Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  settembre 28 Mercoledì calendario

IL MONDO DI HOEG, L’ANTIMODERNO

Peter Høeg non sembra intenzionato a tornare, per il momento, dal suo volontario esilio dalla vita pubblica, immerso — si racconta — in un personale percorso di meditazione. Il suo indirizzo è a tutt’oggi sconosciuto, il suo (recente) numero di telefono è segreto, lo scrittore non si trova su twitter come quasi tutti i suoi colleghi e su Facebook c’è soltanto una pagina fan, vuota, alla quale non si può chiedere l’amicizia. Si vocifera che sia irrintracciabile fino all’anno prossimo; e questo escluderebbe imminenti booktour e interviste.

A parlare per lui, però, è da ieri in libreria il suo nuovo romanzo, I figli dei guardiani di elefanti (traduzione di Bruno Berni, Mondadori, pp. 405, 20), un libro che si interroga proprio sulla libertà dell’individuo, sulla solitudine e sulla ricerca di valori profondi. E che lo fa raccontando le peripezie di tre ragazzini e un cane alla ricerca dei genitori, per l’appunto, misteriosamente scomparsi.

Insolita vicenda, quella di Peter Høeg. Nato a Copenaghen nel 1957, divenuto star letteraria mondiale nel 1992 con il bestseller Il senso di Smilla per la neve, da cui venne tratto anche un film di grande successo con Julia Ormond e Gabriel Byrne, l’autore «scomparve» letteralmente dalla scena pubblica nel 1996, dopo l’accoglienza tiepida riservata al suo libro La donna e la scimmia, facendo perdere le proprie tracce e rifiutando ogni contatto con i media. Riapparve dieci anni più tardi, nel 2006, con il nuovo romanzo La bambina silenziosa, ma soltanto per scomparire di nuovo dopo aver concesso pochissime interviste.

Un nascondimento assoluto che ricorda quello del più misantropo tra gli scrittori americani, Jerome D. Salinger, che si isolò in un esilio volontario all’indomani del travolgente successo del suo capolavoro, Il giovane Holden, del 1951. O che richiama l’invisibilità assoluta di un altro maestro americano, Thomas Pynchon, l’autore di L’arcobaleno della gravità e del recente Vizio di forma: forse il più chiuso e riservato scrittore del mondo, di cui si conoscono solo poche immagini datate e il suono della voce registrato per un’apparizione (in cartone animato) nella serie de «I Simpson».

Anche se, per diversi elementi, la sua scelta di vita appare più simile all’esilio volontario di un altro grande scrittore americano, Cormac McCarthy: anche l’autore della Trilogia della frontiera e del bestseller La strada, infatti, non gradisce l’esposizione ai media, ma soprattutto condivide con Høeg l’idiosincrasia per la tecnologia moderna. McCarthy scrive su una vecchia Olivetti, acquistata usata per pochi dollari, dopo aver venduto all’asta la sua leggendaria prima Olivetti lettera 32 per oltre 250 mila dollari. E ha devoluto il denaro ricavato dalla vendita in beneficenza a un’associazione non profit, il Santa Fe Institute. Anche Høeg, come ha confessato qualche anno fa in una delle rare interviste, è abituato a scrivere a mano i suoi romanzi; è refrattario alle nuove tecnologie, come i telefonini, e solo da pochi anni è munito di un apparecchio: ma ha dato il numero soltanto ai tre figli e a pochissimi intimi della famiglia. E anche Høeg è molto attivo nel volontariato e nella cooperazione, dato che ha creato la Lolwe Foundation, che si occupa di progetti per le donne e i bambini del Terzo Mondo.

L’isolamento, nel caso di Høeg, ha insomma più il carattere di un’ascesi e di una ricerca di sé che quello di una ombrosa e scorbutica (anche se sacrosanta) ricerca della privacy. E lo dimostra proprio l’ultimo romanzo.

Il nuovo libro I figli dei guardiani di elefanti, infatti, pare cercare di chiarire non solo il significato del «nascondimento», dell’«esilio» in sé e per sé (non soltanto l’esilio di Høeg, ma la ricerca spirituale di ciascuno), quanto l’interrogativo profondo che può scatenarlo. Intanto, un accenno di trama: un bizzarro pastore evangelico-luterano e sua moglie scompaiono misteriosamente dalla piccola isola di Finø, in Danimarca, inseguiti per motivi oscuri da buffi poliziotti, improbabili vescovi, varie autorità del luogo e, soprattutto, dai loro tre figli (tre come i figli dello stesso Høeg), Peter, Tilte e Hans. Peter è il quattordicenne narratore della storia, tutta giocata sui toni dell’avventura comica, della peripezia, ed è proprio lui a chiarire che cosa sono gli elefanti di cui parla il titolo: «Mamma e papà dentro di sé hanno qualcosa che è molto più grande di loro, e su cui non hanno il controllo», spiega il ragazzino.

E quel qualcosa che è «grande come un elefante» nella fantasia infantile del ragazzo, è il fatto che i genitori «vogliono sapere che cos’è davvero Dio». Proprio il tentativo di tenere sotto controllo quel desiderio di illuminazione, quell’«essere guardiani di elefanti senza saperlo», può sfuggire al controllo, diventare irresistibile e condurre alla fuga. La sete spirituale di famiglia, beninteso, è soltanto uno degli elementi dell’inattesa, caleidoscopica narrazione di Høeg. Il ragazzo Peter ci introduce a poco a poco nelle iperboliche avventure di famiglia, a partire «dalla prima sparizione», quando il padre architettò insieme alla madre (esperta orologiaia e costruttrice di marchingegni) una serie di falsi eventi mirabili per riaccendere la fede degli abitanti dell’isola, incappando in un’accusa di truffa. E non appena si diffonde la notizia della nuova sparizione, sulle tracce degli scomparsi si scatena l’improbabile umanità che popola l’isola, dall’ex eroinomane Rickardt Tre Leoni divenuto eccentrico miliardario, al temibile vescovo donna Anaflabia Borderrud («una delle pochissime persone alle quali si capisce subito che è fortemente consigliabile rivolgersi usando il lei») e altri eccentrici personaggi, mentre ad aiutare i ragazzi interviene nientemeno che una monaca tibetana, Leonora Ganeyfrid, che li guiderà sulle tracce dei genitori al raduno ecumenico cui forse i genitori sono segretamente diretti.

Høeg si diverte in una sarabanda (a tratti per la verità un po’ estenuante) di effetti, evasioni e trabocchetti, corse di cavalli, viaggi in nave, fughe in ceste di vimini, alternando azione spassosa a capitoli di riflessione. E schernisce con irriverenza i tratti esteriori delle credenze religiose per soffermarsi invece con serietà sulla ricerca interiore. Tanto che il ragazzo, dalla prima pagina, appare come un alter ego dell’autore (non solo perché ha lo stesso nome), intento a spiegare al lettore proprio il senso della sua «sparizione» («Ho trovato una porta per uscire dalla prigione, una porta che si apre verso la libertà»). Guidando il ragazzo attraverso la comprensione di sé, lo scrittore indica la strada che lo ha condotto lontano dal «rumore» già stigmatizzato ne La bambina silenziosa, il punto di non ritorno attraversato: «L’esercizio consiste nel chiederci chi siamo (...). Uno esamina la risposta e si chiede se racchiude la sua natura più intima, e se così non è, allora la sua domanda scaverà più in profondità, a poco a poco non più con le parole, ma ascoltando».
Ida Bozzi