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 2011  settembre 27 Martedì calendario

GERMANIA IN SOCCORSO DELLLA GRECIA, QUESTIONE DI CULTURA O DI EURO?

La vera ragione per cui la Germania aiuta la Grecia non è di natura economica ma culturale. Un’interpretazione affascinante, quella dell’editorialista dell’Herald Tribune Todd G. Buchholz. Non c’entra l’Eurozona, non c’entra nulla la minaccia di una bancarotta continentale. C’entrano, invece, Goethe e Thomas Mann: e soprattutto il loro amore per il Mediterraneo, per i limoni in fiore e gli ulivi. «Qui – scriveva allo zio il poeta Heinrich Heine in viaggio in Italia – la natura è bella e l’uomo amabile. L’aria di montagna che respiri ti fa dimenticare di colpo i tuoi problemi e l’anima si espande».
In realtà salvando la Grecia, i tedeschi salverebbero dunque quel tanto (poco?) di dionisiaco che rimane nel loro spirito intimamente apollineo e razionale, per usare la celebre dicotomia proposta da Nietzsche. Il quale peraltro, pensando alla Grecia antica, sosteneva che il carattere pacato del popolo germanico avrebbe avuto bisogno di parecchi boccali di passione più che di birra.
Sarebbe una forma di salvaguardia non certo economica ma sentimentale, che affonda le sue radici nella memoria nostalgica del Gran Tour, quando i vedutisti del Nord in pellegrinaggio estatico sulle coste del Tirreno o dello Ionio potevano rimanere incantati dalle luci e dalle ombre di un paesaggio incorrotto; o gli scrittori potevano godersi il piacere di un cibo esotico nelle vecchie locande sul mare. Può darsi. Ma oggi? È più dionisiaca Palermo o Berlino? Cosa troverebbe di tanto esotico oggi Goethe a Caltanissetta o ad Agrigento, dove sostò nel pieno della felicità? E per incontrare il dio dell’energia vitale magari gli basterebbe guardarsi intorno rimanendo tranquillamente in patria.
Insomma, l’impressione è che l’invidia dei tedeschi, se ancora c’è come sostiene Buchholz, si fondi su antichi cliché che nel brutale riscontro con la realtà produrrebbero solo una irrimediabile delusione. Ci si può solo augurare che se mai dovessero dimenticare il Gran Tour, rimangano sufficienti le ragioni economiche.
Paolo Di Stefano