Cristina Casadei, Il Sole 24 Ore 28/9/2011, 28 settembre 2011
IN CARCERE A SCUOLA DI MOTIVAZIONE
Il rumore metallico, duro, della porta che si chiude è il primo segnale di un percorso da cui non si scappa e dove bisogna gestire tutto, 365 giorni all’anno, 7 giorni su 7. La porta è quella del carcere di Opera, al confine di Milano, dove, da aprile, manager di grandi aziende italiane e multinazionali stanno seguendo un percorso di formazione, intitolato "L’aula più stretta del mondo", ideato da Galdus e Slo (Sviluppo lavoro organizzazione) in collaborazione con il ministero della Giustizia, guidati da formatori e ispettori carcerari (la seconda fase del progetto partirà dal 18 ottobre, per info: info@slosrl.it oppure minutolo@galdus.it). Marzia Segato, hr business partner di Electrolux group, che insieme a un team di capisquadra della multinazionale ha frequentato l’aula più stretta del mondo, è tornata in azienda con la sensazione «di essere stata in un luogo con le sbarre, ma che apre gli occhi e fa capire come essere un vero team capace di lavorare bene assieme, o il filo motivazionale che passa per la capacità di automotivarsi identificando i veri obiettivi prioritari».
Manager e ispettori carcerari. Ruoli, contesti e problemi molto diversi. In comune nodi organizzativi che estremizzano i sentimenti e quindi possono essere all’origine di forti tensioni. Per Barbara Lorenzin, training & development manager presso Eigenmann & Veronelli, è stata un’esperienza utile per capire che «il direttore del carcere è un vero manager, una persona che sa gestire la complessità, conoscendo molto bene le regole». Mario Perego, direttore risorse umane di Heineken Italia racconta che «il contesto, poverissimo, in contrasto con le molte risorse tecnologiche dell’azienda, si presta bene ad innescare una riflessione sull’aspetto deontologico. In carcere ci sono persone che fanno le cose bene semplicemente perché vanno fatte bene, al di là delle risorse, in situazioni complesse, senza le leve motivazionali classiche». Dopo la formazione outdoor, nell’aula più grande del mondo che aveva come scenario il deserto, adesso la nuova frontiera della formazione manageriale diventa "L’aula più stretta del mondo" che porta i manager a confrontarsi con una realtà indoor, ben diversa rispetto a quella che vivono quotidianamente. E presenta complessità, talvolta molto forti, ma che mai un ispettore può decidere di non gestire. Facendosi carico di responsabilità che spesso sono al di sopra di quelle previste e misurandosi con una burocrazia che non sempre rende facile gestire chi è in carcere. «In carcere, in un sistema di regole molto codificate, gli ispettori agiscono davanti all’emergenza, dimostrando senso di responsabilità personale – aggiunge Perego –. Paradossalemnte l’azienda può apprendere qualcosa in tema di responsabilità e di iniziativa da un’istituzione pubblica dove tutto è regolato rigidamente e l’iniziativa dei singoli sembrerebbe non richiesta. Questo rimanda alla cultura organizzativa e alla capacità di condividere il senso del proprio lavoro». È di questo che gli ispettori parlano con i manager, trasferendo loro un senso di responsabilità che trova fondamento più nella loro etica che nella busta paga. Ai manager gli ispettori raccontano i loro "casi", come quando per esempio, la scorsa primavera uno spettacolo teatrale dei detenuti del carcere di Opera è stato rappresentato agli Arcimboldi. Con tutto quello che questo ha comportato per organizzare le prove e i trasferimenti, in sicurezza. O come quando capita di dover accompagnare più di un detenuto in ospedale o in tribunale ma non ci sono abbastanza squadre per farlo. Alla fine, come osserva Lorenzin, «un manager non ha le stesse problematiche del direttore della casa di reclusione, ma certamente indurre responsabilizzazione, creare collaborazione, leggere le esigenze e non sottovalutarle e saper dare senso sono capacità che gli operatori di un carcere possono insegnare. Se nelle società si lavorasse con la stessa passione che ho visto in carcere si triplicherebbe il rendimento».