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 2011  settembre 28 Mercoledì calendario

LE TROPPE ILLUSIONI LEGATE A QUEL (LENTO) FONDO SALVA STATI

L’Italia vive una crisi rivelata non tanto dal recente declassamento del nostro debito pubblico da parte della agenzia di rating Standard & Poor’s quanto dal differenziale, malgrado le nostre correzioni di finanza pubblica, nel tasso di interesse tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi. Questo spread naviga troppo vicino ai quattro punti percentuali ed è quindi molto peggiore di quello della Spagna, i cui fondamentali economici non sono certo migliori dei nostri. Eppure l’Italia nei mesi recenti ha varato leggi di correzione del deficit pubblico dal 2011 al 2014 per un totale di quasi 150 miliardi di euro. Con le correzioni del deficit attuate sul 2009 e 2010 si arriva a circa 260 miliardi di euro in sei anni. È un calcolo approssimativo che tuttavia evidenzia una serie enorme di correzioni del deficit.

Il Fondo monetario internazionale ha confermato di recente che tra i grandi Paesi di Eurolandia soltanto la Germania sta facendo meglio dell’Italia quanto a correzione del deficit e avvicinamento all’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 o 2014. È questo un merito internazionalmente riconosciuto al ministro Tremonti.

Ma allora perché siamo in crisi? Due sono le cause, oltre alla perdurante crisi internazionale. Una è europea, l’altra è italiana.

La causa europea sta nella grave incertezza decisionale della Ue, nell’idea che basti irrigidire le prescrizioni sui bilanci per sistemare tutto, nei ritardi di esecutività delle decisioni prese. Da mesi è stata decisa per il Fondo salva Stati (Efsf) la possibilità sia di fare prestiti, a rigorose condizioni, fino a 440 miliardi di euro sia di acquistare titoli di Stato (sul mercato primario e secondario) dei Paesi di Eurolandia (Uem) in difficoltà. Ma la modifica di statuto del Fondo è molto lenta, tant’è che hanno ratificato soltanto 7 su 17 Stati. Per la crescita della Uem non c’è nessuna spinta agli investimenti in infrastrutture transeuropee che possono decollare solo se finanziate da qualche forma di eurobond o projectbond. La notizia che la Commissione europea presenterà presto un progetto di eurobond non rassicura perché la stessa è diventata poco più di un ufficio studi, una volta conclusa la notevole presidenza Prodi. Quanto alla Bce non potrà continuare a lungo nel sostenere i titoli di Stato dei Paesi di Eurolandia. Quindi, senza un «governo» forte, fondato sulle cooperazioni rafforzate tra Stati membri, che metta in comune garanzie reali e strumenti finanziari, siamo davvero a rischio. Anche al recente G20 le raccomandazioni alla Uem sono state pressanti specie da parte degli Usa, il cui sistema economico sta peggio di Eurolandia, ma che hanno per ora, Cina permettendo, la moneta dominante.

La causa italiana della crisi sta sia nel crollo di fiducia da parte dei mercati (e non solo) nel presidente del Consiglio e nel governo sia nel nostro debito pubblico e nella bassa crescita. Su questi ultimi due aspetti si è concentrato recentemente anche il Fmi rilevando che il nostro debito sarà sostenibile soltanto se il costo del suo finanziamento rimarrà contenuto e se permarranno le politiche di rientro, peraltro già in atto ed apprezzate, ma che possono essere vanificate dall’aumento degli interessi. Quanto alla crescita è bene ritornare all’importante Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria) varato dal governo nel luglio del 2008 e riferito al quinquennio di legislatura fino al 2013. Nello stesso erano previste 5 azioni strategiche: la perequazione tributaria; il piano industriale per la pubblica amministrazione; la semplificazione; gli interventi per lo sviluppo; il federalismo fiscale. Se fossero state attuate, il nostro Paese avrebbe riavviato quella crescita che richiede tempi lunghi. Ma così non è stato sia per la grave crisi internazionale sia per un governo molto distratto sulle riforme promesse. Compresa quella del federalismo fiscale, che inizialmente ha fatto progressi ma che adesso rallenta con la Lega che sembra ritornare alla demagogia separatista.

In conclusione. Purtroppo gli interessi sul debito pubblico stanno crescendo per una crisi di fiducia verso l’Italia non placata dalla recentissima, marcata, correzione del deficit. È urgente perciò ricostruire la credibilità del nostro Paese verso il quale i cittadini leali sarebbero disposti, malgrado la pressione fiscale si avvii al 44%, a ulteriori sacrifici da non addossare però ai ceti più deboli. Ma soltanto un governo di «responsabilità repubblicana» che sia autorevole potrebbe farli accettare attuando anche interventi, necessariamente selettivi e quindi non graditi a tutti, per lo sviluppo.