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 2011  settembre 28 Mercoledì calendario

«MIO FIGLIO VIA DALLA SICILIA. UNO LO VOGLIO SALVARE» —

«Almeno un figlio lo voglio salvare...»: l’implorazione di una madre quantunque con un nome ingombrante è stata il primo passo che ha condotto Giuseppe Salvatore Riina, 34 ani, figlio del «capo dei capi» a voltare la spalle a Corleone e a giocarsi una nuova vita nel Nord Italia da domenica prossima, quando lascerà il supercarcere di Voghera. C’è l’iniziativa di Ninetta Bagarella, moglie, madre e sorella di boss mafiosi, dietro il percorso che ha condotto «Salvuccio», il suo terzogenito, a chiedere ai giudici di risiedere lontano dalla Sicilia ora che ha scontato 8 anni e 10 mesi per associazione mafiosa. Riina junior nei prossimi giorni prenderà casa a Padova e lavorerà in una onlus indicata dal provvedimento del giudice di sorveglianza di Pavia (competente per territorio) ma il cui indirizzo è al momento tenuto nascosto. Un personaggio dal cognome così inquietante, se da un lato ha trovato in Veneto chi è disposto a offrirgli una chance di riscatto, dall’altro ha provocato il risentimento della Lega Nord che attraverso più di un suo esponente proclama «Qui non lo vogliamo».

Il distacco tra Salvuccio Riina e la Sicilia non è stato un colpo di fulmine: alle spalle c’è la tela tessuta tra i volontari del circuito penitenziario e l’avvocato difensore Francesca Casarotto, oltre ovviamente al diretto interessato; che in questi anni di detenzione — riferiscono le relazioni giunte da Voghera — non ha commesso una sola infrazione e in più si è dedicato agli studi (è iscritto al terzo anno di economia all’università). Ma decisiva è stata la voce della madre di Salvuccio, Ninetta Bagarella, che ai suoi interlocutori ha chiesto di tenere suo figlio lontano dalle trame e dall’ambiente mafioso con quelle poche ma efficaci parole: «Almeno un figlio lo voglio salvare».

Il figlio di «Totò u curtu» potrebbe arrivare a Padova già domenica ma per lui l’aria della libertà, vista l’attenzione creatasi attorno al caso, potrebbe essere rimandata: difficile che si faccia vedere in giro. Lavorerà come impiegato in una onlus cittadina che da 35 anni si occupa del recupero di ex detenuti, emarginati e malati psichici, con il suo stipendio si pagherà un alloggio. «Ma a Padova non lo vogliamo» proclama con una nota Maurizio Conte, leghista e assessore regionale mentre il suo collega di partito Massimo Bitonci, senatore e sindaco di Cittadella, annuncia un’interrogazione a Palazzo Madama.

Dalla sede della onlus non si scompongono. L’energica responsabile mette le cose in chiaro: «Non vedo perché non si possa dare una possibilità di reinserimento a un detenuto solo per il cognome che porta. Ma sia chiaro: qui sarà sorvegliatissimo e se sgarra lo rimandiamo da dove è venuto. Se invece dimostrerà di cambiare vita siamo pronti ad aiutarlo persino a cambiare il nome che porta».

È un azzardo che i volontari si assumono a costo di attirarsi inimicizie. E l’arrivo al Nord di Salvuccio lascia perplessi anche esponenti dell’antimafia: «Da Cosa nostra non ci si dimette, è un’organizzazione che ti lega a vita». Parole del parlamentare del Pd Nando Dalla Chiesa.
Claudio Del Frate