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 2011  settembre 28 Mercoledì calendario

La casa negata - (33 milioni di case in Italia, 5 milioni gli alloggi in affitto, 6 milioni le case vuote ) Nella nostra Repubblica fondata sul lavoro i pro­prietari di casa sono più numerosi degli occupati: 24 mi­lioni contro 23

La casa negata - (33 milioni di case in Italia, 5 milioni gli alloggi in affitto, 6 milioni le case vuote ) Nella nostra Repubblica fondata sul lavoro i pro­prietari di casa sono più numerosi degli occupati: 24 mi­lioni contro 23. È vero che le due condizioni non sono alternati­ve, e infatti ci sono 12 milioni e mezzo di italiani che apparten­gono a entrambe le categorie, ma anche a leggerlo come sem­plice curiosità statistica questo confronto non è proprio la per­fetta introduzione alla descri­zione di un’economia dalle ra­diose prospettive. Aggiungiamo che questi proprietari – censiti dal Rapporto Immobiliare 2011 dell’Agenzia del Territorio – so­no vecchiotti: i proprietari con meno di 35 anni sono solo 2,1 milioni, contro i 14,5 tra i 35 e i 65 anni e i 7,5 sopra i 65 anni. In Italia la casa è roba da adulti stagionati, a chi è nato dopo gli an­ni ’70 del mattone so­no rimasti gli avanzi. Il Censis ha diffuso delle cifre interessan­ti: complessivamente l’80% del­le famiglie italiane ha una casa di proprietà e il 20% sta in affit­to, ma la quota di proprietari sa­le all’86% per le famiglie in cui la «persona di riferimento» ha più di 40 anni, mentre scende al 64% per quelle più giovani (sì, in Italia si è giovani anche quan­do si è trentenni già da un po’). Vivere in affitto non è di per sé sintomo di disagio. Anzi, il fat­to che in Italia l’affitto sia poco diffuso è invece sintomo di qualcosa che non va. «La scar­sa rilevanza delle abitazioni in affitto e l’elevata percentuale di abitazioni in proprietà – ricor­da l’Agenzia del Territorio nel rapporto annuale – è un feno­meno che viene considerato co­me tipico di Paesi ancora scar­samente industrializzati, con minore mobilità e con sistemi sociali più rigidi». Difatti in e­conomie più avanzate le cose vanno diversamente: in Ger­mania la quota degli affitti è al 55%, in Francia e negli Stati U­niti al 40%, nel Regno Unito al 32%. L’elevata quota di proprie­tari accomuna invece l’Italia a Paesi come la Spagna, il Porto­gallo, la Grecia. Non una gran compagnia, di questi tempi. Gli italiani in affitto, comunque, sono 4,5 milioni. Di questi un milione ha meno di trent’anni, altri 2,3 milioni hanno tra i 30 e i 50 anni e 1,2 milioni hanno più di 50 anni. Il loro problema so­no i canoni. L’Agenzia del terri­torio ha incrociato i dati delle dichiarazioni dei redditi con quelli dei contratti di affitto: la media nazionale è un canone annuo di 5.600 euro per redditi di 12.500 euro. Per l’affittuario medio, dunque, il 45% delle en­trate serve a pagare il proprie­tario. Una quota che sale al 48% per chi ha meno di 50 anni e al 65% per chi ne ha meno di 30. Quando due terzi del reddito se ne vanno nella casa è impossi­bile avere le risorse economiche per mantenere una famiglia. E lo Stato gli inquilini giovani non li aiuta. Scrive il Censis che so­lo l’1% degli affittuari sotto i 40 anni ha la casa in affitto da un ente pubblico, contro una me­dia nazionale del 9,5%. Mentre solo il 7,8% dei trentenni ha un affitto a canone concordato. In Francia è il 28,7%, nel Regno U­nito il 13,8%. Ecco allora da dove vengono molti dei così detti ’bamboc­cioni’, quel 30% dei trentenni italiani che non riesce a lascia­re la casa dei genitori. Ed ecco perché tanti altri, soprattutto a Roma e Milano, sono costretti a coabitare con altri giovani lavo­ratori in appartamenti norma­li, che da soli però non potreb­bero permettersi. Serve a divi­dersi le spese in questo merca­to immobiliare sballato. Sembra infatti sballato il mer­cato immobiliare italiano, che secondo i calcoli di Scenari Im­mobiliari ha visto salire le quo­tazioni reali (cioè al netto del­l’inflazione) del 42% tra il 1998 e il 2007. Secondo i ricercatori della banca d’Italia questo boom immobiliare si spiega con tre fattori: l’abbassamento dei tassi di interesse ottenuto con l’entrata nell’euro, la crescita e­conomica del decennio pre-cri­si, l’antica e vantaggiosa pas­sione tutta italiana per la casa come investimento. Secondo Bankitalia le famiglie italiane hanno piazzato negli immobili il 60% dei loro patrimoni. Una scelta di portafoglio che ha pe­nalizzato alternative più ’svi­luppiste’ (i soldi che finiscono nel mattone escono dal circui­to della produzione) e che ha gonfiato i prezzi fino a renderli inaccessibili per i più giovani. L’Ufficio studi di Gabetti ha cal­colato che se nel 1999 serviva­no 7 ,5 anni interi di stipendio per comprare una casa in Italia, nel 2009 gli anni necessari so­no diventati 12,5. Così l’aiuto dei genitori (quan­do possibile) è diventato un cri­terio obbligatorio per l’acquisto della prima casa, e papà e mam­ma quasi sempre sono stati chiamati a mettere la loro firma a garanzia sui mutui a trenta o quarant’anni sottoscritti dai lo­ro figli negli anni passati. Anche questa però è ormai una rarità. L’epoca del credito facile si è (fortunatamente?) conclusa spazzando via i prestiti al 100% del valore dell’immobile. Oggi, ha confermato pochi giorni fa un’indagine di MutuiOnline, i giovani sono spesso costretti a rinunciare all’acquisto di una casa perché le banche non gli fanno credito. Più duro il risultato di uno studio di Mutui.it: su quattro clienti che chiedono un mutuo in media uno ha meno di 30 anni, ma solo il 5% delle richieste di questi giovani viene accolta dalle banche. Peccato, perché le case da noi non mancherebbero. Ne abbia­mo 33 milioni, cioè 120 per 100 famiglie, secondo i numeri del­l’Agenzia del territorio (con 6,5 vani in media). Ma 20 milioni sono abitazioni principali, 5 mi­lioni sono concesse in affitto, 2 milioni non risultano dalle di­chiarazioni dei redditi e 6 mi­lioni sono catalogate come ’a disposizione’. Cioè sono vuote. E c’è l’abitudine di intestare le seconde case a figli che non ci abitano, una ’tradizione’ che lascia pensare che le abitazioni non sfruttate siano anche di più. Nelle ultime settimane gli uffi­ci studi di Gabetti e Tecnocasa hanno confermato che però i prezzi stanno scendendo. Va a­vanti così da tempo: la crescita delle quotazioni si è interrotta nel 2007 e da quel momento il mercato è in crisi. Mentre circola l’ipotesi che i tecnici del ministero dell’Eco­nomia stiano studiando la pos­sibilità di introdurre una nuo­va tassa sulla casa (su modello dell’Ici) ovviamente molto im­popolare nell’Italia dei pro­prietari. I giovani che pagano di tasca loro la passione naziona­le per il mattone un po’ ci spe­rano. Se un po’ di quelle abita­zioni ’a disposizione’ entras­sero ’nella disposizione’ di chi ha bisogno di viverci, magari quei 23 milioni di italiani nati dopo il 1975 si sentirebbero più a casa nel loro Paese.