RENATO CAPRILE, la Repubblica 27/9/2011, 27 settembre 2011
NEL DESERTO CON IL CACCIATORE DI GHEDDAFI "LO CATTURERÒ"
L´ultimo suo "avvistamento" risale a pochi giorni fa. Quando Gheddafi era sicuramente nella zona di Gath, perso da qualche parte in quello splendido scenario di sabbia e di rocce, regno incontrastato dei Tuareg, a centinaia di chilometri a sud ovest di Tripoli, non lontano dal confine col Niger e l´Algeria. A un passo cioè dalla salvezza. Ecco perché scuote la testa infastidito Abdul Aziz Abu Hajar, il Cacciatore, il capo della task force che da mesi sta inutilmente braccando l´ex tiranno. Non è un tipo facile a concedersi alla stampa, Abu Hajar. E non certo per spocchia. Un po´ per pudore, visto il difficile compito, molto perché la sua giornata è pienissima e i suoi dieci tra telefonini e satellitari non smettono mai di squillare. Comanda otto squadre dislocate sul terreno. Piccoli team di venticinque al massimo cinquanta unità, metà uomini dell´intelligence, metà soldati. Perché non c´è solo da localizzare il "rifugio" del ricercato numero uno, ma all´occorrenza saper mettere mano alle armi.
Un piccolo, selezionatissimo esercito, quindi, si sta muovendo tra mille difficoltà sul più ostile dei terreni, il deserto, con un unico grande obiettivo: liberare il paese dall´ingombrante fantasma del dittatore che lo ha tenuto stretto in un pugno di ferro per oltre quarant´anni.
In un´ala del vecchio municipio in stile fascista al centro di Tripoli c´è la centrale operativa da cui Abu Hajar coordina il lavoro dei suoi. Sui quaranta, atletico, inglese perfetto, Abu Hajar non è né un militare né un politico di carriera. Non veste mimetiche, non impugna pistoloni, non si perde in chiacchiere inutili, ha piuttosto l´aria del manager efficiente. Non a caso è il rampollo di una ricca, potente famiglia di commercianti. Buone scuole, viaggi all´estero, ottime relazioni qua e là per il mondo.
Ma alla fine riuscirete a prenderlo? La domanda che tutti gli rivolgono e alla quale lui non si sottrae, anche se ha un attimo di perplessità prima di rispondere uno scontatissimo: «Certo che sì». Una pausa però che la dice lunga su quanto sia arduo mettere la parola fine all´ultimo più importante capitolo di questa guerra di liberazione. Le ragioni per cui Muammar Gheddafi non può sfuggire, per Abu Hajar sono essenzialmente tre. «La prima: fino a quando Lui sarà ancora in circolazione costituirà una minaccia. Reale, ha troppi soldi, e psicologica, la gente ha ancora tanta paura di lui. La seconda: perché non potremo dire di aver veramente vinto, di dare vita a una nuova Libia se non ci saremo definitivamente sbarazzati di Lui. La terza ragione, non meno importante delle altre attiene a una mera questione di giustizia. Deve pagare, visti i gravissimi crimini contro il suo popolo di cui si è macchiato».
Intelligence e tecnologia, le armi a disposizione di Abu Hajar. La Nato gli sta dando una grossa mano nel tentativo di individuare dove si nasconda l´ex raìs. Ma anche la supertecnologia dell´Alleanza atlantica nulla può contro il Ghibli, il vento del deserto che soffia in quelle zone e alza altissime colonne di sabbia che accecano i suoi occhi elettronici. Nemmeno i tanti farneticanti audio messaggi del Colonnello sono serviti a localizzarlo. Registrazioni, fatte chissà dove, e quindi inutilizzabili per stanarlo. «Certo - riconosce con onestà intellettuale Abu Hajar - che la sua ultima partita il raìs la sta giocando benissimo. Si è rintanato in un´area in cui la natura e le distanze sembrano essere decisamente dalla sua parte, ma non è ancora finita».
Con lui non ci dovrebbe essere nessuno dei figli, solo la guardia pretoriana. Non più di trecento uomini, secondo il Cacciatore. Più i Tuareg, senza i quali in quel nulla non si va da nessuna parte. Perché gli "uomini blu" lo stiano spalleggiando, Abu Hajar lo spiega così: «Potrebbero non essere del tutto informati del reale stato delle cose, senza contare la quotidiana guerra di disinformazione dei lealisti che contribuisce a ingarbugliare ancora di più una situazione già ingarbugliata». Ma sono proprio i Tuareg la "speranza" segreta, l´asso nella manica di Abu Hajar e di gran parte del paese. Il Cacciatore non lo dice, ma lascia chiaramente intendere che Gheddafi rischia di diventare un ostaggio, un preziosissimo ostaggio nelle mani dei padroni del deserto. L´intelligence del nuovo corso sta sotterraneamente lavorando in questa direzione. Ma Lui, come lo definisce il Cacciatore che non pronuncia mai il suo nome, non solo è furbo come e più di una volpe, ma può contare su montagne di danaro. Alle brutte quando fiuterà il vento cattivo, tenterà di oltrepassare quel confine che non è poi così lontano che lo separa dalla "vittoria". Partita ancora apertissima, dunque anche se Abu Hajar continua a ripetere forse più per convincere se stesso che non l´interlocutore: «Lo prenderemo, dobbiamo prenderlo, altrimenti tutto questo sangue versato sarà stato inutile».