­gua dei salotti in molte capitali d’Eu­ropa, da Londra a Parigi; a Vienna Lorenzo Magalotti, ambasciatore di Toscana, e più tardi Pietro Metasta­sio, poeta cesareo, non sentirono il bisogno di apprendere il tedesco, ba­stando loro l’italiano (oltre al fran­cese). Non solo. Come è emerso da alcuni studi recenti, specie tra Cin­que e Seicento, l’italiano è stato una sorta di lingua internazionale nel Mediterraneo, fungendo da tramite nei rapporti tra europei, arabi e tur­chi.

Quanto al presente, l’immagine vul­gata di una lingua dal nobile pedi­gree, che però è irrimediabilmente tagliata fuori dal mondo globalizza­to in chiave angloamericana, è al­meno in parte uno stereotipo. L’ita­liano è oggi tra le lingue più studia­te nel mondo: è studiata più del rus­so o del portoghese (per citare due lingue di matrice europea, di gran­de tradizione culturale e con masse ben più consistenti di parlanti ma­drelingua); studiata in Paesi che han­no conosciuto un’intensa emigra­zione già dal secondo Ottocento e in cui è vivo il desiderio di riscoprire le radici di tanti discendenti da italia­ni (come l’Argentina), ma anche in aree come la Moldavia, che non han­no mai intrattenuto stretti rapporti con l’Italia. Ancor più significative sono le indagini relative alle moti­vazioni che spingono uno straniero allo studio dell’italiano: accanto al­le dominanti ragioni culturali (com’è giusto che sia), emerge l’interesse per quelle occasioni di lavoro che l’i­taliano può garantire in non trascu­rabili aree dell’industria e del turi­smo.

C’ è anche un altro capitolo, strettamente attuale, che riguarda le sorti della lin­gua italiana contemporanea. Come altre nazioni dell’Occidente svilup­pato, l’Italia – antico serbatoio di for­za lavoro emigrata in Europa, nelle Americhe, in Australia – è diventata negli ultimi anni terra d’immigra­zione extra-comunitaria (sia pure in misura nettamente inferiore, per o­ra, a quel che è avvenuto in altre na­zioni). In proposito si possono na­turalmente avere idee politiche di­verse, ma una cosa è certa: lo stru­mento principe per favorire l’inte­grazione è proprio la lingua. Chi mai penserebbe d’intervenire sulle con­vinzioni religiose degli immigrati? Ma è ragionevole chiedere loro (nel loro stesso interesse), oltre all’ovvio rispetto delle leggi e delle tradizioni del Paese ospitante, anche il com­piuto apprendimento della sua lin­gua.

La sensazione che una lingua seco­lare come l’italiano stia disgregan­dosi è una sensazione infondata, proprio alla luce di alcune conside­razioni sommariamente evocate. Ma è una sensazione che, scaturendo da tanti parlanti (come testimoniano tante allarmate lettere ai giornali), va valutata con rispetto e attenzione: non foss’altro perché testimonia di quella che i sociolinguisti chiamano “lealtà (o fedeltà) linguistica”, cioè di quell’attaccamento alla propria lin­gua senza il quale il destino di un i­dioma è irreparabilmente segnato. D’altra parte, non sono soltanto i cit­tadini qualunque che invocano provvedimenti a difesa della lingua. Sono anche i politici che – dopo de­cenni di disinteresse – si mostrano sensibili a temi linguistici: dall’inse­rimento dell’italiano come lingua uf­ficiale nella Costituzione fino al pro­getto di istituire uno specifico Con­siglio della lingua, con funzioni di in­dirizzo e di monitoraggio.