Morya Longo, Il Sole 24 Ore 27/9/2011, 27 settembre 2011
ECCO CHI HA RIDOTTO IL PESO SULL’ITALIA - «I
soldi vanno dove sono trattati meglio». Chissà se è stato questo il pensiero dei gestori dei fondi Pictet il 6 settembre scorso, giorno in cui hanno deciso di vendere azioni del gruppo Terna riducendo la partecipazione dal 4,94% al 2,17%. O se questa è stata l’idea dei gestori della Lazard Asset Management, quando – il 9 settembre – hanno scaricato azioni Dtm passando dal 9,995% del capitale al 4,691%. O se invece si sono ispirati a questo motto il 10 agosto i fondi Brandes Investment, quando hanno ridotto l’esposizione su Telecom Italia dal 4,024% all’1,965%.
Può darsi. Probabilmente, però, la ragione delle vendite da parte degli investitori internazionali su questi titoli e su tutta Piazza Affari è ben più banale: panico. Nella Borsa di Milano operano 1.200 case d’investimento estere che gestiscono circa 8mila fondi: se vengono presi dal panico sono in grado di muovere gli indici. Ma se il motivo è noto, ben più difficile è fare l’identikit di chi ha venduto azioni e obbligazioni made in Italy: sono stati i fondi? Gli speculatori? Le banche? «Il Sole 24 Ore», incrociando dati e testimonianze, ha provato a rispondere a questa domanda. E il risultato, seppur spannometrico, ha un retrogusto d’ironia. Hanno venduto tutti, tranne coloro contro i quali si sono sempre concentrati i sospetti: gli speculatori di professione. Insomma: gli hedge fund.
Speculazione? Non proprio
La conferma arriva da più operatori ed è spiegata dai diretti interessati: «Gli hedge fund internazionali – afferma da Londra un gestore di fondi di fondi hedge – non hanno mai avuto un’esposizione rilevante sull’Italia. Il grosso flusso di vendite, dunque, difficilmente arriva da loro». Se non sono gli speculatori, dunque, chi ha scaricato maggiormente le azioni e le obbligazioni italiane? Le vendite sono certamente arrivate dai fondi comuni di tutta Europa: secondo Fitch, un anno fa quelli monetari investivano su bond in Italia il 4% del loro patrimonio e ora si limitano allo 0,8%. Il taglio è stato dell’80%. Già questo è un indizio per scoprire da dove è partito lo scarica-Italia.
Ma ce ne sono altri. Le vendite sono piovute anche dalle banche di tutto il mondo, che – secondo i dati della Bri aggiornati a marzo 2011 – hanno disinvestito dall’Italia in 12 mesi la bellezza di 142 miliardi di dollari, riducendo l’esposizione sul nostro Paese del 13%. Non esiste un dato più recente, che comprenda anche il crollo degli ultimi mesi, ma già questo è eloquente: le banche mondiali si sono alleggerite di rischio Italia. Ma le vendite sono giunte anche dai fondi comuni italiani: quelli specializzati in azioni di Piazza Affari – comunica Assogestioni – hanno avuto un deflusso di capitali nell’ultimo anno di 571 milioni di euro, su un patrimonio totale di 4,6 miliardi. Questo significa che sono stati anche i risparmiatori italiani, i "vecchi" BoT-people, a fuggire da Piazza Affari.
Il cavallo di Troia: il future
Ma tutto questo non giustifica un crollo così violento di Piazza Affari. Per spiegare un movimento come quello degli ultimi mesi (dai massimi di febbraio la Borsa di Milano ha perso il 39%) bisogna probabilmente guardare il future sull’indice Ftse Mib. Tanti investitori esteri – spiega un addetto ai lavori – sono costretti ad utilizzare i future di Piazza Affari per ridurre il rischio-Italia. Dato che la Borsa è l’unico mercato veramente liquido, chi vuole "coprire" l’esposizione sull’Italia deve necessariamente vendere contratti future, che ogni giorno muovono volumi pari a quelli dell’intero listino. Questo, probabilmente, è uno dei grimaldelli che hanno sconquassato Piazza Affari.