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 2011  settembre 27 Martedì calendario

LA RIVINCITA DELL’ATALANTA —

«Inutile farsi menate». Al debutto in casa c’era anche lo striscione dei club uniti della Val Cavallina. Festeggiavano il ritorno in serie A con un pressante invito a mettere via il passato prossimo, i sei punti di penalizzazione e un’agonia estiva vissuta come pubblica gogna, declinata da titoli che avevano come denominatore il tormentone «si aggrava la posizione dell’Atalanta».
È andata così, questo diceva il lenzuolo bianco ai margini della curva. Ma senza rassegnazione, piuttosto una presa d’atto, propedeutica all’ulteriore rimboccarsi di maniche. I bergamaschi sono muratori per stanca definizione, gente che pensa solo a lavorare. Non amano tutte le Atalante allo stesso modo, ma solo quelle dove possono trovare consonanza di spirito, la sovrapposizione completa tra città e squadra. Lo stadio si chiama Atleti Azzurri d’Italia, ma pochi lo chiamano per nome. Andare alla partita si dice «andà all’Atalanta», ed è una sintesi eloquente.
«Domenica all’uscita ci scambiavamo sguardi di approvazione: questa è una squadra che reagisce, che è come noi, e quindi ci piace». Nell’aprile del 1988, quando non era ancora segretario regionale della Cisl, Gigi Petteni si mise in macchina, destinazione Malines. La squadra era in serie B ma si giocava un posto per la finale di Coppa delle Coppe contro i belgi fiamminghi, evento ancora oggi unico per il calcio italiano. «Mentre attraversavamo la Svizzera io pensavo a papà e mamma che erano stati entrambi emigranti e operai in quei Paesi. Pensavo alle loro voci, quando mi chiedevano "Cosa l’à fa l’Atalanta" e se aveva vinto cominciavano la settimana felici».
Bergamo non è un luogo in cerca di identità. La sua faccia è ben scolpita, al limite dello stereotipo. L’Atalanta rappresenta una sintesi di questa città, è obbligata a riprodurne lo spirito laborioso e combattivo, pena la disaffezione. Ma quando scatta il riconoscimento, la simbiosi è completa, assoluta. Erano in cinquantamila, la sera del 21 maggio 2011. Le gigantografie dell’allenatore Stefano Colantuono e dei giocatori addobbavano viale Papa Giovanni XXIII, canti e balli, la squadra in parata sul pullman scoperto, inedito assoluto a queste latitudini. La promozione in serie A era stata vissuta come il ritorno del figliol prodigo. Antonio Percassi, costruttore di centri commerciali e neopresidente tifoso, aveva capito che negli ultimi anni era mancata l’anima bergamasca. «In A sòbet se no diente mat», subito in A altrimenti impazzisco, è stato il motto dell’ultima stagione.
Passano venti giorni e la Città bassa si riempie dalla Malpensata a piazza Matteotti. Senza più nulla da festeggiare. L’inchiesta di Cremona sul calcioscommesse stava spazzando via l’orgoglio ritrovato, la retrocessione veniva data per certa, «si aggrava la posizione dell’Atalanta». La richiesta di riavere indietro i sei punti di penalizzazione, fatta ieri dal direttore dell’area tecnica Pier Paolo Marino («Basta con la responsabilità oggettiva»), nasce dal consenso diffuso che soffia alle spalle della società, dall’ottovolante emotivo vissuto da Bergamo e dalla convinzione di aver pagato per tutti.
«Abbiamo vissuto momenti di grande sbandamento. Non è la prima volta che siamo in testa alla classifica, ma oggi c’è molta più soddisfazione perché dovevamo superare l’handicap di una penalizzazione che abbiamo sempre ritenuto ingiusta e ingiustificata». L’assessore regionale all’Urbanistica Daniele Belotti non si offende se qualcuno lo definisce ultrà. Sono tanti quelli che lo ritengono ispiratore della curva, al punto di finire coinvolto in una inchiesta della procura sui legami troppo stretti tra esponenti politici e tifoseria, perché certe volte la simbiosi può avere effetti collaterali non proprio commendevoli.
Il sindaco Franco Tentorio, ex Alleanza nazionale confluito nel Pdl, quasi chiede scusa per una esultanza che profuma di rivincita. «Non vogliamo sembrare arroganti, tutt’altro. Ma vedere l’immagine della propria squadra e dei propri idoli sporcata da uno scandalo è stato doloroso. La città ha reagito con rammarico e qualcuno anche con delusione. Abbiamo avuto fiducia nella società e oggi se ne raccolgono i frutti». Dice di avere l’Atalanta nel sangue e non per propaganda obbligata da primo cittadino. Suo padre Luigi ha giocato in nerazzurro 104 partite, per vent’anni è stato dirigente della società. «Capisce? Per me non è una squadra di calcio ma quasi l’estensione della mia famiglia».
A questi continui comizi d’amore non corrisponde l’evidenza dei fatti. Il lunedì di Bergamo è stato uguale a tanti altri, solo le bacheche dei giornali locali ricordavano l’euforia della domenica da capolista virtuale. Felice Gimondi è convinto che lo stupore dei media sia quasi offensivo. «Ricordo a tutti che abbiamo una grande tradizione calcistica. Siamo coinvolti, ma abbiamo già avuto grandi soddisfazioni, ci siamo abituati».
L’Atalanta è la squadra della quarta città lombarda, ma ha trascorso quasi la metà dei suoi 104 anni di vita in serie A. E forse ha dato al calcio italiano più di quanto abbia ricevuto, perché pochi ricordano i trascorsi bergamaschi di gente come Gaetano Scirea o Roberto Donadoni, cresciuti nel vivaio locale prima di andare ad accendere le luci altrove. «In sintesi: appartiene all’eccellenza del calcio italiano. Da qui sono venuti fuori grandi campioni e ottimi tecnici».
Quella notte a Malines c’era in panchina un giovane allenatore. Anche se avrebbe ben altro a cui pensare, Emiliano Mondonico ci ha aperto la sua casa di Rivolta d’Adda. E fa bene al cuore sentirlo raccontare aneddoti su Strömberg e Caniggia, su quella squadra ancora piantata nel ricordo di tanta gente. «In quegli anni si è cementata l’identificazione della città con la squadra. L’Atalanta ha fatto conoscere Bergamo in Europa: per una città di provincia è motivo di orgoglio. Una società fortunata, perché è sempre stata gestita da persone serie». Sorride sornione. «Alla fine il calcio è un gioco semplice...».
La vita è una faccenda più complicata, e purtroppo lui lo sa bene. La sua Rivolta è ai bordi della provincia, ma Mondonico si è sempre sentito bergamasco. Questione di forza, di tenacia, doti che sta dimostrando di possedere in quantità industriale. Inutile farsi menate, quando c’è da combattere si combatte. Magari non è una chiusa pertinente, ma che importa: forza, Mondo.
Marco Imarisio
(ha collaborato Cesare Zapperi)