Giuseppe Remuzzi, Corriere della Sera 27/09/2011, 27 settembre 2011
LA CONOSCENZA AIUTA GLI ESPLORATORI PIU’ DELL’INTELLIGENZA - E’
probabile che un uomo di intelligenza media sia più intelligente di uno scimpanzè. O che lo sia quantomeno per certe attività, progettare un viaggio per esempio o costruire un ragionamento basato sul principio di causa ed effetto. E certamente siamo più avanti degli scimpanzè nell’esplorare i segreti della mente. Basta a spiegare il fatto che nel giro di 60.000 anni l’uomo è arrivato a occupare quasi ogni angolo della Terra mentre nessun’altra specie animale ha saputo farlo?
«Forse no» devono aver pensato Robert Boyd e i suoi colleghi che lavorano a Los Angeles e Vancouver in Canada. E hanno cercato un’altra spiegazione. Sono partiti dalla considerazione che la rapidità con cui l’uomo moderno ha occupato tutto quello che poteva occupare da quando ha lasciato l’Africa, fra 60.000 e 50.000 anni fa, è impressionante. Sud dell’Europa e Asia e Australia 45.000 anni fa, poi l’Artico e da lì in Sud America, 13.000 anni fa e poi dovunque (solo certi topi hanno saputo fare altrettanto). Per espandersi così bisognava adattarsi ad ambienti estremamente ostili, la parte alta dell’Eurasia era una immensa steppa, fredda fino -20°C in certi periodi dell’anno, vento fortissimo e predatori. Bisognava trovare il modo di coprirsi, scaldarsi e avere qualche forma di luce. Cos’è che ha reso l’uomo capace di processi di adattamento così complessi? Il cervello, dirà chi ha avuto la pazienza di arrivare fin qui. E questa in effetti è stata per molto tempo la teoria più accreditata.
Non solo, con l’evoluzione il cervello dell’uomo ha sviluppato capacità di improvvisare soluzioni che sono sconosciute agli animali. Ma nessun uomo poteva essere abbastanza intelligente da trovare le soluzioni alle sfide quasi impossibili di tanti ambienti diversi. È così vero che persone estremamente intelligenti e dedicate da sole non riescono nemmeno oggi a fare quello che l’uomo era già riuscito migliaia di anni fa. Abitare il Circolo artico, per esempio.
La migliore delle spedizioni polari mai organizzate dagli inglesi fu quella di Sir John Franklin, un esploratore esperto con ottimi studi alle spalle, il migliore equipaggio possibile, vestiti e viveri per sopravvivere tre anni anche nelle peggiori condizioni. Nel 1846 arrivano all’Isola di King William ma restano intrappolati nel ghiaccio. Dopo un po’ il cibo si fa scarso, loro abbandonano le navi e provano ad avventurarsi per l’isola a piedi. Muoiono tutti di stenti e scorbuto e forse avvelenati dal piombo delle loro scatolette di carne. E’ andata meglio ai norvegesi di Roald Amundsen che nell’Isola di King William hanno passato due inverni. Erano più intelligenti degli inglesi? No, hanno imparato come vestirsi, come ripararsi dal freddo, come procurarsi il cibo e come muoversi e lo hanno imparato dagli indigeni.
Il successo dell’uomo nell’abitare la Terra, secondo lo studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences di qualche settimana fa, dipende dalle sue capacità di imparare dagli altri (social learning). Che consente di accumulare conoscenze che si tramandano di generazione in generazione e diventano tradizioni, modo di operare e strumenti di lavoro che nessun uomo avrebbe potuto inventare da solo. Non più insomma nicchia cognitiva, quella del cervello dell’uomo rispetto agli altri animali, come si pensava fino a qualche tempo fa, ma nicchia culturale.
Quelli che sostengono la nicchia cognitiva dicono che è più semplice per l’uomo imitare qualche trovata geniale e poi tramandarla anche senza capirne la logica piuttosto che, come sostiene chi pensa alla nicchia culturale, entrare in un processo di condivisione di informazione e di crescita reciproca e poi modificarla, perfezionarla con le generazioni. Chi ha ragione?
Tutto questo non è solo discussione accademica. Un conto è pensare che siamo scimpanzè senza peli e un po’ più intelligenti che per avventura si sono imbattuti in certe scoperte che altri hanno imitato. Un altro conto è pensare che nessun uomo di noi da solo sia mai stato abbastanza intelligente da trovare le soluzioni per abitare i posti meno ospitali. Quello che ci ha consentito, un passo per volta, di risolvere problemi di adattamento che nessun altro animale ha saputo risolvere è stato l’apprendere insieme. Giuseppe Remuzzi