Silvia Truzzi, il Fatto Quotidiano 28/9/2011, 28 settembre 2011
I GATTI DI MIKE LA DICCÌ E JOAN BAEZ
Schermi in bianco e nero, camion regia sull’autostrada, gatti che scorrazzano per i teatri, una scia di acqua di colonia dentro un ascensore, amministratori delegati che fanno i gradini a due a due, terremotando la placida tv della diccì. Correva l’anno 1954, l’Italia era “squallida e promettente”: dentro questa cartolina stavano arrivando i corsari, i disturbatori che entrarono in Rai grazie a un concorso. Tra loro c’era Furio Colombo, oggi parlamentare del Pd e firma del Fatto: “L’Italia era grigia e insieme animata da un senso del futuro di cui oggi non c’è traccia. C’era la sensazione che il meglio doveva ancora venire”.
Com’è la Rai del 1954?
Si è appena trasformata da Eiar in Rai. Ed è un dominio democristiano, il partito di più larga maggioranza. Senonché la Dc a un certo punto inizia a delegare il potere sulla Rai a un nucleo esterno di cattolici, pochissimo legati al partito. Persone che trovano nel loro cattolicesimo ragioni di resistenza, indipendenza e democrazia.
Parliamo di Filiberto Guala.
Era un ingegnere che fino a quel momento si era occupato di Acque potabili. Quando viene nominato amministratore delegato della Rai si muove subito in modo asimmetrico rispetto a mosse che già allora erano caute, paludate, diplomatiche: tipiche di quello che ancora oggi s’intende quando si dice ‘democristiano’. Guala era veloce, diverso. Ebbe l’idea di stabilire che in Rai si sarebbe entrati per concorso. E che poi ci sarebbe stato un corso, una vera scuola di giornalismo, con una valutazione finale, un punteggio e la distribuzione dei selezionati tra i settori in cui si divideva la Rai allora: spettacoli, cultura e giornalismo.
L’Eiar fascista era stata epurata?
Sì e no. Sostanzialmente era rimasta intatta ed era guidata da uomini come Marcello Bernardi e dal commediografo Sergio Pugliese. Bernardi era un elegante signore torinese, uno di quei boiardi che Scalfari descrisse nel suo libro Razza padrona. Una classe dirigente persuasa che fosse naturale avere il timone del comando nelle proprie mani, di meriti formali e con pochissimo interesse al contenuto delle cose che facevano.
Per esempio?
Alla sede Rai di Torino si capiva se Marcello Bernardi era entrato dalla scia di acqua di colonia che lasciava nell’ascensore. Queste persone hanno resistito all’arrivo di Guala, uno che ha inaugurato un costume prima di allora sconosciuto: sedersi in auto davanti, accanto all’autista.
Compagni di concorso: chi
erano?
Umberto Eco e Gianni Vattimo: questo bando ci attrasse tutti e tre. Lo facemmo, fummo selezionati. Ci trasferimmo da Torino, la nostra città, a Milano e ci prendemmo tre stanze da un affittacamere in zona Sempione.
E i vostri prof?
Pier Paolo Gennarini – un giornalista straordinario, un grande cattolico e un liberale vero, come non ne ho mai conosciuti, convinto dell’impossibilità di censurare le idee degli altri – era il dean, il preside del corso, affiancato dal professor Guaraldo. Il leader dei commenti politici era Umberto Segre: un commentatore di tipo americano che ci ha insegnato a guardare i fatti, analizzarli, metterli a confronto e trarne delle conseguenze. E poi Renzo Ricci, uno dei più famosi attori teatrali, ci faceva lezioni di dizione. C’erano i registi che ci mostravano come si muovevano le telecamere. Io cominciai sull’autostrada, con un microfono.
Sull’autostrada?
Avevo dietro di me un enorme camion, con dentro la regia e uno studio. Facevo delle interviste agli automobilisti che arrivavano da Torino a Milano per imparare come posizionare il microfono, la disinvoltura davanti alla telecamera. Nel frattempo c’era Mike Bongiorno che faceva i suoi programmi e noi andavamo sempre a vederlo.
Eco cominciava a prendere
appunti per la sua “Fenomenologia di Mike Bongiorno”?
Tecnicamente Mike Bongiorno non apparteneva al settore spettacoli e varietà, ma ai programmi culturali cui Eco era assegnato. Una volta Bongiorno aveva in trasmissione un bimbo malato che desiderava un gatto. Allora io e Umberto andammo in giro per Milano a riempire un taxi di gatti e li portammo sul palco del teatro. Il problema fu convincere i gatti a entrare in scena.
Chi altri incontrò in quel periodo?
Elio Vittorini, Vittorio Gregotti, Italo Calvino, Eugenio Montale. E Goffredo Parise: ancora ricordo un’intervista che gli facemmo. Lui pallido, bianchissimo in viso con un maglione nero e la luce puntata sul volto. Allora iniziò la nostra amicizia. Con lui e con Luciano Berio che aveva allestito in Corso Sempione il laboratorio di fonologia musicale. Il che voleva dire la nuova musica, l’elettronica: orizzonti che alla Rai erano chiusi. Andavamo sempre ai suoi concerti: quando dirigeva, siccome si scocciava di uscire per ringraziare il pubblico che applaudiva a fine concerto, mandava fuori a turno o me o Umberto. Eravamo tutti e tre bruni e avevamo una montatura di occhiali molto simile. Nessuno se ne accorse mai.
Prima esperienza sul campo.
Gennarini m’incaricò di creare un rotocalco televisivo orientato sui giovani. Si chiamava Orizzonte. La redazione comprendeva Carlo Casalegno, che faceva i commenti politici e Primo Levi. Feci venire da Partinico Danilo Dolci. Ne è venuta fuori una trasmissione così squilibratamente antifascista – secondo loro – che la sospesero dopo pochi mesi. Conduceva Gianni Vattimo con Giuliana Calandra. Poi fummo divisi: io assegnato al settore giornalistico, Eco alla cultura e Vattimo si ritirò per tornare all’università. Andai a Roma, dove ero stato per qualche settimana durante il corso. E dove avevo conosciuto Vittorio Veltroni, il primo direttore del telegiornale. Aveva un naturale entusiasmo per le persone giovani: un tratto che si vede anche in suo figlio Walter quando è allegro, leggero, disposto a occuparsi degli altri. Quando ci tornai purtroppo Vittorio era già morto. Il direttore era Carlo Alberto Chiesa.
Che telegiornale era?
Molto Settimana Incom: aveva un tono lieto, veloce, assolutamente privo di vere notizie politiche. Sono rimasto un po’ lì, poi mi hanno spostato con Gregoretti alle trasmissioni culturali. In quel periodo comprai da Giovannino Salvi la mia prima auto, una Topolino usata. La prima vacanza in macchina la feci con Eco in Svizzera, mentre lui leggeva Le ceneri di Gramsci a me, che guidavo, si rompevano i freni. La Svizzera ci sembrava l’estero, Arbasino stava scrivendo La gita a Chiasso.
La liaison con la Rai durò poco però.
Fino al ‘59, quando conobbi Adriano Olivetti che mi portò a Ivrea. Tutti mi dicevano ‘Resta alla Rai’, almeno non hai un padrone . Invece io, che a Milano non avevo sentito la Dc, a Roma avvertivo la presenza di un partito. E in un weekend decisi: avevo solo una brandina, in una casa vuota alla Balduina. Regalai la brandina al portiere e partii per Ivrea. Dove Adriano Olivetti mi spedì prima di tutto in catena di montaggio e poi in America con Gianluigi Gabetti. Nel 1965 tornai in Italia. Una mattina attraversando via del Babuino incrociai una persona che ai tempi del corso avevo solo intravisto: il direttore generale della Rai, Ettore Bernabei. Attraversò la strada e mi chiese: ‘Ma lei tornerebbe?’.
E disse sì un’altra volta.
Restai come responsabile dei programmi culturali fino al 1975. Ma tornavo spesso negli Stati Uniti: una sezione dei programmi culturali era costituita dai documentari sul mondo che servivano per occupare lo spazio ‘libero’ dalla politica italiana. Ne ricordo uno sulla guerra in Vietnam: sconvolgente, durante un bombardamento in cui si vedeva la strage dei bambini. Assieme ad Andrea Barbato abbiamo fatto Stato per Stato la campagna elettorale di Bob Kennedy. Era un grandissimo alibi per non parlare dell’Italia. Infatti nessuno toccò mai un fotogramma dei nostri film. Il direttore del Tg era Fabiano Fabiani.
Così l’America arrivò nel salotto degli italiani.
La mia era l’America di Martin Luther King, del dissenso, dei poveri, di Joan Baez.
È vero che c’era stato del tenero tra lei e Joan Baez?
Siamo stati insieme attraverso tutta l’America ai tempi delle marce di Martin Luther King e dei suoi concerti alle folle di ragazzi contro la guerra. Poi siamo rimasti amici. Anni dopo, il giorno del mio matrimonio, la incontrai con mia moglie Alice Oxman, mentre andavano a casa di Alice dopo la cerimonia. Lei ci fece il suo regalo: ‘Ragazzi io sto andando a Woodstock, avete voglia di venire con me?’. Così Alice e io facemmo il viaggio di nozze a Woodstock. Siamo ancora amici: Joan è stata di recente a Roma.
Perché nel 1975 se ne andò
dalla Rai?
La situazione stava diventando politicamente molto pesante. Si profilava la cappa che andreottismo e craxismo avrebbero gettato sulla Rai e sul Paese. Arrigo Levi era il direttore della Stampa: mi chiese se volevo andare a fare il corrispondente da New York per il suo giornale. Dissi di sì. E di no alla Rai, che mi aveva già nominato direttore di Radio Tre. Anche se dagli Usa ho continuato a collaborare con la Rai Tre di Guglielmi, Curzi e Di Bella.