GIANNI RIOTTA, La Stampa 27/9/2011, 27 settembre 2011
Io, giurato nella New York della droga - Per due settimane ho visto la guerra alla droga in prima linea, come giurato popolare nella Special Narcotics Grand Jury di New York
Io, giurato nella New York della droga - Per due settimane ho visto la guerra alla droga in prima linea, come giurato popolare nella Special Narcotics Grand Jury di New York. I grandi traffici intercettati in minuziose inchieste che durano mesi, il piccolo spaccio di quartiere nel Bronx o a Harlem, intorno ai ristoranti del fast food. Un sistema di giustizia popolare che comincia come una grande seccatura, e porta poi i giurati - che rappresentano il buonsenso dei cittadini - ad infiammate discussioni sul bene e sul male, il diritto e la società, creando amicizie e antipatie, ma sollevando per una volta la benda della Giustizia. Il sistema delle giurie popolari» mi informa compunta la mia Jury Warden, Lynn, «è stato creato intorno al 1205 in Inghilterra e introdotto poi nella Costituzione degli Stati Uniti d’America, V emendamento: “Nessuno sarà tenuto a rispondere di reato, che comporti la pena capitale, o che sia comunque grave, se non per denuncia o accusa fatta da una Grande Giuria...” e in quella dello Stato di New York, articolo 1, sezione 6. Esistono due tipi di giurie, la Grand Jury, che decide se rinviare a giudizio o no un cittadino accusato, e la Petit Jury, che decide se assolvere o condannare gli imputati dalla Grand Jury. Lei servirà nella Grand Jury...». E così, dal 1205 al 2011, la Grand Jury mi ha raggiunto. Ero già stato convocato una volta per servire nella Petit Jury, ma il sorteggio mi aveva favorito e non ero stato scelto. Una seconda selezione era andata smarrita tra Italia e Stati Uniti, innescando un valzer con la Contea di New York. Lavoro in Italia, non posso partecipare a una giuria. «Chi può testimoniare in suo favore?», ribatteva la giudice nell’edificio neoclassico di Centre Street, downtown Manhattan. E che io citassi l’ambasciatore Usa a Roma, Thorne, non faceva effetto. Arcigna, la giudice stampigliava un timbro rosso «MUST SERVE» sul mio certificato, incenerendo con un’occhiata la cancelliera, che azzardava «Ma Vostro Onore, ha ragione lui...». «Must Serve», obbligato a presentarmi al Tribunale della Contea. Il sorteggio sfoltisce i candidati alla giuria, i più fortunati tornano a casa e per tre o quattro anni hanno assolto il dovere civico. I meno fortunati vengono estratti per le Petit Jury, che siedono in aula durante i processi veri e propri ed emettono il verdetto. Il mio timbro scarlatto «Obbligo di servire» orienta il sorteggio e finisco selezionato per Grand Jury Duty, due settimane da giurato. In un anno (dati 2005) 574 mila cittadini dello Stato di New York, maggiorenni e incensurati, siedono nelle giurie popolari: ma solo 29 mila condividono con me il privilegio di essere Grand Jurors, eredi delle giurie britanniche medievali. In tasca il tesserino purpureo, che dà accesso al Tribunale da una corsia preferenziale. Una volta che Lynn, la Warden, poliziotta di colore con la pistola alla cintura, ci fa giurare fedeltà alla legge e all’equanimità - tra rimbrotti, telefonate angosciate al lavoro e in famiglia: «Non ci crederai: mi han scelto, dillo al capo, prendi tu la bambina a scuola, scusa non posso tornare...» - colpisce il rispetto che New York concede ai Jurors svogliati nell’immane Palazzo di Giustizia. Nessun documento da mostrare, le guardie reverenti, i District Attorneys affabili, gli agenti di polizia grati, gli avvocati cortesi. Lynn annuisce: «L’accusa è fatta in nome del Popolo di New York, il Popolo siete voi...». Io e i miei ventidue compagni di giuria (il numero risale alle ancestrali leggi inglesi, dobbiamo essere presenti almeno in sedici, e votare in dodici, «sì» o «no» al rinvio a giudizio) finiamo assegnati alla Special Narcotics Grand Jury, che opera nella guerra alla droga aperta dal presidente Reagan negli Anni 80 e decide quali casi andranno a processo. Per giuramento non posso discutere di nessun fascicolo esaminato, ma la cronaca di due settimane in prima linea nella guerra della giustizia Usa al narcotraffico è autentica, e sereno il mio giudizio: il governo federale e lo Stato di New York stanno, se non perdendo, almeno pareggiando in casa il conflitto. Il narcotraffico perde solo pedoni, che arrestati lasciano il marciapiede di East Harlem o Washington Square - la prima è un vero supermarket delle droghe pesanti, la seconda una sorta di Ikea delle droghe leggere - e vengono subito rimpiazzati. Il tribunale, a Centre Street, è povero e solenne come tutti i luoghi pubblici americani: linoleum lucidato al pavimento, lo scranno per la giuria in stile vecchi telefilm di «Perry Mason», la sala mensa dove, ci avverte Lynn, «la tv ogni tanto funziona e ogni tanto no. Il forno a microonde funziona invece, potete portare il pranzo da casa» e la fontanella dell’acqua è il solo refrigerio. I bagni sono America hard boiled, da gialli di Chandler e Hammett, orinatoi di ceramica alla Duchamp, la carta per asciugarsi le mani ruvida, elargita da una macchinetta color grigio ferro. Stato maggiore della guerra alla droga sono i DA, District Attorneys, i giovani pm. La mia vicina di banco, professoressa afroamericana nata nel 1976, li inquadra subito: «Vedi come si vestono? Copiano la tv, “Law & Order”, “L.A. Law”, “CSI”». A Lynn, invece, CSI fa schifo: «Ti rendi conto? Chiedono una perizia balistica, un test Dna o antidroga e in un attimo ce l’hanno, mentre a noi servono giorni e giorni, altro che storie...». La mia vicina, avvolta in uno scialle rebozo messicano colori dell’iride, ha ragione: i ragazzi DA hanno tutti l’abito Un’esperienza unica passo dopo passo scuro con i pantaloni stretti al polpaccio, le ragazze DA il tailleur fasciante. Presentano i casi con eleganza: «L’agente undercover, in borghese, ha comprato la droga presso il quartiere...», ascoltano le nostre domande con cortese deferenza, pronti a sommergerci di articoli di legge. «Detenzione di cocaina in forma di cristalli crack con l’intenzione di vendere, due once pari a grammi 56.7, spacciata a meno di mille piedi (circa 300 metri) da una scuola come aggravanti, vi invitiamo a rinviare a giudizio...». Se i DA sono gli ufficiali della guerra al narcotraffico, i poliziotti undercover, in borghese, quelli che comprano le dosi dagli spacciatori con banconote segnate da usare come prova dopo l’arresto, sono i marines. La realtà del Dipartimento antidroga della Contea di New York supera la fantasia dei film di Quentin Tarantino: in due settimane ho visto agenti obesi, 150 chili e passa, tatuati con il «full body tattoo», dal collo alle caviglie. E casalinghe pallide, signori distinti, mamme italiane opulente, giovanotti gasati come se fossero comparse di Jersey Shore in tv: una commedia umana perfetta. Gli spacciatori abboccano, vendono, vanno in galera. casi (ripeto, generici per rispetto alla legge di New York) sono tragici e comici: gli spacciatori che finiscono in un blocco stradale davanti alle Nazioni Unite mentre parla il presidente palestinese Abu Mazen, i ladruncoli che vanno a rubare due casse di birra al supermercato Food Emporium, mentre un’intera squadra antidroga in borghese va a fare la spesa («ci hanno fatto pena», dice il capo). Un racket importante colpito grazie alle intercettazioni telefoniche: che leggiamo, prima di ridare il fascicolo al District Attorney. Registrano solo le transazioni, il resto della telefonata, se è personale, viene cancellato per sempre. Dagli anni del sindaco Giuliani, la criminalità a New York è diminuita, un trend che dura da quindici anni. Eppure il risentimento resta alto: nei quartieri neri poveri, i tassi di omicidi, rapine, stupro e spaccio di droga sono fino a quattro volte più alti che nelle zone residenziali bianche. E, come sostiene il giudice conservatore Bill Stuntz nel saggio «The collapse of American criminal justice», che leggo nelle more dei processi, «In America, neri, bianchi e ispanici usano le droghe in percentuali analoghe, 10%, 9% e 8% rispettivamente. Ma i neri vanno in galera tre volte di più degli ispanici e nove volte di più dei bianchi». La mia esperienza personale conferma Stuntz. Che spiega così la discriminazione: le giurie popolari sono più eque, ma si usano sempre meno. Il 96% delle condanne avviene per accordo diretto tra accusa e difesa, «plea bargain», saltando giurie e processi. E le minoranze ne fanno le spese. I miei colleghi di giuria - tre avvocati, la sceneggiatrice di uno show popolare, un infermiere per adolescenti dislessici, una pensionata deliziosa che regala arance, «Non vedo l’ora di finire: devo guidare cross country fino a Baja California», i due belli come i pupi di plastica Barbie e Big Jim - si dividono tra quelli che alzano subito la mano di scatto, «Yes», alla richiesta di rinvio a giudizio, e quelli che tempestano di dubbi i pm. La professoressa mia vicina non vota quasi mai «sì». Non ha letto Stuntz ma dice che «in galera ci sono solo neri». I numeri le danno ragione: secondo l’U.S. Bureau of Justice Statistics, 2.292.133 americani sono detenuti (solo il 30 per cento bianchi), 4.933.667 in libertà vigilata, con la condizionale o sotto cauzione, 86.927 ragazzi detenuti nei riformatori, circa il tre per cento della popolazione. Se il giudice Stuntz ha capito bene e servire nelle lunghe ore di tedio da Grand Juror attenua in parte questi guai, si esce dal tribunale con fatica ma con il senso di sentirsi cittadini, parte di una comunità, nel suo bene e nel suo male. Che per un italiano, in questa stagione, è sollievo che val bene due settimane di vita.