CHIARA RAPACCINI , la Repubblica 28/9/2011, 28 settembre 2011
MONICELLI MON AMOUR
Chi fosse quel Mario Monicelli che veniva a girare un film a Firenze nell´inverno del 1975 non mi interessava più di tanto. In quegli anni si andava al cine per vedere storie, meglio se di amore e a malapena si conoscevano i nomi degli attori. Di registi, sceneggiatori, scenografi e costumisti, noi ragazzi non si sapeva neanche l´esistenza, un po´ per ignoranza un po´ per provincialismo. Quando fui reclutata come comparsa per Amici miei dal giovane aiuto di Monicelli, tale Carlo Vanzina, avevo ventun anni. Conobbi Tognazzi, Blier, Noiret, Stoppa, Moschin. Mangiavamo tra una scena e l´altra tutti insieme, comparse attori e maestranze, nelle trattorie di Firenze. I cinematografari parlavano solo di cibo, la finocchiona del Troia è meglio di quella di Camillo, la ribollita si deve fare col cavolo di gelata, nei fagioli all´uccelletto l´aglio non ci va.
Tognazzi si faceva regalare 5 chili d´olio ovunque andasse.
Noiret si stupiva che gli italiani si sedessero a tavola solo per parlare di roba da mangiare. Aveva ragione. Io che mi aspettavo conversazioni intellettuali su cinema e letteratura, rimasi delusa.
(...) Monicelli sembrava preferirmi alle altre comparse e scherzava spesso con me. A volte mi provocava. Diceva che guardandomi nella macchina da presa mentre facevo la passante in una scena, si era accorto che avevo lo sguardo stupido e che non avrei mai fatto l´attrice. Lo aveva detto anche a Brigitte Bardot agli esordi, dopo un provino andato male e fu brutalmente smentito dai fatti. (...)
Una sera, all´improvviso, telefonò a casa mia e chiese alla mamma il permesso di portarmi a cena fuori. Il cuore mi andò in gola e pregai la mamma di inventare una scusa. «Non puoi non andare» mi disse lei tutta agitata, «ricordati che è un signore d´età, non sarebbe educato, ci stiamo lavorando tutti e poi magari vuol parlarti di lavoro... ogni lasciata è persa, amore».
«No, no, no!» esclamai chiusa in camera, con lo stomaco sotto sopra per una premonizione incomprensibile ma dolorosa. Poi all´improvviso mi venne in mente la protagonista di Fumo di Turgenev. «Davvero vuoi che vada? Sei proprio sicura, mamma?» dissi con un fil di voce. «Va bene, digli che mi venga a prendere qui». Da «sciagurata», dunque, «risposi». Mi è di consolazione pensare che quel che avvenne dopo fu un po´ per colpa di mia madre. Il nostro amore bislacco cominciò quella sera in una Firenze gelida al primo quarto di luna. «Sembra il tuo sopracciglio sinistro» disse lui. Amore platonico, si intende, il resto venne molto dopo. Camminavamo di giorno al Forte Belvedere, sul Lungarno degli Acciaioli, in Costa Scarpuccia e si chiacchierava. Io gli davo del lei. Un giorno gli chiesi arrossendo e pentendomi all´istante: «Signor Monicelli, ma lei mi ama?».
«Sì» rispose lui pensieroso.
Quarant´anni di differenza, un regista celebre e sposatissimo di sessant´anni che si mette con una studentessa di provincia di ventuno. Fu scandalo. Quando annunciai la cosa ai miei, fu come se avessi sganciato la bomba su Hiroshima.
«Mamma domattina parto per Parigi, con Mario Monicelli».
«Coosa? Ma che dici? Così all´improvviso? Ti ha dato forse una parte in un film? Amore, ma è una notizia fantastica... «.
«No... io e lui abbiamo deciso di stare insieme».
Mi ricordo lei pallida, col viso color cuscino, a letto per il riposino pomeridiano. Ora muore, pensai, di ictus, e sarà colpa mia. Il babbo mi cacciò di casa. «In questa casa non c´è posto per le sgualdrine, Monicelli è un porco incosciente», ecc. E non volle più rivedermi per mesi. Partii dunque per Parigi col cuore gonfio e una valigia malfatta.
Uscivamo con Mastroianni, Ferreri, la Deneuve, come se fosse normale. Mi ricordo le corse in taxi sui boulevards a notte alta, inseguiti dai paparazzi. Io non sapevo che fare, che dire, come muovermi tra quella gente così diversa, così disinvolta e a suo agio nel mondo. Mario, al contrario, era allegro e innamorato. Io mi mettevo una gonna blu a pieghe di terital e una camicetta bianca, come a un saggio di scuola, per cenare nelle brasseries alla moda e nei locali di nouvelle cuisine a Beaubourg mentre, sedute accanto a me, le intellettuali parigine, le attrici e le registe in voga indossavano con la stessa disinvoltura abiti vintage del Marché aux puces e tubini di Lanvin.
«Elle est adorable, n´est-ce pas?» diceva Mastroianni alla Deneuve, carezzandomi una guancia come fossi una bimba venuta dal Burundi, seduti a un tavolo di una boîte a Saint - Germain. «C´est vrai, mon cher, delicieuse» rispondeva lei, bella come una dea. «Merci», bisbigliavo arrossendo. Quel Mastroianni che avevo visto sullo schermo largo 10 metri al cinema Universale di San Frediano a Firenze, con i miei amici, le patatine e la Coca sulle ginocchia, e di cui mi ero innamorata subito, ora stava lì accanto a me, a misura umana e mi stava accarezzando. Firenze, il babbo, la mamma, Carlo, la bici, gli amici, le comuni di Poggio Secco, l´università, le trattorie di là d´Arno, le nonne e le zie, le manifestazioni femministe e la pizza dopo, erano lontani lontani. A volte piangevo di nostalgia e imbarazzo e Mario mi consolava: «E dài, Zib, non ti mangiamo mica!».
A Roma Mario e io andammo a vivere quasi insieme. Dico quasi perché stavamo in due appartamenti separati, uno sopra e l´altro sotto (che noia convivere come fanno tutti, diceva lui, roba da piccolo-borghesi) in una vecchia casa dietro piazza Navona arrampicata al quinto piano senza ascensore. La prima volta che cucinai per Mario, pollo alla diavola schiacciato dai Leoni d´oro di Venezia in mancanza di altri pesi, lui venne in cucina all´improvviso e disse: «Lascia fare, usciamo a cena fuori, sentirti tramestare fra pentole e fornelli come una mogliettina mi fa malinconia».