Sergio Romano, Corriere della Sera 28/9/2011, 28 settembre 2011
Dopo il Patto Gentiloni il Corriere della Sera di Luigi Albertini condusse una campagna molto violenta sull’«ibrido connubio fra malavita e sacristia»
Dopo il Patto Gentiloni il Corriere della Sera di Luigi Albertini condusse una campagna molto violenta sull’«ibrido connubio fra malavita e sacristia». E la malavita era rappresentata da Giovanni Giolitti. Dicasi Giolitti. Comunque, a consolazione degli irriducibili, valga sempre quello che il conte Axel di Oxenstiern scrisse al figlio: «Videbis, fili mi, quam parva sapientia regitur mundus!». Sergio Comelli Aquileia (Ud) Caro Comelli, I l conte Vincenzo Gentiloni era il presidente dell’Unione elettorale cattolica, un movimento che si costituì quando Pio X allentò i vincoli del «non expedit» e permise la partecipazione degli elettori cattolici alle elezioni nazionali. Il Patto Gentiloni è l’accordo stipulato con Giovanni Giolitti alla vigilia delle elezioni del 1913: le prime dopo l’adozione di una legge elettorale che allargava considerevolmente il suffragio popolare e dava il voto a circa 5 milioni di analfabeti. Giolitti sapeva che le elezioni avrebbero aumentato la rappresentanza socialista alla Camera e stipulò con Gentiloni una sorta di primo compromesso storico. Si assicurò il voto cattolico per un certo numero di candidati liberali e costituzionali, ma dovette permettere che quei candidati promettessero all’Unione elettorale cattolica, per averne i voti, di non adottare, in materia di scuola e divorzio, posizioni contrarie ai principi e agli interessi della Chiesa. Il Corriere di Luigi Albertini aveva allora con Giolitti rapporti difficili e conflittuali. Non amava le sue aperture verso il socialismo riformista (un cavallo di Troia nello Stato liberale, secondo il giornale milanese). Criticava i suoi metodi elettorali, soprattutto nei collegi meridionali. E considerava le sue intese con il mondo cattolico, per molti aspetti, ancora più pericolose di quelle con i socialisti. Quando il conte della Torre, presidente dell’Unione popolare cattolica, disse a Venezia pubblicamente: «Noi non siamo che gli ausiliari della Chiesa», Albertini intravide il pericolo di una forza politica che avrebbe creduto nell’infallibilità del pontefice piuttosto che nella sovranità dello Stato. Era liberale, quindi rispettoso della sfera religiosa di ogni cittadino italiano, ma non era disposto a tollerare deputati «clericali», vale a dire asserviti agli interessi di un potere concorrente. E non gli piaceva in particolare che un candidato, pur di essere eletto, venisse a patti con una organizzazione che non condivideva i principi fondanti di uno Stato costituzionale e liberale. Fu questa la ragione per cui il Corriere, nelle elezioni del 1913, si oppose alla candidatura del cattolico Carlo Ottavio Cornaggia Medici nel 4° collegio di Milano e chiese ai suoi lettori di votare l’avvocato Iro Bonzi, presentato dell’Unione liberale democratica. Lei non ha torto, caro Comelli, quando dissente dal giudizio di Albertini su Giolitti. L’uomo di Stato piemontese ebbe il merito di vedere più lontano di molti suoi contemporanei. Con la sue aperture ai socialisti e ai cattolici cercava di allargare la società politica e, quindi, di consolidare lo Stato risorgimentale. Nella sua strategia Albertini vide soltanto tattica e commise qualche errore. Ma se mi guardo attorno e constato la docile deferenza del governo verso la Conferenza episcopale, penso a certe sfuriate anticlericali di Giolitti con una punta di nostalgia.